Le stime

Dazi Usa al 15% sul vino italiano: impatto da 317 milioni. Frescobaldi: «Penalizzato almeno l’80% del settore»

Produttori preoccupati per l’accordo tra Europa e Stati Uniti: danni più alti per l’Italia a causa della maggiore esposizione netta sul mercato americano

di Giorgio Dell'Orefice

3' di lettura

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Il mondo del vino italiano, primo settore dell’agroalimentare per export negli Stati Uniti (con un fatturato di 1,9 miliardi su un totale di 7,8) vive con grande preoccupazione il nuovo assetto commerciale tra Europa e Usa con un dazio che dall’1 agosto sarà al 15% e con la mancata esenzione del settore degli spirits come invece era stato ipotizzato nell’ambito delle trattative.

Gli effetti delle nuove tariffe

I timori delle cantine italiane nascono dal fatto di valutare il nuovo assetto non sulla scorta delle minacce del presidente americano (che era arrivato a ventilare un dazio al 30% sulle importazioni dall’Europa), ma sullo status quo ante il ritorno di Trump alla Casa Bianca. E, fino allo scorso gennaio, il dazio medio applicato sul vino italiano era del 2,9%. Allo stato, quindi, con una tariffa al 15% l’imposizione sulle bottiglie italiane è quintuplicata in meno di sette mesi.

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Frescobaldi: con dazi al 15% penalizzato almeno l’80% del vino italiano

«Con i dazi al 15% - ha commentato il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi – rischia di essere penalizzato almeno l’80% del vino italiano. Il danno che stimiamo per le nostre imprese è di circa 317 milioni di euro, cumulati nei prossimi 12 mesi, mentre per i partner commerciali d’oltreoceano il mancato guadagno raggiungerà quasi 1,7 miliardi di dollari. Il danno salirebbe a 460 milioni di euro qualora il dollaro dovesse mantenere l’attuale livello di svalutazione. Facciamo sin d’ora appello al governo italiano e all’Ue per considerare adeguate misure per salvaguardare un settore che grazie al buyer statunitense era cresciuto molto. Con l’incontro di oggi in Scozia fra i presidenti Trump e von der Leyen – ha aggiunto Frescobaldi - si è almeno usciti da un’incertezza che stava bloccando il mercato; ora sarà necessario che la filiera si assuma il mancato ricavo per ridurre al minimo il ricarico allo scaffale».

Ponti: l’obiettivo condiviso resta arrivare a una percentuale inferiore

Grande preoccupazione è espressa anche da Federvini. «Un’ipotesi di dazi al 15% pone una criticità evidente per il comparto – ha spiegato il presidente di Federvini, Giacomo Ponti – e l’obiettivo condiviso resta arrivare ad una percentuale inferiore, più sostenibile per le nostre imprese, pur avendo presente che l’optimum sarebbe dazio zero. La speranza è che, entro il primo agosto, si possa avere un ulteriore margine per impostare le nostre relazioni commerciali con un partner fondamentale e un alleato strategico come gli Stati Uniti. In gioco non c’è solo un segmento industriale, ma un modello produttivo fondato su qualità, identità e rapporti internazionali costruiti nel tempo».

«Secondo le nostre analisi – ha aggiunto il presidente di Uiv, Frescobaldi - a inizio anno la bottiglia italiana che usciva dalla cantina a 5 euro veniva venduta in corsia a 11,5 dollari; ora, tra dazio e svalutazione della moneta statunitense, il prezzo della stessa bottiglia andrebbe vicino ai 15 dollari. Con la conseguenza che, se prima il prezzo finale di vendita rispetto al valore all’origine aumentava del 123%, da oggi lieviterà al 186%».

Castelletti: rispetto ad altri competitor l’Italia rischia di subire impatto maggiore

«Non ci si può ritenere soddisfatti per questo accordo – ha aggiunto il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti: un dazio al 15% è certamente inferiore all’ipotesi del 30%, ma è altrettanto vero che questa tariffa è enormemente superiore a quella, quasi nulla, del pre-dazio. Rispetto ai competitor europei, l’Italia rischia inoltre di subire un impatto maggiore, da una parte per la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna; dall’altra per la tipologia dei prodotti del Belpaese che concentrano la propria forza sul rapporto qualità prezzo, con l’80% del prodotto che si concentra nelle fasce “popular” - quindi a un prezzo franco cantina di 4,2 euro al litro – e con solo il 2% delle bottiglie tricolori collocato in fascia superpremium».

I vini più esposti

L’Osservatorio dell’Unione italiana vini ha poi stimato l’impatto dei nuovi dazi Usa sulle diverse tipologie di vino made in Italy con tante etichette con un’esposizione sul mercato americano superiore al 20%, ovvero che spediscono negli Usa oltre il 20% delle proprie esportazioni.

E in questo senso i vini più esposti sono Moscato d’Asti (che invia negli Usa il 60% delle proprie vendite all’estero), Pinot grigio (48%), Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, quelli piemontesi al 31% così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27% e il Lambrusco.

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