Iconografie

Democrazia con il volto della pace

di Carlo Ossola

Candida pax. Particolare dell’opera di Lorenzetti a Siena

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Quando la Repubblica nacque, ottant’anni or sono, non aveva un volto riconosciuto, un proprio simbolo che la identificasse collettivamente. I principali monumenti civili delle nostre città richiamavano il XIX secolo, la nascita dell’Italia unita ed i suoi eroi, da Garibaldi a Mazzini a Vittorio Emanuele II, del quale il Vittoriano – la cui inaugurazione avvenne in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, 1911 – fu l’ultimo simbolo condiviso.

La fine del fascismo e insieme della monarchia lasciarono alla nuova compagine statuale una memoria collettiva priva di emblemi identitari forti. Essa doveva giustificare, dopo monarchie, imperi, principati e ducati, il proprio primato e ricorse – almeno nelle immagini pubbliche più diffuse – alle origini medievali delle Repubbliche che segnarono lo sviluppo del Paese: vennero stampati nel 1946 francobolli che evocavano, in particolare, la Repubblica di Amalfi, quelle di Lucca, di Firenze e di Pisa, ciascuna delle quali rappresentata dal proprio edificio più significativo, dalle cattedrali di Amalfi e di Lucca a Palazzo Vecchio a Firenze; soltanto la Repubblica di Siena venne illustrata con un dettaglio dell’Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, nella sala della Pace del palazzo del Consiglio dei Nove della Repubblica di Siena, con l’emblema eponimo dell’aula, e cioè la Pace.

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Non è, quella pacata donzella, una fiera corifea, come la «Marianne» francese, del Triomphe de la République, bensì pensosa custode dell’ulivo della concordia, frutto del Buon Governo, consorella della Magnanimità di cui deve essere prodigo colui che è chiamato a governare; pace promessa «agli uomini di buona volontà» e giovane emblema di ritrovata riconciliazione:

Così, con sapiente lungimiranza, la neonata Repubblica seppe rappresentarsi nella Pace, precedendo i valori portanti della prossima Costituzione:

«Art. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Più ancora, la portata dell’articolo si era dilatata nelle discussioni dell’Assemblea Costituente, tanto che il presidente della I sottocommissione Umberto Tupini arrivò ad affermare, come corollario all’art. 11: «Premesso che è favorevole all’idea degli Stati Uniti d’Europa, ritiene opportuno esprimere fin d’ora il concetto della collaborazione tra le nazioni, affermando così un principio originale che non è compreso in nessuna delle Costituzioni moderne».

Si trattava del resto di valori già espressi, nel 1943, dal «Codice di Camaldoli», che fu una delle premesse ispiratrici della futura Costituzione italiana: «Come tale la società ha per legge intrinseca e per assoluta esigenza di mantenere illeso e salvaguardare in ogni momento e qualunque sia la combinazione dei suoi interessi l’individuo in questo suo valore supremo e nel suo destino infinito; in questo senso fine della convivenza sociale è la pace, “tranquilla convivenza nell’ordine”. (Premessa sul Fondamento Spirituale della vita sociale).

Il valore di quella Premessa è stato del resto evocato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo indirizzo per il Convegno camaldolese (21-23 luglio 2023) dedicato all’ottantesimo di quel «Codice», sottolineando quanto quel testo «identifichi poi, con determinazione, il principio della pace: «deve abbandonarsi il funesto principio che i rapporti internazionali siano rapporti di forza, che la forza crei il diritto…». Occorre «la creazione di un vero e non fittizio o formale ordine giuridico che subordini o conformi la politica degli Stati alla superiore esigenza della comune vita dei popoli».

Tale principio è stato costantemente seguito e patrocinato dal Presidente, sino al Messaggio agli italiani di fine anno 2025, ove ha ancora una volta affermato con vigore: «La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte. La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. […] L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini».

Quella «candida pax» è il volto della Repubblica e il suo avvenire.

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