Dieselgate, arrivano le prime sentenze: giudici divisi sui ricorsi
Non hanno avuto successo i ricorsi centrati sul difetto di conformità perché riguarda solo il venditore
di Marisa Marraffino
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Strategie diverse da parte degli avvocati, pronunce di vario segno da parte dei giudici. La giurisprudenza italiana sul dieselgate non ha ancora un orientamento prevalente. Ma sono emersi alcuni punti di attenzione.
Tra le sentenze più recenti e significative, a favore degli automobilisti è quella del Tribunale di Avellino, del 9 dicembre ; in senso contrario, Corte di appello di Bari (con la 222/2021 del 4 febbraio) e Tribunale di Monza (135/2021 del 28 gennaio).
Dal punto di vista tecnico si tratta di capire se la condotta del produttore Volkswagen AG e del suo distributore italiano Volkswagen Group Italia si possa considerare pratica commerciale scorretta (articolo 20 del Dlgs 206/2005, Codice del consumo) e come tale possa dare al contraente debole (il consumatore) una di queste tutele: risarcimento del danno e nullità del contratto per violazione di norme imperative.
Sul ristoro economico ha fatto leva l’automobilista di Avellino che si è visto riconoscere un danno patrimoniale pari al 20% del valore della vettura, liquidato in via equitativa dal giudice, che lo ha parametrato al presunto minor valore di mercato dell’auto. Per il giudice la condotta della Volkswagen è stata scorretta non solo per contrarietà alla diligenza professionale ma anche per aver omesso informazioni rilevanti che hanno falsato il comportamento del consumatore medio (se avesse saputo del problema, avrebbe scelto altre auto).
È la linea anche del ricorso per la class action pendente al Tribunale di Venezia (si veda l’articolo sopra), dove per dimostrare la scorrettezza della pratica, quindi l’ingiustizia del danno, si sono portati il provvedimento con cui l’autorità tecnica tedesca (competente perché aveva omologato i modelli coinvolti) ha ordinato il richiamo e il provvedimento sanzionatorio dell’Antitrust italiano confermato dal Tar.


