Politiche commerciali

Dazi, imprese lombarde preoccupate, ma nessun allarme

Con 13,8 miliardi di euro di scambi commerciali, la Lombardia è la regione italiana più esposta sul mercato Usa. Indagine Promos: Sei aziende su dieci prevedono un impatto negativo

di Giovanna Mancini

3' di lettura

3' di lettura

Le sberle le prende chi può. Detta così, questa frase potrebbe suonare minacciosa, in realtà è una constatazione della forza dell’industria lombarda che, con 13,8 miliardi di euro di scambi commerciali da con gli Stati Uniti nei primi nove mesi del 2024, è la prima regione italiana per valori di import (3,9 miliardi) ed export (9,9 miliardi) verso questo importante mercato, su cui oggi pende la spada di Damocle dei dazi annunciati dal presidente Trump.

È dunque inevitabile che ci sarà un certo impatto, anche sensibile, sulle imprese lombarde. Ma queste saranno anche «le più veloci ad adattarsi ai nuovi equilibri, perché quello della Lombardia è il sistema industriale più forte in Italia», osserva Giovanni Da Pozzo, presidente di Promos Italia, l’agenzia nazionale delle camere di commercio per l’internazionalizzazione delle imprese.

Loading...

Indagine Promos sulle imprese

La preoccupazione c’è, come ha certificato la stessa Promos attraverso un’indagine condotta su 90 aziende lombarde: sei realtà su dieci prevedono un impatto negativo sui propri ricavi e una su sei prevede addirittura una riduzione superiore al 10%. Ma la risposta del sistema imprenditoriale «non è quella dell’attesa passiva - dice Da Pozzo –: molte realtà stanno valutando strategie di diversificazione, sia sui mercati, sia nella definizione dei prezzi. Gli Stati Uniti restano un mercato strategico, con il 25% delle imprese che conferma la fiducia nel consolidamento della propria presenza, anche in virtù del fatto che il 62,5% degli intervistati ritiene che la prima amministrazione del presidente Trump non sia stata sfavorevole per il loro business. Parallelamente, si apre uno spazio crescente per nuove opportunità in Europa, Asia e in altre aree emergenti. Questa capacità di adattamento dimostra la solidità e la lungimiranza delle nostre aziende».

Il 27,5% degli intervistati sta valutando nuove opportunità in Europa, il 20% in Asia, il 17,5% in Medio Oriente e Africa, il 10% nell’area del Mercosur.

Cosa accadde con la prima presidenza Trump

Una situazione, dunque, di «vigile attenzione», precisa il presidente di Promos: «Le conseguenze di eventuali dazi non vanno banalizzate, ma nemmeno caricate di eccessiva tensione». Anche perché, come accennato, ci sono alcune evidenze rilevate durante la precedente amministrazione Trump che, se non invitano all’ottimismo, quantomeno tengono a bada gli allarmismi e frenano scelte avventate di disinvestimento. Secondo le elaborazioni di Promos, nel 2017 (all’inizio della presidenza Trump) l’Italia esportava negli Stati Uniti circa 40 miliardi di euro, pari all’8,8% delle esportazioni complessive italiane, mentre al termine del mandato , nel 2021, il totale dell’export italiano negli Usa era salito a 50 miliardi (il 9,6% del totale). Valori e percentuale cresciuti ulteriormente sotto la presidenza Biden: 66 miliardi di euro e il 10,1%.

Non solo: durante il suo primo mandato, Trump aveva utilizzato la leva neo-mercantilista dei dazi in maniera negoziale, un po’ come sta accadendo ora e anche allora il primo settore a essere colpito fu quello dei metalli, con balzelli su acciaio e alluminio del 25% e 10% rispettivamente. Eppure, l’import di questi materiali negli Stati Uniti era cresciuto in doppia cifra, quindi il dazio era stato riassorbito. C’è infatti un altro grande tema da considerare, dice Da Pozzo: «Anche negli Stati Uniti c’è preoccupazione per gli effetti della politica commerciale di Trump: il timore è che questi dazi possano portare inflazione». Non è infatti scontato che, a seguito di un dazio imposto su un certo bene, quel bene non venga più importato: il rischio è pertanto che il maggiore costo di importazione venga poi scaricato sulle famiglie medie americane. Sei anni fa non si riuscì a fermare l’acquisto di acciaio dall’estero perché la domanda dell’industria statunitense era superiore alla produzione nazionale. E poi ci sono dinamiche di cambio: «Se in seguito misure protezionistiche il dollaro dovesse apprezzarsi, l’aumento del costo all’importazione verrebbe almeno in parte neutralizzato», dice Da Pozzo.

Vigile attesa, ma nessuna retromarcia

Vigile attesa, dunque, «non per disinvestire negli Stati Uniti, ma semmai per aprire nuove linee commerciali», conclude il presidente di Promos. A cominciare dai Paesi del Mercosur con i quali, forse non a caso, dopo 25 anni di tentativi a vuoto con l’Unione Europea, lo scorso dicembre si è concluso un accordo con trattative lampo. L’export italiano verso il Centro e Sud America vale tra i 20 e i 30 miliardi di euro, stimano da Promos: se anche avessimo un calo del 10% sulle esportazioni per effetto dai dazi di Trump, questa quota potrebbe rapidamente essere recuperata altrove.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti