Destinazioni che valgono il viaggio: visitare la nuova Fondation Cartier a Parigi
Jean Nouvel ripensa l’edificio dei Grands Magasins du Louvre come un teatro dinamico. E i Formafantasma firmano un design espositivo che rivoluziona l’idea stessa di museo. Nel segno della Gen Z, Alpha e oltre.
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La generazione dei nativi digitali è portata a ragionare per giustapposizione e confronto, non per causa-effetto e neppure per categorie spazio-temporali come prima e dopo. Tutto avviene durante: l’esperienza è un flusso, distribuita su più piani contemporanei e altrettanti device coesistenti.
Sto pensando a questo mentre, al centro esatto del piano zero della nuova Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi, sovrastata da un enorme albero di piume di Solange Pessoa, con ai piedi il cielo cadente e parcellizzato di Sarah Sze, sto cercando di orientarmi e prendere una direzione di visita. Ai quattro lati, come in un caleidoscopio cromatico, ci sono i rossi materici di Olga de Amaral (Muro en rojos), quelli naturalistici di Sheroanawe Hakihiiwe, il bianco puro della Grande Testa di Alain Séchas e i candidi modelli del Sydney Cloud Arch di Junya Ishigami.
Appartengo alla Generazione X e la tentazione di cercare una mappa e un itinerario sono connaturati al mio modo di fruire l’arte. Eppure, in tempi di IA e connessioni neurali ramificate, il contemporaneo ha bisogno di nuovi spazi e nuovi percorsi espositivi che integrino la divergenza sistemica alla linearità di pensiero.
A questo deve aver pensato Jean Nouvel quando ha accolto l’incarico di reimmaginare l’interno dell’edificio haussmanniano che un tempo ospitava i Grands Magasins du Louvre. La sua architettura dinamica usa cinque piattaforme mobili, distribuite longitudinalmente e azionate da un sistema di carrucole e cavi a vista, che scompongono l’altezza dal piano -1 fino al soffitto. L’impatto è industriale e potente proprio perché inserito in un palazzo dell’Ottocento, plasmato da epoche e strati di storia sovrapposti, e circondato dai principali landmark culturali e politici della capitale francese. Più ancora delle undici diverse posizioni verticali, che le piattaforme possono disegnare moltiplicando le possibilità di allestimento, Nouvel pone l’accento sulle pareti. «A livello della strada, le ampie vetrate su rue de Rivoli, rue Saint-Honoré e sulla place du Palais-Royal permettono allo sguardo di attraversare lo spazio da una via all’altra e abbattono le barriere fra interno ed esterno», spiega. «La trasparenza rafforza il senso di appartenenza alla storia di Parigi così come i soffitti di vetro dialogano con il cielo e con il verde sul tetto». L’interazione con la vita che scorre, per Nouvel, è il modo d’intercettare, anche spazialmente, lo spirito del tempo e di lasciare la più completa libertà di espressione agli artisti, senza limiti di altezza, senza confini dimensionali. Così il modello in larga scala di Bodys Isek Kingelez, intitolato Progetto per la Kinshasa del terzo millennio, può prendere posto accanto alla Piccola cattedrale di Alessandro Mendini, il corridoio sonoro di Bernie Krause animato dalle voci di migliaia di grilli convive con il silenzio trattenuto del respiro di Bill Viola e del suo video Nove tentativi di raggiungere l’immortalità. L’epica distesa di Cremaster 4 di Matthew Barney non stona fianco a fianco alle piccole ceramiche di Gustavo Pérez. E così via per le oltre 600 opere ospitate in questa prima Exposition Générale, curata da Béatrice Grenier e Grazia Quaroni, che dà spazio a un centinaio di artisti e il cui titolo richiama proprio la prima Esposizione Universale di Parigi tenuta qui nel 1855.
Ma torniamo per un momento al visitatore della Gen Z, o persino della Gen Alpha, che entra, magari per la prima volta, in un museo. È abituato a linguaggi diversi, e li usa in modo intercambiabile, coniuga due verbi più spesso degli altri – attraversare e condividere –, non ha un senso preciso del confine, di genere, di geografia, di ruolo, di media, persino di materia, è intimamente irrequieto, fluido, veloce. Qui dentro si affaccia a un edificio che è tutto fuorché una galleria tradizionale, dove ogni parte, oggetto, video, dipinto, installazione, è interdipendente, il che assomiglia molto al suo modo di ragionare, al suo essere sempre, contemporaneamente, qui, altrove e in molti luoghi. Simone Farresin dei Formafantasma, il duo formato con Andrea Trimarchi, a cui è stato affidato l’allestimento, mi assicura di non pensare al pubblico che visiterà la Fondazione. «Il pubblico siamo noi e facciamo le mostre che piacciono a noi». Non è una dichiarazione egocentrica, è piuttosto la volontà di abbattere la barriera, anche concettuale, fra chi progetta e chi fruisce. Se Nouvel ha lavorato sulla continuità di dentro e fuori, passato e presente, museo e vita, i Formafantasma hanno intessuto un rapporto più intuitivo con le opere, basato su una comprensione sensoriale e sulla necessità di fare i conti con dimensioni e impatto visivo, ma anche con l’orientamento dello sguardo, libero di muoversi orizzontalmente e verticalmente. «La grande libertà di questo posto è anche la sua complessità. Ci si sposta dentro un luogo che non ha corridoi o elementi di raccordo vuoti né di semplice passaggio, ma dove tutto è esposizione», racconta. Occorre tenere a mente il bisogno di chi viene qui per cercare un rapporto d’intimità, vis-à-vis con un artista oppure con un’opera particolare, senza tuttavia perdere di vista la crossing vision, quel background allargato dove ogni opera dialoga e s’interseca con tutte le altre, nelle rispettive posizioni. «Perché l’exhibition design è, di fatto, un design di relazione, anche se, in qualche modo, tutto il design lo è», dice Farresin.














