Arte contemporanea

Destinazioni che valgono il viaggio: visitare la nuova Fondation Cartier a Parigi

Jean Nouvel ripensa l’edificio dei Grands Magasins du Louvre come un teatro dinamico. E i Formafantasma firmano un design espositivo che rivoluziona l’idea stessa di museo. Nel segno della Gen Z, Alpha e oltre.

di Nicoletta Polla-Mattiot

A Parigi, Jean Nouvel ripensa l’edificio dei Grands Magasins du Louvre.

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La generazione dei nativi digitali è portata a ragionare per giustapposizione e confronto, non per causa-effetto e neppure per categorie spazio-temporali come prima e dopo. Tutto avviene durante: l’esperienza è un flusso, distribuita su più piani contemporanei e altrettanti device coesistenti.

Fondation Cartier, la struttura fotografata dal basso.

Sto pensando a questo mentre, al centro esatto del piano zero della nuova Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi, sovrastata da un enorme albero di piume di Solange Pessoa, con ai piedi il cielo cadente e parcellizzato di Sarah Sze, sto cercando di orientarmi e prendere una direzione di visita. Ai quattro lati, come in un caleidoscopio cromatico, ci sono i rossi materici di Olga de Amaral (Muro en rojos), quelli naturalistici di Sheroanawe Hakihiiwe, il bianco puro della Grande Testa di Alain Séchas e i candidi modelli del Sydney Cloud Arch di Junya Ishigami.

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“Untitled” (2014-2024), di Tadanori Yokoo: una serie di ritratti realizzata dal graphic designer per la Fondazione.

Appartengo alla Generazione X e la tentazione di cercare una mappa e un itinerario sono connaturati al mio modo di fruire l’arte. Eppure, in tempi di IA e connessioni neurali ramificate, il contemporaneo ha bisogno di nuovi spazi e nuovi percorsi espositivi che integrino la divergenza sistemica alla linearità di pensiero.

“Visage archaïque” (2002), di Alessandro Mendini, in mosaico di vetro e cristalli Swarovski.

A questo deve aver pensato Jean Nouvel quando ha accolto l’incarico di reimmaginare l’interno dell’edificio haussmanniano che un tempo ospitava i Grands Magasins du Louvre. La sua architettura dinamica usa cinque piattaforme mobili, distribuite longitudinalmente e azionate da un sistema di carrucole e cavi a vista, che scompongono l’altezza dal piano -1 fino al soffitto. L’impatto è industriale e potente proprio perché inserito in un palazzo dell’Ottocento, plasmato da epoche e strati di storia sovrapposti, e circondato dai principali landmark culturali e politici della capitale francese. Più ancora delle undici diverse posizioni verticali, che le piattaforme possono disegnare moltiplicando le possibilità di allestimento, Nouvel pone l’accento sulle pareti. «A livello della strada, le ampie vetrate su rue de Rivoli, rue Saint-Honoré e sulla place du Palais-Royal permettono allo sguardo di attraversare lo spazio da una via all’altra e abbattono le barriere fra interno ed esterno», spiega. «La trasparenza rafforza il senso di appartenenza alla storia di Parigi così come i soffitti di vetro dialogano con il cielo e con il verde sul tetto». L’interazione con la vita che scorre, per Nouvel, è il modo d’intercettare, anche spazialmente, lo spirito del tempo e di lasciare la più completa libertà di espressione agli artisti, senza limiti di altezza, senza confini dimensionali. Così il modello in larga scala di Bodys Isek Kingelez, intitolato Progetto per la Kinshasa del terzo millennio, può prendere posto accanto alla Piccola cattedrale di Alessandro Mendini, il corridoio sonoro di Bernie Krause animato dalle voci di migliaia di grilli convive con il silenzio trattenuto del respiro di Bill Viola e del suo video Nove tentativi di raggiungere l’immortalità. L’epica distesa di Cremaster 4 di Matthew Barney non stona fianco a fianco alle piccole ceramiche di Gustavo Pérez. E così via per le oltre 600 opere ospitate in questa prima Exposition Générale, curata da Béatrice Grenier e Grazia Quaroni, che dà spazio a un centinaio di artisti e il cui titolo richiama proprio la prima Esposizione Universale di Parigi tenuta qui nel 1855.

Vista degli spazi, con in primo piano “Miracéus” (2014-2018), di Solange Pessoa.

