Il bilancio

Dieci anni di politiche per le donne: molto contro la violenza maschile, troppo poco per il lavoro

Le voci delle parlamentari che hanno avuto in passato la delega alle Pari opportunità. Per capire quanto è stato fatto e quanto resta da fare

di Manuela Perrone

MARIA ELENA BOSCHI POLITICO, MARA CARFAGNA POLITICO (IMAGOECONOMICA)

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Dieci anni, sei governi e innumerevoli norme dopo, le donne italiane stanno meglio o stanno peggio? Quali sono state le leggi che hanno fatto la storia? Quali i nuovi programmi? Più successi o più fallimenti? Tracciare un bilancio non è semplice. Ma a un primo sguardo d’insieme, tenendo sempre presenti i traguardi innegabili di una rappresentanza femminile in Parlamento ormai consolidata intorno al 35% (era al 5% nella I Legislatura) e dello sfondamento del soffitto di cristallo a Palazzo Chigi con l’arrivo della prima premier nella storia della Repubblica, Giorgia Meloni, colpisce un particolare: la concentrazione dell’attenzione del legislatore sul dramma della violenza, con una produzione normativa vasta e articolata, e di contro la ripetitività delle misure per favorire l’occupazione femminile. Bonus variamente distribuiti, e poco incisivi. Uno strabismo discutibile, soprattutto considerando quanto la mancanza di indipendenza economica pesi tra le cause documentate di violenza contro le donne e guardando ai dati: l’occupazione femminile migliora, ma troppo lentamente. Restiamo fanalino di coda in Europa, con un tasso inferiore al 55 per cento.

Il parere delle ex delegate alle Pari opportunità

Abbiamo interpellato sul tema delle politiche per le donne portate avanti nell’ultimo decennio quattro parlamentari che in passato hanno esercitato la delega alle Pari opportunità, oggi attribuita insieme a quelle per Famiglia e Natalità alla ministra Eugenia Roccella: Maria Elena Boschi, deputata di Italia Viva e sottosegretaria alla presidenza del Consiglio durante il Governo Renzi; la presidente di Azione Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e la Famiglia sia nell’Esecutivo Conte 2 sia nella compagine guidata da Mario Draghi; la deputata Mara Carfagna, oggi segretaria di Noi Moderati, che è stata ministra per le Pari opportunità nel Governo Berlusconi e per il Sud nell’Esecutivo Draghi; la deputata del Pd Maria Cecilia Guerra, viceministra del Lavoro e delle politiche sociali con delega alle Pari opportunità nel Governo Letta e sottosegretaria all’Economia nell’era Draghi. Quattro donne vicine alle donne. Tra loro attualmente soltanto una - Carfagna - è in maggioranza. Precisazione doverosa, alla luce delle loro dichiarazioni.

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I progressi della legislazione antiviolenza

Lo stalking nel 2009, il Codice rosso nel 2019, il reato di femminicidio punito con l’ergastolo nel 2025. E il Libro bianco per la formazione redatto nel 2024 dal comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio antiviolenza del dipartimento Pari opportunità: un compendio illuminato delle migliori pratiche. Dove l’Italia ha fatto un salto di qualità innegabile è stato nella legislazione e nelle linee guida per il contrasto alla violenza contro le donne, merito quasi sempre della capacità delle donne di unirsi in un fronte trasversale, oltre gli steccati di partito e schieramento. Già dal 2009, quattro anni prima che l’Italia recepisse la Convenzione di Istanbul, l’evoluzione della normativa in materia è stata tangibile. Lo sa bene Mara Carfagna. Fu lei la “madre” della legge 38/2009 che ha introdotto nel Codice penale il reato di stalking o atti persecutori. Una rivoluzione per molte donne. «Abbiamo compiuto passi enormi sotto il profilo legislativo: ora abbiamo un complesso di leggi all’avanguardia in Occidente - afferma - e ricordo anche quelle contro i matrimoni forzati o in favore degli orfani di femminicidio. Sotto il profilo culturale stiamo faticando di più: la parità sancita dalla Costituzione resta un obiettivo e una speranza, non è ancora un dato di realtà».

Rischio di passi indietro?

