L’allarme

Denatalità shock: 5 milioni di lavoratori in meno al 2040

L’Italia rischia un conto salato dalle culle sempre più vuote: a settembre perderemo 134mila studenti. Dal calo della forza lavoro giù il prodotto dell’11%, sale la spesa per sanità e long term care

di Marco Rogari e Claudio Tucci

Crisi delle nascite, denatalità crisi demografica, diminuzione. (Imagoeconomica)

4' di lettura

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Dalla scuola al lavoro. Dalle pensioni al welfare, a partire dalla sanità. Dai conti pubblici alla crescita. Negli ultimi mesi ormai tutti i principali osservatori statistici, nazionali ed internazionali, hanno lanciato ripetuti allarmi legati alla denatalità e, più in generale, alla transizione demografica.

Le culle sempre più vuote

I numeri generali del problema li ha ricordati recentemente l’Istat: negli ultimi cinque anni le nascite sono passate da 420.084 del 2019 a circa 380mila del 2023 (nel 2024 si scende ancora a circa 370mila).

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Con questo andamento, al netto di clamorose quanto improbabili inversioni di rotta, la popolazione passerà dagli attuali 59 milioni di abitanti a 54,8 milioni nel 2050, fino ad arrivare a 46,1 milioni nel 2080. Il tasso di fecondità è ormai di appena 1,18 figli per donna. L’effetto di ciò è una lenta, silenziosa ma inesorabile ricomposizione della popolazione: il rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) è destinato a scendere da circa tre a due nel 2023 all’unità circa nel 2050, anno in cui, tra l’altro, anche il rapporto tra occupati e pensionati si dovrebbe avvicinare al fatidico “1 a 1”.

In uno scenario mediano, sempre l’Istat indica entro il 2050 che le persone di 65 anni e più potrebbero rappresentare il 34,5% del totale. Insomma, assistiamo a un ribaltamento tra presenza giovane e matura nella popolazione in età attiva italiana, che ha subito una forte accelerazione: si è passati infatti da una fascia 15-34 più abbondante di circa 3 milioni di persone rispetto a quella 50-74 nel 2004, a una situazione oggi completamente ribaltata in cui la fascia più matura presenta oltre 4 milioni di persone in più rispetto a quella più giovane.

A settembre -134mila alunni

Il primo effetto di tutto ciò lo stiamo vedendo nella scuola: a settembre avremo 134mila studenti in meno tra i banchi. Si passerà dai 6,9 milioni di alunni di quest’anno (dall’infanzia alle superiori) a poco meno di 6,8 milioni a settembre 2025. Nel giro di 8/9 anni, se questi trend non saranno modificati, la popolazione scolastica scenderà sotto la soglia “psicologica” di 6 milioni di unità. Avere meno giovani significa in prima battuta avere meno futuri lavoratori. Il mismatch è schizzato in alto, si è passati dal 20% del 2019 all’attuale 45% (ultimo dato Unioncamere); la mancanza di “competenze” (dall’industria al settore energetico) costa circa 44 miliardi di euro di mancato valore aggiunto.

I lavoratori in meno al 2040

L’effetto sul lavoro è più ampio: entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità. Questo potrebbe comportare, ha ricordato Bankitalia nella relazione 2025, una contrazione del prodotto stimata nell’11%, pari all’8% in termini pro capite.

L’Ocse rincara addirittura la dose. Per il periodo che va dal 2023 al 2060 le stime parlano di un calo del 34% della popolazione in età lavorativa, tra i più ampi a livello internazionale. Il numero di anziani a carico per ogni persona in età lavorativa in Italia aumenterà da 0,41, cioè un anziano a carico ogni 2,4 persone in età lavorativa, a 0,76, ovvero un anziano a carico ogni 1,3 persone in età lavorativa. Se il confronto lo facciamo con i giovani, la Ragioneria generale dello Stato nelle sue ultime stime ha avvertito che nel 2080 rischiamo di avere 312 anziani ogni 100 giovani.

Il crollo del Pil

Dall’Ocse arriva un’ulteriore indicazione: anche ipotizzando che la crescita annuale della produttività del lavoro rimanga al livello del periodo 2006-2019 (-0,31% in Italia con un Pil pro capite a -0,20%), dalle proiezioni emerge che il Pil pro capite nostrano diminuirà a un tasso annuo dello 0,67%, il secondo peggiore dell’intera area di riferimento dell’Organizzazione parigina, contro il +0,6% medio (comunque in forte rallentamento rispetto al +1% del 2006-2019). Solo la Grecia avrà un calo del Pil maggiore (-1,8%).

Boom della spesa sanitaria

Sugli impatti economici della denatalità si è cimentato negli ultimi giorni anche l’Upb, che ha evidenziato come dal 2022 al 2070, sulla base delle stime contenute nel rapporto 2024 Awg (il Working group on ageing populations and sustainability) si realizzerebbe una riduzione della spesa pensionistica sul Pil (-1,9 punti percentuali, al 13,7%) per effetto di un sensibile aumento dell’età di pensionamento e di una riduzione significativa nel rapporto tra pensione e retribuzione media (per via del metodo di calcolo contributivo), mentre crescerebbero sia la spesa sanitaria (+0,1 punti percentuali del Pil, al 6,4%) sia quella per la long-term care (+0,5 punti, 2,1%). E viene indicato anche il motivo: entro il 2043, ci ha detto l’Istat, quasi il 40% delle famiglie sarà composto da una sola persona. In particolare, si prevede che ci saranno 6,2 milioni di persone over 65 (+38%) e 4 milioni di over 75 (+4%) che vivranno da sole. La componente sanitaria e le indennità di accompagnamento che sono state erogate nel 2023 a quasi 2,3 milioni di beneficiari, coprono complessivamente i 4/5 della spesa complessiva per long-term care, ha ricordato l’Inps.

Su anche la spesa per il welfare

La quota restante è rappresentata dalle altre prestazioni assistenziali erogate a livello locale. Su questo versante la Ragioneria Generale dello Stato prevede una crescita continua della spesa per il welfare (pensioni, sanità, long-care term) lanciando una sorta di allarme: le previsioni per i prossimi anni - ha sottolineato Daria Perrotta, che è a capo della “struttura tecnico-contabile” del Mef - mostrano un andamento crescente che arriverà nel 2043 al 25,1% del Pil per poi decrescere anche per l’uscita dei baby boomer e si ridurrà al 22,7% nel 2070, un valore in linea con quello pre-pandemico.

È ormai chiaro a tutti che questi dati evidenziano come il caso-denatalità rappresenti ormai una vera emergenza. Che può essere affrontata solo con interventi immediati. A cominciare dal recupero degli inattivi, considerato prioritario da quasi tutti gli organismi nazionali e dagli osservatori statistici. Ma nel possibile menù di misure da adottare c’è anche, come ad esempio suggeriscono Upb e Bankitalia, quella di inserire il decisivo apporto degli immigrati (regolari). Quello che è ormai certo è che senza una terapia d’urto l’inverno demografico rischia di trasformarsi in un inverno siberiano per il nostro Paese.

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