Frontiere hi-tech

Dentro la nuova cultura immersiva: lo spettatore al centro delle immagini

L’evoluzione dell’intrattenimento non passa solo dall’IA, ma da spazi che, grazie a tecnologie all’avanguardia, ricreano ambienti dove lo show è a 360 gradi.

di Alba Solaro

Un frame del video musicale “Haze” di Lin Chien, vincitore del Baiff 2025 Photography Award. (COURTESY BAIFF)

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Vedere non ci basta più. Ci vogliamo letteralmente immergere: in un quadro di Monet, in una notte stellata di van Gogh, nel concerto virtuale degli Abba, nei corridoi del castello di Hogwarts con Harry Potter. Guardare è sempre più un’esperienza immersiva, parolina magica e abusata, a rischio di overdose e immersive-washing – se non vogliamo finire col reputare immersiva anche la videochiamata con un amico. Un modo diverso di vedere la cosa è considerarla come un ulteriore passaggio nell’evoluzione della società dell’immagine iniziata negli anni Ottanta con i video musicali, che avevano creato un nuovo linguaggio, cambiato il modo di consumare e pensare la musica, ma anche la moda, il cinema. E avevano, per la prima volta, sfumato i confini tra contenuto e marketing. Oggi ci sembra preistoria, ma sono pur sempre video quelli che ci tengono incollati alle stories sul cellulare. Solo che adesso ogni cosa è immersiva. E lo sarà sempre di più. Secondo dati ufficiali, nel 2024 il mercato dell’intrattenimento totalizzante a livello globale era di circa 114 miliardi di dollari e si stima che quadruplicherà, raggiungendo i 442 miliardi di dollari entro il 2030. Un boom dove a spingere, ovviamente, sono le nuove tecnologie. Intelligenza artificiale in testa, ma anche la progettazione di spazi inediti: enormi cupole le cui pareti incorporano Led, proiezioni video mappate su vasta scala, dove anche lo spazio in cui siede lo spettatore diventa parte dello show. Dove ci porta tutto questo? A una nuova forma di arte e di comunicazione, o al rischio di appiattire tutto in puro intrattenimento? Abbiamo girato la domanda a chi opera in questo settore ai massimi livelli.

“King Size”, l’installazione che Marco Brambilla ha realizzato per l’inaugurazione dello Sphere di Las Vegas, su invito degli U2. (©MarcoBrambilla)

«UNA SOLUZIONE PER CONVINCERE LE PERSONE A USCIRE DI CASA»

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A 15 anni girava i suoi primi video. A 28 metteva un piede a Hollywood con Demolition Man, action movie di fantascienza con Sylvester Stallone e Wesley Snipes. Poi Marco Brambilla, nato a Milano nel 1960, naturalizzato canadese da molti anni, ha deciso che la videoarte era più appassionante dei compromessi richiesti dall’industria cinematografica.

Una sua opera di immagini digitali in movimento realizzata con l’IA, Approximations of Utopia, è stata proiettata contemporaneamente su 95 cartelloni pubblicitari di Times Square, a New York. I suoi collage video come Megaplex, che riecheggiano i trittici di Hieronymus Bosch, sono passati per il MoMa e il Guggenheim. «Ora sto lavorando con Donatien Grau, il curatore d’arte contemporanea del Louvre, al mio prossimo lavoro, The Body of the Emperor, ispirato agli imperatori romani per parlare di questo mondo sempre più incentrato sul mito e la centralizzazione del potere».