Per Maria Cecilia Guerra, «prima di tutto oggi bisognerebbe evitare di fare passi indietro. Dal 2013 con la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge 119 che ne ha dato una prima attuazione e poi con i provvedimenti a seguire la consapevolezza che la violenza sulle donne è prevalentemente perpetrata all’interno delle mura domestiche e nelle relazioni affettive è cresciuta molto». Ma Guerra, come altre parlamentari del campo largo e la rete dei centri antiviolenza, contesta «la strenua opposizione all’introduzione dell’educazione alle relazioni nelle scuole e lo stravolgimento della legge sul consenso inizialmente votata all’unanimità alla Camera, perché segnano invece una battuta d’arresto sul piano culturale, da un lato, e sulla possibilità di ottenere protezione nei processi, dall’altro, che è molto grave e preoccupante».

A suo avviso, bisognerebbe rendere più efficaci gli strumenti già previsti: «La donna che denuncia e ottiene l’allontanamento o il divieto di avvicinamento del partner violento non deve essere lasciata esposta al pericolo di vendette. Le donne con figli, che denunciano la violenza, non dovrebbero più rischiare di vedersi separate dai figli: giustizia penale e civile devono parlarsi con più efficacia e velocità, e la teoria assurda della alienazione parentale, in tutte le declinazioni che ne vengono date per aggirarne il divieto di applicazione, deve essere contrastata con forza. Va poi presidiato e rilanciato il tema della formazione di tutti i soggetti che entrano a contatto con le donne che subiscono violenza e non sempre sanno come agire: magistrati, operatori sanitari e forze dell’ordine. Passi avanti notevoli sono stati comunque fatti anche in termini di analisi del rischio che è fondamentale come strumento di prevenzione».

Insistere sull’attuazione concreta

Elena Bonetti concorda: quelli approvati sinora «sono stati interventi importanti, che hanno rafforzato gli strumenti legislativi e operativi di contrasto alla violenza contro le donne. A questi si affiancano misure come il microcredito di libertà e il reddito di libertà, che ho voluto introdurre da ministra per sostenere l’indipendenza economica delle donne e contrastare anche la violenza economica. È una base significativa, ma bisogna insistere sull’attuazione concreta, sul coordinamento tra istituzioni e sul rafforzamento dei percorsi di autonomia».

Se le norme penali non bastano

Dell’attuazione come «prima sfida» parla anche Maria Elena Boschi, ricordando che risale al 2015 (Governo Renzi) il primo Piano nazionale anti violenza. Bene tutti gli avanzamenti, fino alla legge «votata da tutti che ha trasformato il femmicidio da aggravante a reato autonomo», ma «le norme penali, da sole, non salvano le donne se da un lato non c’è certezza della pena e dall’altro soprattutto non c’è un cambio culturale, se non funzionano prevenzione, formazione e protezione concreta». «Noi grazie a una proposta di Lucia Annibali abbiamo introdotto il reddito di liberta per le donne vittime di violenza e investito molto nella formazione degli operatori dai pronto soccorso, alle forze dell’ordine», aggiunge la deputata.

Che cosa manca? Andare ancora avanti, come «in una sorta di passaggio di testimone in una staffetta per avvicinarsi alla meta». Dunque «un grande investimento culturale, a partire dalle scuole. Servono sì i braccialetti elettronici, ma servono anche i libri, l’educazione, la prevenzione. Invece il Governo Meloni sembra andare in direzione ostinata e contraria. Aumentano i reati, aumentano le pene, ma si impedisce l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Un atteggiamento miope quando è l’Istat che ci ricorda che quasi il 14% dei giovani pensa che un no possa significare sì. Purtroppo non sempre le famiglie sono in grado di fornire ai ragazzi strumenti adeguati e loro finiscono per “disinformarsi” su internet. Peggio ancora in alcuni casi le famiglie stesse sono modelli tossici sbagliati di rapporti uomo-donna».

La lunga marcia contro le penalizzazioni sul lavoro

Se sulla lotta alla violenza si dibatte, ma si ottengono anche risultati almeno in termini di convergenza tra le forze politiche e conseguente produzione normativa, sul lavoro femminile i miglioramenti sono molto più lenti. Lo riconosce Carfagna: «Credo che su lavoro, servizi alle madri lavoratrici e parità salariale ci sia ancora moltissimo da fare. Da ministra del Sud ho introdotto e finanziato il primo Lep italiano, quello sugli asili nido, con l’obbligo di aprire 33 posti ogni 100 bambini residenti in ogni singolo Comune. Ne sono orgogliosa, ma ora si deve vigilare sulla sua realizzazione. Allo stesso modo, le nuove norme europee sulla parità salariale devono essere utilizzate fino in fondo per affrontare e risolvere il gender gap in busta paga».

