Trade war

Dazi, la Svizzera tratta a oltranza con gli Usa: nessuna ritorsione

L’Esecutivo elvetico vuole proseguire colloqui e negoziati con gli Usa, «andando oltre la dichiarazione congiunta d’intenti esistente e se necessario anche dopo il 7 agosto»

di Lino Terlizzi

3' di lettura

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Dopo la batosta subita venerdì scorso con i dazi americani al 39%, la Svizzera non cambia.

Trattare e ancora trattare, senza attuare ritorsioni. Questa la linea di Berna.

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Il Consiglio federale, cioè il Governo svizzero, si è riunito oggi 4 agosto e ha reso nota la sua posizione dopo lo scossone proveniente da oltreoceano.

L’Esecutivo elvetico vuole proseguire colloqui e negoziati con gli Usa, «andando oltre la dichiarazione congiunta d’intenti esistente e se necessario anche dopo il 7 agosto (data di entrata in vigore dei dazi, ndr)». Per migliorare la situazione dei dazi e tenendo conto delle preoccupazioni degli Stati Uniti, Berna afferma che «la Svizzera entrerà in questa nuova fase con l’intenzione di presentare loro un’offerta più interessante».

Dunque controfferta e non contromisure, per ora. Su cosa Berna possa ancora offrire all’Amministrazione Trump per evitare dazi così alti, esistono per ora solo alcuni indizi, ricavabili soprattutto dalle dichiarazioni dei giorni scorsi del ministro svizzero dell’Economia, Guy Parmelin.

Quest’ultimo ha citato i possibili acquisti di gas naturale liquefatto americano, anche se va detto che la Svizzera è un Paese non grande e non potrebbe quindi comprare più di tanto.

Un altro tasto pigiato da Parmelin è quello di possibili maggiori investimenti dei gruppi elvetici negli Usa e su questo versante le dimensioni potrebbero invece essere più rilevanti.

Il ministro dell’Economia ha citato in particolare i gruppi della farmaceutica, che si erano già mossi peraltro in questo senso e che forse potrebbero aumentare ulteriormente gli investimenti promessi; il settore intero, tra l’altro, è nel mirino del presidente Usa Trump, che punta a tagli dei prezzi dei farmaci sul mercato americano. Parmelin comunque potrebbe ora veder crescere il suo ruolo nei colloqui con gli Usa, anche perché l’altra interlocutrice principale, Karin Keller-Sutter, ministra delle Finanze e presidente di turno della Confederazione, è stata da più parti criticata per l’esito infelice, sin qui, dei negoziati.

Il Governo elvetico ricorda che la Svizzera già ora è il sesto investitore estero negli Usa, il primo in ricerca e sviluppo. I dazi del 39% annunciati da Washington colpirebbero quasi il 60% delle merci elvetiche esportate negli Usa e porrebbero la Confederazione in una posizione ben peggiore rispetto ad altri partner rilevanti per gli Stati Uniti (l’Unione europea è al 15%, il Regno Unito al 10%, il Giappone al 15%). Il surplus della Svizzera nell’export di merci, ribadisce Berna, «non è assolutamente il risultato di pratiche commerciali sleali». Il Governo indica anche che la Svizzera ha abolito unilateralmente tutti i dazi doganali sui prodotti industriali e che non fornisce sussidi che possano distorcere il mercato.

Da Berna insomma esce una linea di trattative a oltranza, nella tradizione elvetica, ma anche una sorta di accorato appello a considerare quanto la Svizzera rispetti il mercato.

Basterà tutto questo per far cambiare idea a Trump? Naturalmente è molto difficile dirlo. Nel frattempo, la Confederazione mette anche un po’ le mani avanti, nel caso di un ulteriore insuccesso nei complicati colloqui con Washington. L’Esecutivo elvetico ricorda che la Svizzera continuerà a impegnarsi per diversificare le relazioni commerciali (in altre parole: gli Usa certo sono importanti ma non ci sono solo loro). Inoltre, il Governo ricorda che per evitare eventuali licenziamenti collegati ai nuovi dazi in Svizzera sarà possibile ricorrere all’indennità per lavoro ridotto. La Confederazione ci prova ancora con Trump, ma anche a Berna si vede bene quanto il sentiero sia stretto.

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