Dazi, in liguria salvo l’alimentare ma acciaio nel mirino
Toffolutti: «Chi compra cibo ligure non sarà fermato dai prezzi. Sacco (Arinox): «I provvedimenti Usa potrebbero avere ripercussioni importanti»
3' di lettura
3' di lettura
I dazi annunciati dal presidente Usa Donald Trump verso l’Europa potranno avere un impatto anche su alcune filiere dell’export ligure. Ma gli imprenditori, per ora, sono alla finestra e solo moderatamente preoccupati.
A fare il punto è Marco Toffolutti, presidente del gruppo Internazionalizzazione di Confindustria Genova.«Quando si parla di export ligure - afferma - viene sempre in mente l’agroalimentare. Ma i prodotti del nostro territorio sono particolari, non facilmente replicabili, con caratteristiche specifiche e anche posizionati su una fascia di consumatore piuttosto alta. Per fare un esempio banale, il newyorkese che entra da Eataly e vuole comprarsi un vasetto di pesto e un pacchettino di troffie perché gli ricordano la volta che è andato alle Cinque Terre, non sarà certo bloccato dai 50 centesimi di dollaro in più che gli vengono a costare a causa degli ipotetici dazi».Anche per l’olio d’oliva della Liguria, prosegue, il problema dovrebbe essere relativo; «se verranno messi i dazi a 360° su olio italiano, turco, greco, spagnolo, a quel punto aumenteranno semplicemente i prezzi. Noi però, poiché il prodotto ligure è di un certo livello, sul piano della concorrenza continueremo a giocarcela, come ce la giochiamo oggi. Certo, potrebbe scendere un po’ il consumo ma, visto che i nostri prodotti agroalimentari sono posizionati su una fascia alta, mi sentirei di dire che non dovrebbe esserci un tracollo di consumi».
Quanto all’industria, aggiunge Toffolutti, «il discorso varia a seconda del prodotto che faccio. Prendendo il caso classico dell’acciaio, su cui ci furono già dei dazi nel primo Trump, è chiaro che se viene posto un dazio sul prodotto base, questo va fuori mercato. Ma non mi risulta che dall’Italia, e dalla Liguria in modo particolare, ci sia un export d’acciaio base verso gli Stati Uniti. Se invece, poniamo, dalla Liguria vendo un acciaio particolare, che viene usato per l’industria aerospaziale e sono bravo, lo so lavorare, posso avere un prodotto che mi permette di ammortizzare, di assorbire l’effetto dei dazi. E questo è un discorso a livello commerciale».
Al vertice italiano della produzione di laminati sottili ed extra sottili, acciai per settori quali auto, meccanica di precisione, impiantistica, componentistica ed elettronica, c’è la ligure Arinox (gruppo Arvedi) che, chiaramente, fa export in Usa. «Noi, come esportatori italiani di acciaio - afferma Massimiliano Sacco, ad dell’azienda - conosciamo già il presidente Trump, perché sette anni fa ha già messo i dazi all’Europa, e all’Italia in particolare, al 25%. Poi è arrivato Biden che non li ha tolti ma ha introdotto delle quote di salvaguardia».
Ora, chiosa, «potrebbe succedere che, da qui ad aprile, ci sia l’eliminazione delle quote di libera esportazione introdotte da Biden e quindi ci si ritrovi un 25% pieno, qualunque cosa si esporti dall’Italia o dall’Ue, verso gli Usa nel settore acciai. Questo ovviamente avrebbe delle ripercussioni importanti, perché, su determinati prodotti metallici, non c’è il 25% di margine mentre su altri, magari, potremmo andarci vicino. Bisogna anche dire che, in questo momento, l’eventuale dazio viene ridotto dall’apprezzamento del dollaro sull’euro e che, per alcuni prodotti, l’America non è autosufficiente, quindi ha necessità di importare o perderà fette di mercato». Però, conclude Sacco, «potrebbe esserci una situazione ancora peggiore: l’eventualità che Trump tolga, al 25% di dazi, le quote libere e aggiunga un altro dazio. In quel caso, penso ci sarebbero ben poche soluzioni, se non una risposta adeguata da parte dell’Ue».