Brambilla opera su larga scala e ad alto tasso immersivo. After Utopia, che dopo Miami sarà in Spagna e poi Montréal, utilizza schermi altissimi come totem, «su cui vengono proiettate immagini (rielaborate dall’IA) da 18 expo universali. Le expo mi hanno sempre affascinato. Sono meravigliose capsule del tempo, servivano a mostrare i progressi tecnologici dei vari Paesi. Quando mi sono trasferito in Canada da ragazzino, una delle prime cose che ho visto è stata l’Expo di Montréal, poi sono riuscito a visitare quelle di Osaka, Shanghai, Siviglia, Bruxelles». Utopia, ricorda Brambilla, significa nessun luogo. «Un sogno collettivo che è sempre stato irraggiungibile. Quando studiavo architettura ero affascinato dal lavoro di visionari come gli italiani Archigram e Superstudio che, nel mondo predigitale, disegnavano modelli come la Plug-In City, utopia di una megastruttura in continua evoluzione che incorpora tutti i servizi».

Si progettano ancora spazi visionari. Dopo aver visto a Londra l’installazione Heaven’s Gate, gli U2 lo hanno invitato a collaborare allo show tenuto per 25 notti di seguito per inaugurare lo Sphere di Las Vegas: una gigantesca cupola da 15mila posti con uno schermo a Led curvi che ne copre l’intera superficie per 15mila metri quadri a una risoluzione di 16K (la più alta del mondo). È monstre anche l’opera video che ha proiettato: King Size ispirata a Elvis Presley come simbolo del sogno americano perduto. Per realizzarlo, Brambilla ha addestrato un’IA a elaborare oltre 12mila sample di filmati dai concerti e film del re del rock’n’roll. «È stato fantastico. Mai visto nulla di quelle dimensioni, è una struttura iperspettacolare. Dove anche il termine immersivo acquista un senso completamente nuovo. Non capita spesso di vedere 15mila persone con la bocca spalancata dallo stupore, in tempi in cui nessuno si meraviglia più di niente. Ne stanno progettando altri, a Londra e Dubai. Magari così porteremo le persone a lasciare computer e telefonini. E finalmente a uscire di casa».

«SE UN FILM CI COINVOLGE È PER QUEL CHE DICE, NON PER COME LO DICE»

In un altro angolo di mondo c’è chi porta il pubblico in un palazzo antico per vedere il futuro. Il Burano Artificial Intelligence Film Festival (Baiff), è più che pionieristico, nato nel 2023 quando il cinema fatto con l’ausilio dell’IA praticamente non esisteva. Quest’anno a ottobre ci sarà la quarta edizione. Il dettaglio poetico è che tutto questo non succede in qualche megalopoli ipertecnologica, ma tra le casette colorate dell’isoletta di Burano. «Siamo arrivati qui, scappando dall’overtourism di Venezia», racconta Giovanni Balletta, fondatore del festival con la sua compagna, Hanna Rudak, cineasta bielorussa. «E qui abbiamo appreso di una storia romantica che ci ha ispirato, quella di Bepi Suà. La sua casa ha la facciata più colorata di tutte. Bepi è stato per anni il manutentore dei cinema locali, qui ce n’erano ben quattro su nemmeno 4mila abitanti! Quando anche l’ultima sala ha chiuso, lui calava un lenzuolo bianco davanti al campetto di casa e proiettava cartoni animati per i bambini di Burano». L’idea di fare un festival di cortometraggi realizzati con l’IA è stata un salto nel buio. «Ci chiedevamo, chissà se qualcuno si farà vivo. Dopo una settimana dal lancio del sito avevamo ricevuto 34 corti; alla fine del periodo di iscrizione erano diventati 254 provenienti da 122 Paesi del mondo». Lo sguardo del Baiff su creatività e intelligenza artificiale ha attirato subito «altri pazzi come noi curiosi di che cosa verrà fuori, come Andrea Seno, ex calciatore dell’Inter oggi presidente del Baiff, il vice è Marco Nardin; sono entrati anche Giovanni Selvatico, Piergiorgio Baroldi e Giacinto Fiore, che ci ha concesso la prima grande vetrina nazionale all’AI Week di Milano». Sul sito si possono vedere tutti i corti selezionati, ma il festival è in presenza, ospitato a Venezia dalla Fondazione Querini Stampalia. «Ed è totalmente immersivo», aggiunge Balletta. «Lo spettatore può tuffarsi in maratone di corti, incontrare tutti i registi e creator che assistono anche loro in sala, partecipare agli incontri divulgativi con studiosi come il filosofo Nicola Donti. Forse un giorno non lontano, potremo chiedere a una app di IA “vorrei guardare un film horror con Johnny Depp e Brad Pitt in un casolare su Marte” e il film verrà creato direttamente davanti a noi in tempo reale. Ma una delle cose più interessanti che abbiamo osservato in questi anni è l’evoluzione della troupe cinematografica, che ora è composta da creator, registi, ingegneri del prompt, esperti dei vari tool tecnologici. Tutte le volte che nel cinema si è introdotta un’innovazione tecnologica non si sono persi ruoli professionali, se ne sono creati di nuovi. L’IA segue le nostre indicazioni: ci vuole un vero direttore della fotografia per dirle che tipo di inquadratura vuoi, con quale luce, quali lenti eccetera. Ci vogliono competenze. Ma soprattutto bisogna avere qualcosa da raccontare. Se un film ci coinvolge non è per come è stato realizzato, ma per quello che ci sta dicendo».

