Ue

Difesa europea, nelle stanze della nuova Unità di crisi

Da alcune settimane la diplomazia comunitaria ha la propria Unità di crisi, mentre prosegue il negoziato diplomatico in vista della nascita nel 2025 di una forza d’intervento rapido

di Beda Romano

Bruxelles. l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Josep Borrell nella sala operativa dell’Unità di crisi della diplomazia comunitaria nata dopo gli eventi afghani

3' di lettura

3' di lettura

È con crescente nervosismo che l’establishment europeo aspetta l’esito delle prossime elezioni americane. Il possibile ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump fa temere il disimpegno della Nato, o il ritiro degli Stati Uniti dall’Europa.

Dietro alle dichiarazioni di routine, qualcosa si muove. Da alcune settimane la diplomazia comunitaria ha la propria Unità di crisi, mentre prosegue il negoziato diplomatico in vista della nascita nel 2025 di una forza d’intervento rapido.

Loading...

Sono stati gli eventi afghani di tre anni fa a indurre il Servizio europeo di azione esterna (Seae), il braccio diplomatico europeo, a dotarsi di una Unità di crisi, come quella che la Farnesina ha dal 1990, e il Quai d’Orsay dal 2008. L’ascesa dei Talebani e la fuga dal Paese delle truppe della Nato furono traumatiche. I funzionari comunitari si erano ritirati per tempo; ma si trattò di aiutare i dipendenti locali a lasciare Kabul, in tutto circa 400, mentre nel sangue il nuovo governo prendeva il potere.

Monitoraggio continuo di polizia e intellingence

Era il 2021. Da allora i focolai di crisi, con la necessità di mettere al riparo i cittadini europei, si sono moltiplicati: in Ciad e in Guinea sempre nel 2021, in Burkina Faso nel 2022, in Niger, in Gabon e in Sudan nel 2023, senza dimenticare la guerra a Gaza, scoppiata nell’autunno scorso. Dalla Striscia sono state fatte evacuare finora 2.500 persone, tra cittadini comunitari e cittadini di Paesi terzi. In Afghanistan, un piano di evacuazione era pronto, non in Sudan, dove la guerra civile era inattesa.

Nella sede del Seae, a fianco dell’ufficio dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di Sicurezza Josep Borrell, 70 persone monitorano 24 ore su 24, sette giorni su sette la scena internazionale. Sono poliziotti, agenti dell’intelligence, militari. Il loro compito è di organizzare la sicurezza delle delegazioni all’estero, preparare piani di evacuazione consolare, analizzare la situazione mondiale, principalmente sulla base di fonti pubbliche. Tre volte al giorno preparano un resoconto da inviare ai vertici del Seae.

«Altri 70 funzionari sono distribuiti nelle delegazioni dove la situazione è più delicata», spiega Francisco Fontan, un funzionario spagnolo a capo dell’Unità di crisi (in inglese, il Crisis Response Center). L’Unione europea conta attualmente quasi 150 ambasciate all’estero. Nei Paesi a rischio un funzionario è responsabile di garantire la sicurezza ai diplomatici sul posto, ma è chiamato anche a inviare a Bruxelles note aggiornate quanto alla situazione sul posto.

Verso una forza europea di intervento rapido

Quando scoppia una crisi è necessario organizzare una missione di evacuazione (nota con l’acronimo Neo, non-combatant evacuation operation). «Per ora il nostro lavoro è di coordinare la reazione dei Paesi membri, a cui spetta in questo momento agire sul terreno», precisa Fontan. La competenza infatti resta nazionale, ma potrebbe presto diventare europea. I Ventisette stanno negoziando la nascita di una forza d’intervento rapido di 5.000 uomini, chiamata ad agire nelle situazioni di crisi.

Una prima esercitazione ha già avuto luogo in Spagna, ma il negoziato resta irto di difficoltà. Secondo le informazioni raccolte a margine della trattativa, i nodi principali riguardano il bilancio della nuova forza militare e l’eventuale coordinamento con la Nato. Nel frattempo, i Ventisette dovrebbero dare, lunedì prossimo, l’atteso via libera a una operazione navale nel Mar Rosso per proteggere i mercantili europei dagli attacchi degli Houthi.

Saliranno quindi a dieci le missioni europee nel mondo, a conferma di una presenza militare dell’Unione europea in crescita. Ultimo dato, simbolico ma forse non banale: l’Alto Rappresentante organizza spesso riunioni con i suoi collaboratori in una delle sale dell’Unità di crisi, tappezzata di schermi televisivi e di mappe interattive, lo sguardo rivolto ai potenziali focolai di crisi: dal Sahel a Taiwan, dall’Ucraina al Medio Oriente.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti