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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Gli Stati Uniti trattati alla stregua di un Paese emergente qualsiasi. L’ipotesi, suggestiva e provocatoria quanto si vuole, rimane per il momento ancora lontana dalla realtà, almeno quando ci si riferisce alla fragilità dei conti pubblici. Ciò non toglie però che i punti di contatto fra le due esperienze esistano, così pure come gli elementi di rischio che creano tensioni sui rendimenti del debito sovrano.
Che gli operatori si stiano preparando al peggio lo dimostra anche uno studio recente di Schroders, che ha appunto analizzato le dinamiche fiscali negli Stati Uniti attraverso il Country Vulnerability Model sviluppato dagli economisti della casa di investimento proprio in base all’esperienza maturata sul campo durante le crisi finanziarie che hanno colpito i mercati emergenti alla fine degli anni 90. L’idea sottostante al ragionamento è che un elevato rapporto debito/Pil non costituisca di per sé un indicatore affidabile e univoco per presagire una crisi, ma che per una corretta valutazione della vulnerabilità del debito sovrano sia necessario concentrarsi su sei fattori di preallarme.
Il punto di approdo è una scala di rischio complessivo con punteggi compresi tra -12 e +12, all’interno della quale gli Usa si collocano a -1: un valore che Schroders associa a una fase di «fuga alla cieca» e che sfiora la fascia compresa tra -2 e -4 associata dall’analisi storica a un rischio molto elevato di crisi. Le analogie con i Paesi emergenti di una trentina di anni fa partono dalla dipendenza dai capitali internazionali e da ciò che viene definito «liquidità sovrana esterna», due dei fattori chiave a cui si è accennato in precedenza. Gli Stati Uniti presentano infatti ingenti deficit gemelli (il disavanzo pubblico unito a quello delle partite correnti) e una posizione patrimoniale netta sull’estero negativa per ormai quasi l’80% del Pil. Rimangono quindi secondo lo studio «vulnerabili ai mutamenti nel sentiment degli investitori non residenti e ai deflussi di capitale».
E se un ciclo di crescita «disequilibrato» collegato anche al rapido accumulo degli sbilanci appena menzionati appare un elemento potenzialmente altrettanto preoccupante, Washington deve guardarsi soprattutto dal cosiddetto «rischio di dominanza fiscale» che emerge quando la sostenibilità di bilancio viene messa in dubbio e le manovre della banca centrale sui tassi diventano inefficaci o persino controproducenti. «Senza un’azione fiscale credibile, potrebbe essere solo questione di tempo prima che la Federal Reserve sia costretta a riprendere la monetizzazione del debito su larga scala» aggiunge Abdallah Guezour, Head of Emerging Markets Debt and Commodities di Schroders e curatore della ricerca.
Al contrario, la liquidità elevata presente nel sistema bancario, la solidità dimostrata dal settore privato e il ruolo fondamentale da «valvola di sfiato» esercitato dal dollaro per migliorare la competitività in termini di prezzi e sostenere il riequilibrio dell’economia rappresentano fattori che permettono di smarcare gli Stati Uniti da possibili crisi stile mondo emergente. Resta il fatto, ricorda Schroders, che al momento alcuni Paesi un tempo bistrattati, quali ad esempio il Brasile, sembrano affrontare un rischio di crisi relativamente più basso sotto il profilo del debito e della finanza pubblica.