Un momento di “Aura Invalides”, show realizzato nel 2023 dalla canadese Moment Factory a Les Invalides a Parigi. (©MOMENT FACTORY)

«L’EMOZIONE FUNZIONA COME UN COLLANTE CULTURALE»

Immersività è partecipazione? Giorgio Gaber ci perdonerà per la citazione, ma fotografa bene l’idea intorno a cui si muove il lavoro della canadese Moment Factory, che dal 2001 realizza progetti di intrattenimento multidisciplinare per clienti che si chiamano Madonna, Billie Eilish, Sony, Microsoft, Disney, ultimo in ordine di tempo il Real Madrid. «I nostri team uniscono video, audio, luci, effetti speciali, interattività e architettura per coinvolgere il pubblico», ci spiega Catherine Turp, che nasce come vee-jay e ora è la director of creation dello studio. «La mission da quando abbiamo iniziato è sempre stata quella di unire creatività e tecnologia. E la nostra visione è davvero quella di innescare connessioni creando esperienze nel mondo fisico che permettano alle persone di connettersi». L’immersività, spiega Turp, per loro è solo uno degli elementi utilizzati. Un elemento che amplifica certe esperienze, ma il punto centrale è proprio l’esperienza. Anzi, l’esperienza emozionale «perché vediamo l’emozione come un vero e proprio collante culturale».

Show realizzato da Moment Factory, “Phish” allo Sphere di LasVegas nel 2024. (©MOMENT FACTORY)

Sin da quando Moment Factory si è formata 25 anni fa, «abbiamo cercato nuove forme di intrattenimento multimediale. Ora, direi piuttosto che siamo alla ricerca di nuove forme di esperienze umane. Le definiamo come nuovi falò digitali, perché le persone si riunivano attorno al fuoco migliaia di anni fa per condividere storie, per vivere queste esperienze collettive». Uno dei progetti più suggestivi è Arbora Lumina, un percorso notturno illuminato nella foresta in una tenuta millenaria, il Domaine d’Harcourt in Normandia. «Curiosity Cove a Singapore, invece, è un’esperienza multisensoriale dove le meraviglie della natura prendono vita in un mondo soprannaturale, e ogni elemento risponde al tocco e al movimento dei bambini. Tra i progetti più apprezzati dal pubblico c’è Mirror Mirror: una stanza piena di nebbia e colori e con un suono incredibilmente immersivo. Sorprendere, emozionare è essenziale. Ma la cosa più importante per noi è partire da un approccio incentrato sull’uomo, comprendere il pubblico e creare questo contesto di immersione in cui le persone possono sentirsi parte di qualcosa di più grande di loro».

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