Ma torniamo per un momento al visitatore della Gen Z, o persino della Gen Alpha, che entra, magari per la prima volta, in un museo. È abituato a linguaggi diversi, e li usa in modo intercambiabile, coniuga due verbi più spesso degli altri – attraversare e condividere –, non ha un senso preciso del confine, di genere, di geografia, di ruolo, di media, persino di materia, è intimamente irrequieto, fluido, veloce. Qui dentro si affaccia a un edificio che è tutto fuorché una galleria tradizionale, dove ogni parte, oggetto, video, dipinto, installazione, è interdipendente, il che assomiglia molto al suo modo di ragionare, al suo essere sempre, contemporaneamente, qui, altrove e in molti luoghi. Simone Farresin dei Formafantasma, il duo formato con Andrea Trimarchi, a cui è stato affidato l’allestimento, mi assicura di non pensare al pubblico che visiterà la Fondazione. «Il pubblico siamo noi e facciamo le mostre che piacciono a noi». Non è una dichiarazione egocentrica, è piuttosto la volontà di abbattere la barriera, anche concettuale, fra chi progetta e chi fruisce. Se Nouvel ha lavorato sulla continuità di dentro e fuori, passato e presente, museo e vita, i Formafantasma hanno intessuto un rapporto più intuitivo con le opere, basato su una comprensione sensoriale e sulla necessità di fare i conti con dimensioni e impatto visivo, ma anche con l’orientamento dello sguardo, libero di muoversi orizzontalmente e verticalmente. «La grande libertà di questo posto è anche la sua complessità. Ci si sposta dentro un luogo che non ha corridoi o elementi di raccordo vuoti né di semplice passaggio, ma dove tutto è esposizione», racconta. Occorre tenere a mente il bisogno di chi viene qui per cercare un rapporto d’intimità, vis-à-vis con un artista oppure con un’opera particolare, senza tuttavia perdere di vista la crossing vision, quel background allargato dove ogni opera dialoga e s’interseca con tutte le altre, nelle rispettive posizioni. «Perché l’exhibition design è, di fatto, un design di relazione, anche se, in qualche modo, tutto il design lo è», dice Farresin.

“Tracing Fallen Sky” (2020), di Sarah Sze.

Ci si muove in una dimensione che è insieme sperimentale e sociale, mentale e corporea. «Entrare in un museo è un’esperienza fisica che facciamo con il nostro corpo, ben diversa dal vedere un’immagine sul telefonino», continua. Un percorso materiale che certamente usa gli occhi e le orecchie, ma percepisce con una sensibilità allargata, che dà forma alle idee, non viceversa.

Siamo ospiti di un vasto teatro contemporaneo, attrezzato con un insieme di palchi girevoli, quinte mobili, macchine da spettacolo, scenari mutevoli: ad andare in scena, non è l’artista, ma il nostro rapporto con la sua opera. Soggettivo, personale e, in parte, forse, generazionale. «È come visitare una nuova città, ci orientiamo non seguendo un percorso predeterminato, ma prendendo comunque dei punti di riferimento. È una navigazione intuitiva. L’allestimento ha seguito questo schema: ci sono alcuni landmark, che aiutano a trovare la strada, senza limitare la libertà. Sono, per esempio, le lanterne che punteggiano lo spazio, alti elementi verticali luminescenti», aggiunge. Con i suoi quattro nuclei tematici, la mostra durerà quasi un anno (fino ad agosto 2026) e propone una cartografia alternativa che reinventa l’idea stessa del museo enciclopedico o della personale cronologica. Si sviluppa invece come un laboratorio architettonico fugace (Machines d’architecture), una riflessione sui mondi viventi e la loro conservazione (Être nature), uno spazio di sperimentazione di materiali e tecniche (Making Things) e un’esplorazione del futuro attraverso scienza, tecnologia e finzione (Un monde réel). Traiettorie che si possono percepire, seguire oppure disattendere.

“Woman with Shopping” (2013), di Ron Mueck.

Provo a farlo io stessa, assecondando quel senso di vaga disobbedienza rilassata che la flânerie, vera invenzione francese, insegna. Così mi soffermo sugli alberi, che paiono sfidare il vetro e l’acciaio con mille gradazioni di verde, dall’Amazzonia alle Alpi, scendo a bordo di un sottomarino e spicco il volo dentro un cielo iperrealista pieno zeppo di stelle, salgo a bordo di ogni sorta di velocipede a due ruote, ma soprattutto mi perdo fra i panni stesi di Boltanski, così familiari, così struggenti, così terribili nel loro significato ultimo di sudari, schermi di ombre che vivono solo un giorno.

Cambiare casa significa anche disegnare un nuovo perimetro alla propria identità. L’indirizzo della nuova Fondation Cartier, al numero 2 di place du Palais-Royal, apre una sfida alle abitudini degli adulti e un ponte al pensiero laterale dei giovani. Il grande critico Georges Didi-Huberman scrive che l’arte, lungi da dare risposte, è una domanda che deve restare tale. Anche il modo di esporla ci interroga sulla nostra capacità di lasciare le rotte già segnate, ma anche le bussole, i sestanti e le guide, e di navigare la promettente avventura dell’ignoto.

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