Dentro la nuova cultura immersiva: lo spettatore al centro delle immagini
L’evoluzione dell’intrattenimento non passa solo dall’IA, ma da spazi che, grazie a tecnologie all’avanguardia, ricreano ambienti dove lo show è a 360 gradi.
di Alba Solaro
6' di lettura
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Vedere non ci basta più. Ci vogliamo letteralmente immergere: in un quadro di Monet, in una notte stellata di van Gogh, nel concerto virtuale degli Abba, nei corridoi del castello di Hogwarts con Harry Potter. Guardare è sempre più un’esperienza immersiva, parolina magica e abusata, a rischio di overdose e immersive-washing – se non vogliamo finire col reputare immersiva anche la videochiamata con un amico. Un modo diverso di vedere la cosa è considerarla come un ulteriore passaggio nell’evoluzione della società dell’immagine iniziata negli anni Ottanta con i video musicali, che avevano creato un nuovo linguaggio, cambiato il modo di consumare e pensare la musica, ma anche la moda, il cinema. E avevano, per la prima volta, sfumato i confini tra contenuto e marketing. Oggi ci sembra preistoria, ma sono pur sempre video quelli che ci tengono incollati alle stories sul cellulare. Solo che adesso ogni cosa è immersiva. E lo sarà sempre di più. Secondo dati ufficiali, nel 2024 il mercato dell’intrattenimento totalizzante a livello globale era di circa 114 miliardi di dollari e si stima che quadruplicherà, raggiungendo i 442 miliardi di dollari entro il 2030. Un boom dove a spingere, ovviamente, sono le nuove tecnologie. Intelligenza artificiale in testa, ma anche la progettazione di spazi inediti: enormi cupole le cui pareti incorporano Led, proiezioni video mappate su vasta scala, dove anche lo spazio in cui siede lo spettatore diventa parte dello show. Dove ci porta tutto questo? A una nuova forma di arte e di comunicazione, o al rischio di appiattire tutto in puro intrattenimento? Abbiamo girato la domanda a chi opera in questo settore ai massimi livelli.
«UNA SOLUZIONE PER CONVINCERE LE PERSONE A USCIRE DI CASA»
A 15 anni girava i suoi primi video. A 28 metteva un piede a Hollywood con Demolition Man, action movie di fantascienza con Sylvester Stallone e Wesley Snipes. Poi Marco Brambilla, nato a Milano nel 1960, naturalizzato canadese da molti anni, ha deciso che la videoarte era più appassionante dei compromessi richiesti dall’industria cinematografica.
Una sua opera di immagini digitali in movimento realizzata con l’IA, Approximations of Utopia, è stata proiettata contemporaneamente su 95 cartelloni pubblicitari di Times Square, a New York. I suoi collage video come Megaplex, che riecheggiano i trittici di Hieronymus Bosch, sono passati per il MoMa e il Guggenheim. «Ora sto lavorando con Donatien Grau, il curatore d’arte contemporanea del Louvre, al mio prossimo lavoro, The Body of the Emperor, ispirato agli imperatori romani per parlare di questo mondo sempre più incentrato sul mito e la centralizzazione del potere».
Brambilla opera su larga scala e ad alto tasso immersivo. After Utopia, che dopo Miami sarà in Spagna e poi Montréal, utilizza schermi altissimi come totem, «su cui vengono proiettate immagini (rielaborate dall’IA) da 18 expo universali. Le expo mi hanno sempre affascinato. Sono meravigliose capsule del tempo, servivano a mostrare i progressi tecnologici dei vari Paesi. Quando mi sono trasferito in Canada da ragazzino, una delle prime cose che ho visto è stata l’Expo di Montréal, poi sono riuscito a visitare quelle di Osaka, Shanghai, Siviglia, Bruxelles». Utopia, ricorda Brambilla, significa nessun luogo. «Un sogno collettivo che è sempre stato irraggiungibile. Quando studiavo architettura ero affascinato dal lavoro di visionari come gli italiani Archigram e Superstudio che, nel mondo predigitale, disegnavano modelli come la Plug-In City, utopia di una megastruttura in continua evoluzione che incorpora tutti i servizi».











