Dieci anni di politiche per le donne: molto contro la violenza maschile, troppo poco per il lavoro
Le voci delle parlamentari che hanno avuto in passato la delega alle Pari opportunità. Per capire quanto è stato fatto e quanto resta da fare
10' di lettura
I punti chiave
- Il parere delle ex delegate alle Pari opportunità
- I progressi della legislazione antiviolenza
- Rischio di passi indietro?
- Insistere sull’attuazione concreta
- Se le norme penali non bastano
- La lunga marcia contro le penalizzazioni sul lavoro
- Servizi alle madri e congedi: i nodi irrisolti
- Le difficoltà per aumentare le assunzioni di donne
- Il Family Act e l’esigenza di un approccio multidimensionale
- Senza continuità le politiche falliscono
- La scommessa governativa sui centri per la famiglia
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Dieci anni, sei governi e innumerevoli norme dopo, le donne italiane stanno meglio o stanno peggio? Quali sono state le leggi che hanno fatto la storia? Quali i nuovi programmi? Più successi o più fallimenti? Tracciare un bilancio non è semplice. Ma a un primo sguardo d’insieme, tenendo sempre presenti i traguardi innegabili di una rappresentanza femminile in Parlamento ormai consolidata intorno al 35% (era al 5% nella I Legislatura) e dello sfondamento del soffitto di cristallo a Palazzo Chigi con l’arrivo della prima premier nella storia della Repubblica, Giorgia Meloni, colpisce un particolare: la concentrazione dell’attenzione del legislatore sul dramma della violenza, con una produzione normativa vasta e articolata, e di contro la ripetitività delle misure per favorire l’occupazione femminile. Bonus variamente distribuiti, e poco incisivi. Uno strabismo discutibile, soprattutto considerando quanto la mancanza di indipendenza economica pesi tra le cause documentate di violenza contro le donne e guardando ai dati: l’occupazione femminile migliora, ma troppo lentamente. Restiamo fanalino di coda in Europa, con un tasso inferiore al 55 per cento.
Il parere delle ex delegate alle Pari opportunità
Abbiamo interpellato sul tema delle politiche per le donne portate avanti nell’ultimo decennio quattro parlamentari che in passato hanno esercitato la delega alle Pari opportunità, oggi attribuita insieme a quelle per Famiglia e Natalità alla ministra Eugenia Roccella: Maria Elena Boschi, deputata di Italia Viva e sottosegretaria alla presidenza del Consiglio durante il Governo Renzi; la presidente di Azione Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e la Famiglia sia nell’Esecutivo Conte 2 sia nella compagine guidata da Mario Draghi; la deputata Mara Carfagna, oggi segretaria di Noi Moderati, che è stata ministra per le Pari opportunità nel Governo Berlusconi e per il Sud nell’Esecutivo Draghi; la deputata del Pd Maria Cecilia Guerra, viceministra del Lavoro e delle politiche sociali con delega alle Pari opportunità nel Governo Letta e sottosegretaria all’Economia nell’era Draghi. Quattro donne vicine alle donne. Tra loro attualmente soltanto una - Carfagna - è in maggioranza. Precisazione doverosa, alla luce delle loro dichiarazioni.
I progressi della legislazione antiviolenza
Lo stalking nel 2009, il Codice rosso nel 2019, il reato di femminicidio punito con l’ergastolo nel 2025. E il Libro bianco per la formazione redatto nel 2024 dal comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio antiviolenza del dipartimento Pari opportunità: un compendio illuminato delle migliori pratiche. Dove l’Italia ha fatto un salto di qualità innegabile è stato nella legislazione e nelle linee guida per il contrasto alla violenza contro le donne, merito quasi sempre della capacità delle donne di unirsi in un fronte trasversale, oltre gli steccati di partito e schieramento. Già dal 2009, quattro anni prima che l’Italia recepisse la Convenzione di Istanbul, l’evoluzione della normativa in materia è stata tangibile. Lo sa bene Mara Carfagna. Fu lei la “madre” della legge 38/2009 che ha introdotto nel Codice penale il reato di stalking o atti persecutori. Una rivoluzione per molte donne. «Abbiamo compiuto passi enormi sotto il profilo legislativo: ora abbiamo un complesso di leggi all’avanguardia in Occidente - afferma - e ricordo anche quelle contro i matrimoni forzati o in favore degli orfani di femminicidio. Sotto il profilo culturale stiamo faticando di più: la parità sancita dalla Costituzione resta un obiettivo e una speranza, non è ancora un dato di realtà».
Rischio di passi indietro?
Per Maria Cecilia Guerra, «prima di tutto oggi bisognerebbe evitare di fare passi indietro. Dal 2013 con la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge 119 che ne ha dato una prima attuazione e poi con i provvedimenti a seguire la consapevolezza che la violenza sulle donne è prevalentemente perpetrata all’interno delle mura domestiche e nelle relazioni affettive è cresciuta molto». Ma Guerra, come altre parlamentari del campo largo e la rete dei centri antiviolenza, contesta «la strenua opposizione all’introduzione dell’educazione alle relazioni nelle scuole e lo stravolgimento della legge sul consenso inizialmente votata all’unanimità alla Camera, perché segnano invece una battuta d’arresto sul piano culturale, da un lato, e sulla possibilità di ottenere protezione nei processi, dall’altro, che è molto grave e preoccupante».
A suo avviso, bisognerebbe rendere più efficaci gli strumenti già previsti: «La donna che denuncia e ottiene l’allontanamento o il divieto di avvicinamento del partner violento non deve essere lasciata esposta al pericolo di vendette. Le donne con figli, che denunciano la violenza, non dovrebbero più rischiare di vedersi separate dai figli: giustizia penale e civile devono parlarsi con più efficacia e velocità, e la teoria assurda della alienazione parentale, in tutte le declinazioni che ne vengono date per aggirarne il divieto di applicazione, deve essere contrastata con forza. Va poi presidiato e rilanciato il tema della formazione di tutti i soggetti che entrano a contatto con le donne che subiscono violenza e non sempre sanno come agire: magistrati, operatori sanitari e forze dell’ordine. Passi avanti notevoli sono stati comunque fatti anche in termini di analisi del rischio che è fondamentale come strumento di prevenzione».