Servizi alle madri e congedi: i nodi irrisolti

«Conoscere e superare i divari di genere dovrebbe essere obiettivo di tutte le politiche pubbliche, eppure il bilancio di genere relativo al 2024 non è ancora stato licenziato dal ministero dell’Economia», punge Guerra, che da sottosegretaria al Mef aveva promosso attivamente la redazione del documento. Cruciale rimane il tema dei servizi. «Alcuni importanti passi sono stati fatti con il piano asili nido nel Pnrr, che poi è stato purtroppo ridimensionato. Nella discussione sui Lep bisognerebbe porre come prioritario il tema del tempo pieno a scuola. Si continua a rimandare l’attuazione della legge delega sulla non autosufficienza, altro ambito di “cura” che altrimenti grava pesantemente sulle spalle delle donne».

La condivisione del lavoro gratuito di cura è, forse, il nodo principale. Per la deputata dem, «potrebbe essere favorita dall’introduzione del congedo di maternità e paternità di cinque mesi obbligatorio e paritario al 100%, proposto dalle opposizioni e bocciato in questi giorni alla Camera senza che vi sia stata alcuna possibilità di confronto (bocciato per motivi di copertura finanziaria, ndr). Il Governo Meloni ha giustamente innalzato dal 60 all’80% la copertura per tre mesi di congedo parentale, ma non ha accettato di vincolare questo aumento a una fruizione paritaria anche di questi congedi. Eppure i dati dell’Inps usciti in questi giorni ci dicono che di questi congedi solo il 15% sono attualmente fruiti dai padri».

Le difficoltà per aumentare le assunzioni di donne

Guerra ammette che «vanno valutati con prudenza gli strumenti a favore delle assunzioni di donne. Sono favorevole alle premialità negli appalti a sostegno dell’occupazione femminile introdotte dal Pnrr, che però sono state di fatto annullate dalle deroghe successivamente ammesse. Le decontribuzioni invece sono un’arma a doppio taglio, in quanto spesso alimentano la segregazione delle donne sul lavoro rendendone possibile l’assunzione a bassi costi in settori poco qualificati e poco pagati». La strada, a suo avviso, dovrebbe essere quella di «dare seguito alla proposta di legge del Pd che disciplina il part time, come scelta volontaria e reversibile, e di tutto il campo largo sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. «In un’ottica di genere - afferma - tutti i temi relativi ai tempi del lavoro sono cruciali: il diritto alla disconnessione, il disincentivo, e non come adesso previsto in alcuni settori, l’incentivo al lavoro straordinario, ecc. Va inoltre totalmente rivista la modalità proposta dal governo per il recepimento della direttiva sulla trasparenza salariale che, nella formulazione proposta, legittima lo status quo, come se le categorie professionali utilizzate nella contrattazione pubblica e privata, non avessero spesso un connotato di discriminazione indiretta di genere piuttosto rilevante».

Il Family Act e l’esigenza di un approccio multidimensionale

Tra le criticità, c’è sicuramente quella di una frammentazione delle politiche per le donne che spesso impedisce una visione unitaria. Bonetti aveva tentato di superarla varando da ministra la prima Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, basata su cinque pilastri: Lavoro, Reddito, Competenze, Tempo, Potere. Forse l’unico tentativo di approccio multidimensionale al tema delle pari opportunità, da cui era nato il Family Act. «Purtroppo - dice - non si è proseguito con l’impianto sistemico che avevamo voluto imprimere. Alcune misure di attuazione erano già state impostate, altre introdotte, ma l’assenza di azioni realmente integrate ha fatto mancare parte degli obiettivi. Il tasso di occupazione femminile ha raggiunto livelli storicamente alti, ma nello stesso tempo è aumentato il gap salariale. Ora serve una verifica puntuale dei target e, su quella base, costruire una nuova strategia. Il metodo — approccio integrato, obiettivi misurabili, indicatori chiari — resta la novità più rilevante che abbiamo introdotto per la prima volta nel sistema legislativo del Paese e va mantenuto».

Anche perché dalla commissione d’inchiesta sulla transizione demografica - continua la deputata - «emerge con chiarezza che il lavoro femminile e l’autonomia dei giovani sono assi strategici per contrastare il declino demografico. Vanno rafforzati e completati gli strumenti per aumentare l’occupazione delle donne — dalla certificazione per la parità di genere per le imprese ai servizi educativi — e va attivata una politica organica per i giovani: formazione qualificata, aumento dei salari, autonomia abitativa. Senza queste condizioni, la libertà di scelta sulla genitorialità resta solo formale».

