Oltre al vino, auto e farmaci a rischio
Il congelamento del listone di controdazi da 93 miliardi sarà, probabilmente, l’ultimo atto della partita commerciale tra Ue e Usa prima della pausa estiva. Difficilmente l’atteso testo congiunto che dovrebbe definire il quadro tariffario vedrà la luce nel breve termine. Gli Usa non hanno fretta e la Commissione rischia di restare con almeno tre nodi scoperti: le auto, i farmaci e il vino. Le prima, al momento, restano ancorate all’aliquota del 27,5%. Sui farmaci, al momento, pende la tariffa base del 15%. Sul vino, infine, l’ipotesi dell’esenzione da applicare ai cosiddetti prodotti strategici ancora non ha preso forma. Da Washington non arrivano segnali confortanti.
Ursula von der Leyen e Maros Sefcovic hanno reiterato di aver fatto «il miglior accordo possibile» ma le critiche piovute sull’intesa sono state copiose e il rischio dello slittamento della dichiarazione congiunta a settembre le potrebbe ulteriormente moltiplicare. All’Eurocamera, al rientro, von der Leyen - che il 10 settembre terrà lo Stato dell’Unione in Aula presumibilmente infuocata - potrebbe essere investita da una nuova mozione di sfiducia. È stata la Sinistra Ue, questa volta, a proporla. I Verdi italiani hanno aderito e potrebbero non essere i soli. Il quorum dei 72 eurodeputati per la presentazione della mozione è alla portata.
Usa: dazi quasi definitivi
Dall’altro lato dell’oceano Atlantico, intanto, arriva la notizia che i nuovi dazi doganali di Donald Trump sono «quasi definitivi» e non dovrebbero essere oggetto di negoziati nell’immediato: a dirlo è il rappresentante statunitense per il Commercio, che ha anche difeso le tariffe al 50% adottate dal presidente contro il Brasile. «Questi dazi sono praticamente definitivi», ha affermato Jamieson Greer durante un’intervista alla Cbs. Interrogato sull’eventualità di negoziati per ridurre queste sovrattasse doganali, Greer ha risposto che probabilmente non ci saranno «nei prossimi giorni». «Possiamo chiaramente vedere i contorni del progetto commerciale del presidente attraverso queste tariffe», ha commentato. Quanto ai dazi punitivi al Brasile, ha spiegato, il presidente ha riscontrato in quel Paese, «come in altri, un uso distorto della legge, un cattivo uso della democrazia. È legittimo usare questi strumenti (tariffari, ndr) per questioni geopolitiche», ha aggiunto. Trump ha giustificato gli elevati dazi al Brasile con il processo, a suo avviso infondato, all’ex presidente Bolsonaro, accusato di golpe.

Una bambola raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump brucia durante una protesta contro i dazi sui prodotti brasiliani imposti da Trump, fuori dal consolato degli Stati Uniti a Rio de Janeiro, Brasile, 1 agosto 2025. REUTERS/Ricardo Moraes
Probabile incontro Trump-Carney
Tuttavia, il presidente Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney probabilmente s’incontrerani “nei prossimi giorni” per riprendere le trattative sui dazi, dopo che gli Stati Uniti hanno imposto una tariffa del 35% sui beni non coperti dall’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Lo ha dichiarato a Cbs News Dominic LeBlanc, il ministro federale responsabile del commercio tra Stati Uniti e Canada, che ritiene possibile raggiungere un accordo che porti alla riduzione delle aliquote e si è detto incoraggiato dal colloquio con il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick.
Dai dazi 360 mld l’anno agli Usa
Con i dazi introdotti da aprile, prima ancora che entrino in vigore dal 7 agosto quelli nuovi, Donald Trump ha incassato finora 152 miliardi di dollari, circa il doppio dei 78 miliardi di dollari entrati nelle casse federali nello stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Solo a luglio le tariffe hanno fruttato quasi 30 miliardi di dollari. E con l’imminente aumento dei dazi, a livelli mai visti da quasi 100 anni, si calcola che la cifra annuale sarà di circa 360 miliardi l’anno. Un flusso di entrate così consistente che potrebbe rivelarsi difficile da abbandonare: «Penso che questo crei dipendenza, che sia molto difficile abbandonare una fonte di entrate quando il debito e il deficit sono quelli che sono», ha detto al Nyt Joao Gomes, economista della Wharton School dell’Università della Pennsylvania. Ma chi pagherà il maggior costo delle merci importate? E quanto inciderà sull’inflazione e la crescita dell’economia americana? Sono questi gli interrogativi legati alla guerra commerciale del tycoon e la maggior parte degli esperti prevede dall’autunno un inevitabile caro prezzi, con aumenti in vari settori: agroalimentare (dal vino al caffè), arredamento, giocattoli, elettrodomestici, computer, auto, scarpe e abbigliamento (importati per il 95%).