Welfare e Sanità

Denatalità e punti nascita, serve una riforma di sistema

La transizione demografica richiede non solo interventi tecnici ed economici ma anche una profonda capacità di visione politica, culturale e progettuale

di Alberto Garinei *, Riccardo Tartaglia *, Anna Franca Signorile **

 (AdobeStock)

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La denatalità non rappresenta più soltanto una questione statistica o un fenomeno confinato alla sfera familiare, ma una delle principali sfide sociali, economiche e sanitarie del Paese. L’Italia sta vivendo una trasformazione demografica profonda che rischia di compromettere la sostenibilità del welfare, del sistema pensionistico e dello stesso Servizio sanitario nazionale. In un contesto segnato da crisi geopolitiche, economiche ed energetiche, il sistema sanitario italiano si trova infatti ad affrontare criticità sempre più complesse.

Lo scenario

Di questi temi si è discusso nel corso del convegno ’Denatalità e Punti nascita’organizzato dall’Università Marconi di Roma in collaborazione con le associazioni di ostetricia e ginecologia (Sigo e Agoi) e l’Italian Network for Safety in Healthcare, dedicato alle implicazioni della transizione demografica sul futuro del Paese e sulle prospettive del sistema sanitario.

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L’invecchiamento progressivo della popolazione, l’aumento delle patologie croniche, l’obsolescenza tecnologica di molte strutture ospedaliere, la riduzione dei posti letto e la carenza di personale sanitario stanno mettendo a dura prova la capacità di mantenere un sistema sanitario universalistico. In questo scenario, il tema della riorganizzazione dell’assistenza ostetrica e dei punti nascita assume una rilevanza crescente, anche alla luce del drastico calo delle nascite.

In Italia si è passati dalle 577 mila nascite del 2008 alle circa 355 mila attuali e, secondo le stime, entro il 2050 la popolazione italiana potrebbe ridursi di circa quattro milioni di abitanti. Si tratta di un declino demografico che affonda le proprie radici in trasformazioni profonde e di lungo periodo. Anche l’immigrazione, pur rappresentando un contributo importante, non appare sufficiente da sola a invertire la tendenza.

Il calo della natalità si è accentuato dopo la crisi economica del 2008 e nel periodo post-pandemico, aumentando il livello di incertezza delle giovani coppie e scoraggiando le scelte riproduttive.

A questo si aggiunge il progressivo rinvio della maternità verso età più avanzate, fenomeno che comporta inevitabilmente una riduzione della fertilità biologica. Oggi il tasso di fecondità italiano è pari a circa 1,14 figli per donna, ben lontano dal valore di 2,1 necessario per garantire il ricambio generazionale.

Si riduce il capitale umano

La denatalità appare quindi come un fenomeno strutturale, strettamente legato alle trasformazioni socioeconomiche e culturali contemporanee, destinato a incidere profondamente sulle future dinamiche demografiche, politiche e relazionali del Paese. Le conseguenze sono già evidenti: spopolamento delle aree interne, fuga dei giovani qualificati all’estero e crescente carenza di professionisti specializzati. Nel solo settore sanitario, tra il 2020 e il 2022, circa 180 mila professionisti tra medici e infermieri hanno scelto di lavorare fuori dall’Italia. Una perdita di competenze che rischia di compromettere ulteriormente la capacità del sistema sanitario di affrontare le sfide future. Anche altri settori strategici, come quello ingegneristico, soffrono di una significativa carenza di professionisti altamente qualificati, è stimato che mancano in Italia oltre settemila ingegneri. Si crea così un paradosso: proprio nel momento storico in cui sarebbero necessarie più competenze, innovazione e ricerca, l’Italia continua a perdere capitale umano.

A rendere ancora più complesso lo scenario contribuisce l’aumento della speranza di vita, oggi superiore agli 81 anni per gli uomini e vicina agli 86 per le donne. Entro il 2050 circa il 35% degli italiani potrebbe avere più di 65 anni, mentre già oggi quasi il 40% della popolazione convive con almeno una patologia cronica.

