Il presidente Xi Jinping ha invitato tutti i Paesi a perseguire una ripresa verde per l’economia mondiale. Ma dovrà accelerare anche la trasformazione dell’economia interna, indirizzandola verso uno sviluppo di qualità che tagli inquinamento ed emissioni.
Chiaramente raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 è un risultato che, da solo, non sarà sufficiente per arrivare alla neutralità del carbonio, ma è innegabile il ruolo propositivo che la Cina, da tempo, sta giocando interessata interessata com’è a onorare la sostenibilità.
Lo dimostra il fatto che già all’Apec di Pechino del 2014 Xi Jinping e il presidente Usa Barack Obama siglarono a sorpresa un accordo sul cambiamento climatico che diventò strategico per arrivare all’accordo di Parigi sottoscritto un anno dopo. In quei giorni si faticava a trovare un elemento di novità in quel summit organizzato per la prima volta dalla Cina, quasi una prova generale del G-20 di Hangzhou del 2016, e anche per questo la decisione arrivò in controtendenza.
Oggi con i negoziati globali sul clima in fase di stallo e la conferenza Cop26 in calendario l’anno prossimo a Glasgow, nel Regno Unito, la mossa cinese ha prodotto un effetto analogo. Smuove le acque, anche se ha calamitato accuse di opportunismo dal punto di vista delle strategie internazionali. Xi Jinping ha occupato un enorme spazio vuoto lasciato dal presidente americano Donald Trump ma anche da quello brasiliano Jair Bolsonaro contrari all’accordo di Parigi.
Non solo, la Gran Bretagna sempre più stretta politicamente tra Usa e Cina, ossessionata dalla Brexit a tutti i costi rischia di perdere per strada l’obiettivo di liberarsi a sua volta dell’energia da fossili diventando carbon free. C’è da ricordare che la Gran Bretagna dovrà ospitare Cop26 a Glasgow, il massimo evento previsto per l’implementazione del l’accordo di Parigi e sembra che ci siano molte difficoltà nella preparazione del Summit.