Senza continuità le politiche falliscono

Da sottosegretaria a Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità nel 2017 Boschi aveva presieduto il primo G7 Pari opportunità a Taormina, dove fu sottoscritto l’impegno per i Governi a ridurre del 25% entro il 2025 il divario per l’accesso al lavoro delle donne. Che cosa abbiamo sbagliato? «A Taormina - ricorda - affrontammo vari temi, dal contrasto alla violenza di genere, alle Stem, dall’empowerment femminile al bilanciamento vita-lavoro. Ridurre del 25% il divario nell’accesso al lavoro tra uomini e donne non era uno slogan, era una scelta politica. Negli anni dei nostri Governi abbiamo esteso il congedo obbligatorio per i padri, ampliato i congedi parentali, dato un giro di vite su dimissioni in bianco, investito sugli asili nido, sostenuto il welfare aziendale, messo al centro l’imprenditoria e l’occupazione femminile come leva di crescita. Che cosa non ha funzionato? Negli anni successivi non è stata data continuità a quelle politiche. Sarebbe stato necessario lavorare per avere servizi strutturali, nidi accessibili in tutto il Paese, tempo pieno scolastico diffuso, parità salariale effettiva».

A questo avrebbe dovuto servire, almeno nelle intenzioni sulla carta, il Family Act, misura «nata alla Leopolda» - tiene a sottolineare Boschi - e diventata legge (n. 32/2022) con un voto trasversale. «Teneva insieme misure strutturali per il sostegno alla natalità, per promuovere l’occupazione femminile e la parità tra donne e uomini nel mondo del lavoro», spiega Boschi, che condivide il rammarico per quello che definisce «affossamento» della legge sui congedi paritari («Alla fine, il carico di lavoro familiare resta in larghissima parte sulle spalle delle donne, si tratti di accogliere un figlio o prendersi cura di un familiare non autosufficiente») e accusa l’Esecutivo Meloni di aver «messo nel cassetto il Family Act: così l’occupazione femminile resta bloccata al 53% e non è solo un dato statistico, è un limite alla libertà delle donne e alla competitività dell’Italia. Se vogliamo imprimere una svolta, dobbiamo considerare il lavoro femminile una priorità economica nazionale, non una rinvendicazione - seppur legittima - di una parte».

La scommessa governativa sui centri per la famiglia

La difesa dell’attuale ministra Roccella è nota: la legge delega sul Family Act non aveva coperture finanziarie e quando è stata approvata di fatto era una «scatola vuota». Il Governo rivendica di aver messo al centro la famiglia come mai avvenuto prima, sia con i miliardi stanziati in legge di bilancio (l’ultima vale quasi 1,6 miliardi tra bonus madri lavoratrici e nuovi nati e aumenti della franchigia sul valore della prima casa ai fini Isee) sia con la rivitalizzazione dei Centri per la famiglia nei programmi nazionali come hub territoriali per sostenere i genitori. Fino a poco tempo queste strutture non avevano alcuna funzione riconosciuta e finanziata a livello nazionale, ma con il decreto Caivano (Dl 123/2023) all’articolo 14 sono state indicate come responsabili dei programmi di alfabetizzazione digitale e mediatica a tutela dei minori. Un primo riparto a loro favore di 28,7 milioni è già stato approvato, altri 55 milioni sono stati assegnati alle Regioni con un avviso dello scorso agosto. È la risposta del centrodestra ai consultori, pensati negli anni Settanta come presidi per promuovere la salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze e nel tempo progressivamente indeboliti. Era l’Italia delle lotte per l’autodeterminazione delle donne, ma anche quella in cui, dopo il picco, il tasso di fecondità ha iniziato a scendere sotto la soglia di rimpiazzo (due figli per donna). Fino alla catastrofe attuale, con un tasso arrivato a 1,18 figli per donna e lo scettro della disillusione in Europa.

Ricette facili non esistono e si vedrà soltanto con il tempo se la strategia attuale darà i suoi frutti. Ma irrobustire le donne sul lavoro, combattere discriminazioni e stereotipi, significa rafforzare la loro indipendenza. E aiutarle anche nel perseguire i loro eventuali desideri di maternità. Sempre che la società tutta, al di là della politica, sappia davvero accogliere e sostenere le madri e i più piccoli, non solo a parole.

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