Design, nonostante le bombe: l’Ucraina resiste anche così
I racconti dei giovani agli stand del Salone del Mobile. Fabbriche aperte, tra lutti, devastazioni e black-out
di Luca Orlando
4' di lettura
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«Quanti morti? Forse lei vuol dire quanti uccisi». Il volto di Michayl si indurisce, anche il tono diventa più aspro. E con ragione, alla luce della domanda mal posta sui caduti della sua azienda.
Dialogare con il direttore di fabbrica di Dniprovud, parte del gruppo Veneto, è un brusco richiamo alla realtà e al recupero di una giusta prospettiva. Con il tema dei dazi, così pervasivo e totalizzante nel dialogo con le imprese italiane, a scolorire in lontananza e diventare un debole rumore di fondo di fronte alle sofferenze e al dolore sperimentato ogni giorno, da tre anni, dal popolo ucraino e dalle tante aziende che a dispetto del quadro di continua emergenza continuano a produrre.
Lo stand congiunto che al Salone del Mobile raccoglie 13 imprese di Kiev è un campionario di orgoglio ma anche di ottimismo, nonostante tutto. Stand semplice, scarno, con produzioni e oggetti lineari, forse in parte lontani dal nostro gusto. Eppure in grado di trasmettere in modo immediato più emozioni degli ampi spazi limitrofi, stand da centinaia di migliaia di euro. Coerenti con un mondo, il nostro, più ricco ma soprattutto più fortunato, geograficamente lontano dalla Russia di Putin.
Essere qui, con prodotti realizzati tra lutti e bombe, è una sorta di piccolo-grande miracolo. Perché a doversi adeguare è anzitutto la vita di fabbrica. «Con i turni sconvolti - spiega Mikhayl - per produrre di notte e sfruttare le possibilità offerte dalla martoriata rete elettrica. Anche se la qualità - osserva - è messa a rischio dalle difficoltà del lavoro notturno, dal tasso di errore più alto, dalla stanchezza delle persone». Ma a cambiare nelle aziende è necessariamente anche l’organico, stravolto in pochi anni invertendo la proporzione 60 -40 tra uomini e donne, tenendo conto delle assenze forzate della popolazione maschile, che spesso si trasformano in vuoti definitivi.
«Otto persone della nostra fabbrica sono state uccise in guerra - spiega Mikhayl - ma tutti noi in Ucraina conosciamo qualcuno che ha perso un parente o un conoscente. Persone uccise, non morte. Perché è diverso. E le parole che usiamo definiscono la realtà».







