Diritti

Un altro suicidio in carcere a Rossano, in Calabria. Ministro Nordio: «Lo Stato non abbandona nessuno»

A Torino nei giorni scorsi una donna si era suicidata e un'altra reclusa si era lasciata morire rifiutando acqua, cibo, cure e chiedendo insistentemente del figlio

Aggiornato il 12 agosto alle 17.40

(ANSA)

4' di lettura

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Dopo i due suicidi nelle carceri torinesi di venerdì, oggi un detenuto di 44 anni, originario di Lamezia Terme (Catanzaro), è stato trovato morto nella sua cella del carcere di Rossano, in Calabria. Secondo quanto si è potuto apprendere l’uomo si sarebbe tolto la vita. Sulla vicenda ha aperto un fascicolo la Procura di Castrovillari che avrebbe anche disposto il sequestro della salma. Il quarantaquattrenne si trovava nel carcere di Rossano dallo scorso febbraio perché coinvolto nell’operazione Svevia, operazione antidroga condotta dalla Guardia di finanza con il coordinamento della Dda di Catanzaro.

Intanto sabato il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è recato in visita al carcere di Torino dopo la tragica morte delle due detenute: una donna suicida e un’altra reclusa si è lasciata morire lentamente rifiutando acqua, cibo, cure e chiedendo insistentemente del figlio.

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La visita del Guardasiglli Nordio: «Puntare a strutture di detenzione differenziate»

Il Guardasiglli è entrato nella casa circondariale direttamente in auto, scortato dalla polizia stradale e ad accoglierlo ha trovato la direttrice della struttura penitenziaria, Elena Lombardi Vallauri, i garanti comunale, Monica Gallo, e regionale Bruno Mellano, insieme al responsabile dell’Azienda sanitaria locale per il carcere, Roberto Testi. Nordio ha avuto un colloquio con la direzione per ottenere la documentazione su entrambe le donne morte. Il ministro avrebbe chiesto un incontro con gli psichiatri della casa circondariale per acquisire elementi sui due decessi.

In seguito, Nordio in conferenza stampa ha detto: «Lo Stato non abbandona nessuno. La legge di bilancio quest’anno è stata quella che sappiamo - aggiunge poi il Guardasigilli parlando degli investimenti nel settore penitenziario - ha comportato sacrifici per tutti e anche per la giustizia. Confidiamo che il prossimo anno questa congiunzione negativa, di guerra, carestia, alluvioni e pandemia, finisca e ci permetta di avere risorse maggiori per poter aumentare il personale». «Bisogna garantire l’umanità del detenuto e il trattamento rieducativo. Non si tratta di un’ispezione - ha specificato parlando della propria presenza nella casa circondariale Lorusso e Cutugno - ma di una manifestazione di vicinanza del ministro e del suo staff sia in questo momento di dolore, ma anche di vicinanza alla direzione e alla polizia penitenziaria che soffre di gravi carenze di organico e di difficoltà operative che sono da subito, dall’inizio di questo governo, all’attenzione massima del ministero. Chi meglio di un ministro che ha svolto per quarant’anni la funzione di pubblico ministero conosce i disagi delle situazioni penitenziarie? Ogni suicidio in carcere è un fardello che ci angoscia ogni volta».

«Stamane - ha sottolineato Nordio - abbiamo ascoltato tutte le proposte. Cercheremo quella che vorrei chiamare una detenzione differenziata tra i detenuti molto pericolosi e quelli di modestissima pericolosità sociale. C’è una situazione intermedia che può essere risolta con l’utilizzo di molte caserme dismesse e che hanno spazi meno afflittivi», ha detto. «Costruire un carcere è costoso. Usare strutture dismesse con ampi spazi secondo me è soluzione su cui bisogna iniziare a lavorare e ci stiamo lavorando con risultati che saranno forse immediati», spiega Nordio.

La morte di Susan John: rifiutava di alimenatrsi

Susan John, nigeriana di 43 anni, era alle Vallette dal 21 luglio dopo un lungo periodo agli arresti domiciliari: doveva scontare una condanna (fine pena 2030) inflitta da una corte di Catania per reati di tratta e immigrazione clandestina. Ha rifiutato per 18 giorni il cibo, l’acqua, le medicine, tutto. Ma non stava sostenendo uno sciopero della fame: si è lasciata andare giorno dopo giorno, forse per disperazione. Continuava soltanto a ripetere che voleva vedere il figlioletto di quattro anni rimasto col padre (Susan era sposata). Era ristretta in un’area della sezione femminile riservata alle recluse con disagi psichici e problemi di comportamento. Verso le 3 della scorsa notte tra giovedì e venerdì il suo cuore ha smesso di battere. Inutile l’intervento della polizia penitenziaria e del personale medico.

Per Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, «cinismo e stanchezza purtroppo dirigono la vita in carcere. Nel caso della detenuta morta di inedia, nonostante l’impegno degli operatori, non si è trovata altra forma di sostegno che non recluderla in un reparto psichiatrico. Lei voleva solo avere l’opportunità di stare vicina a suo figlio di 4 anni affetto da autismo. Cosa è questo se non cinismo e stanchezza?».

Un suicidio poche ore dopo

Poche ore dopo la morte della donna nigeriana, un’altra detenuta nel carcere torinese delle Vallette si è tolta la vita impiccandosi nella propria cella. Aveva 28 anni. Era stata portata all’istituto di pena di Torino da Genova Pontedecimo. Il suo è il 43esimo suicidio del 2023 nelle carceri, 16esimo solo tra giugno e agosto.

I limiti dell’intervento

Sulla possibilità di intervenire per salvare i detenuti in sciopero della fame la situazione «non è del tutto chiara». È quanto fa notare l’avvocato Gianluca Vitale, uno dei legali del processo agli anarchici delle Fai-Fri che, a Torino, vedeva imputato Alfredo Cospito .

«La Corte europea per i diritti dell’uomo - spiega - afferma che l’alimentazione forzata, se il detenuto ha dichiarato espressamente di non volerla, potrebbe addirittura essere considerata un trattamento inumano e degradante. Credo che sia giusto: così come esiste la libertà di cura, esiste anche la libertà di non curarsi. Però c’è anche chi sostiene che sia praticabile nella forma del trattamento sanitario obbligatorio, per quanto solo in presenza di patologie di natura psichiatrica».

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