Le strategie per contrastare la denatalità devono quindi affrontarne le cause profonde. Occupazione stabile, sicurezza economica, servizi sociali adeguati e una reale conciliazione tra lavoro e famiglia rappresentano condizioni essenziali per consentire alle coppie di realizzare concretamente il desiderio di avere figli.

Tra gli elementi considerati prioritari emergono il costo dei figli — non soltanto economico ma anche in termini di tempo e opportunità — la disponibilità di servizi per l’infanzia e di supporto alla genitorialità, la possibilità di conciliare maternità, paternità e lavoro e, infine, un contesto culturale e sociale capace di sostenere e valorizzare chi sceglie di avere figli.

Focus sulla salute riproduttiva

Accanto agli aspetti economici e sociali, durante il convegno è emersa con forza anche la questione della salute riproduttiva. Molti giovani risultano ancora poco consapevoli dei fattori che possono compromettere la fertilità e delle conseguenze legate al rinvio dei progetti familiari. Un tema che riguarda non soltanto le donne, ma anche gli uomini, la cui salute riproduttiva continua a ricevere minore attenzione nel dibattito pubblico.

Punti nascita da riorganizzare

Un tema cruciale è quello della riorganizzazione dei punti nascita. In Italia esistono ancora numerose strutture con volumi di attività inferiori agli standard ministeriali. Le soglie minime di attività non rappresentano un criterio burocratico, ma derivano da consolidate evidenze scientifiche che dimostrano la relazione tra volumi di attività ed esiti clinici. Nei punti nascita con bassi volumi possono risultare più difficili da gestire complicanze gravi come emorragia post-partum, sepsi o distocia di spalla.

Va superato il falso mito secondo cui “più vicino” significhi automaticamente “più sicuro”. La sicurezza dipende invece dall’integrazione tra competenze professionali, organizzazione, tecnologie disponibili e capacità di affrontare tempestivamente le emergenze. Tra le possibili soluzioni: maggiore integrazione ospedale-territorio, potenziamento del trasporto materno assistito, centralizzazione dei casi complessi, formazione continua del personale e percorsi di rotazione nelle strutture ad alto volume per mantenere elevate competenze cliniche. Per le donne che vivono lontano dai punti nascita potrebbe inoltre essere utile prevedere, nelle fasi prossime al parto, soluzioni di accoglienza temporanea in prossimità degli ospedali.

La questione sanitaria per la sua complessità non è però risolvibile solo con interventi settoriali ma serve una riforma strutturale del servizio sanitario (non più rinviabile) da affrontare con un approccio sistemico.

Serve una strategia nazionale

Nel corso del confronto è stata sottolineata anche la necessità di affrontare la crisi demografica attraverso una strategia nazionale di lungo periodo, fondata su evidenze scientifiche e capace di integrare politiche sanitarie, sociali e del lavoro. La natalità non riguarda infatti soltanto il numero dei figli, ma investe direttamente la salute riproduttiva, la prevenzione, l’organizzazione del lavoro, il welfare, la salute materno-infantile e la qualità della vita delle future generazioni.

Tra le proposte emerse, la necessità di considerare gli investimenti in prevenzione, sostegno alla maternità e servizi territoriali non semplicemente come costi, ma come investimenti strategici sul futuro del Paese.

Importante il punto di vista delle nuove generazioni: la bassa fecondità italiana rifletterebbe soprattutto la difficoltà di realizzare progetti riproduttivi più che una reale riduzione del desiderio di avere figli. Il divario tra intenzioni e comportamenti riguarda tutte le età: il rinvio tra i giovani, le incertezze nella transizione al primo figlio e i limiti biologici nelle età più avanzate.
La transizione demografica richiede dunque non solo interventi tecnici ed economici ma anche una profonda capacità di visione politica, culturale e progettuale.

* Università degli Studi G. Marconi - Marconi** Azienda Tutela Salute Liguria

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