Guerra commerciale

Dazi, destino diverso per Parmigiano e vino. Negli Usa si aspetta la stangata d’autunno

Oggi tavolo del made in Italy a Palazzo Chigi per mettere a punto misure a tutela dei settori produttivi più colpiti. A rischio mozzarella, gorgonzola e i vini più famosi

Una forma di Parmigiano Reggiano in uno stand del Salone del Gusto e Terra Madre di Slow Food a Torino il 26 settembre 2024. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato la reimposizione di dazi su decine di partner commerciali il 31 luglio 2025. (Foto di Marco BERTORELLO / AFP)

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Il Parmigiano Reggiano non solo non avrà un aumento dei dazi, ma beneficerà di una riduzione passando dal 25% (la somma delle tariffe pagate dagli anni ’60 con quelle che si sono aggiunte dall’aprile scorso) al 15% in base alla quota dell’accordo Usa-Ue. Anche se, come riporta il Messaggero citando fonti autorevoli, addirittura potrebbe portare a casa l’azzeramento perché «l’Italia sembrerebbe averla spuntata sui formaggi a pasta dura».

Niente eccezioni invece, riporta il quotidiano romano, per mozzarella, gorgonzola, burrata e stracchino, mentre pasta e olio d’oliva sembrano vicini al traguardo esenzioni. Meno facile la partita per il vino.

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Tavolo made in Italy a Palazzo Chigi

Il governo ha convocato tutto il sistema produttivo di settore domani a Palazzo Chigi. Ci saranno il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollorigida, i ministero delle Imprese e della Salute e la presidenza del Consiglio; per la filiera del vino Alleanza Cooperative Agroalimentari, Assoenologi, Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Copagri, Federdoc, Federvini e Unione Italiana Vini. Partecipano anche Coldiretti e il presidente di Veronafiere Federico Bricolo, come Vinitaly quale player per la promozione.

Un tavolo, ha detto Lollobrigida annunciando la riunione nei giorni scorsi, nel quale si parlerà anche di dazi ma in cui si vuole affrontare la questione nel suo complesso come strategia, dalle logiche di mercato a quelle di comunicazione. E proprio sulla spinta alla promozione punta l’Unione Italiana Vini che non chiede ristori ma interventi specifici «affinché il pedale dell’acceleratore sugli investimenti sul mercato americano non si fermi. Sarà fondamentale premere sulla promozione diretta e indiretta coordinata con le imprese, in primis nel mercato americano, per sostenere i brand in un contesto di aumento generale dei prezzi e dei costi - dice all’Ansa il segretario generale Paolo Castelletti, alla vigilia della riunione -. Anche il mercato Ue e nazionale dovranno essere presidiati. Nel frattempo, è essenziale lavorare sulla diversificazione e sugli accordi di libero scambio, Mercosur in testa, che ci auguriamo possa essere approvato a breve».

Moscato d’Asti, Pinot grigio e Prosecco i più esposti

Campagna istituzionale a tutela del settore vitivinicolo e del consumo responsabile e per la difesa reputazionale del prodotto per Fedagripesca Confcooperative il cui presidente, Raffaele Drei, intende chiedere al governo misure compensative anche attraverso lo snellimento normativo o il rinvio di normative che dal 2026 aggraveranno la vita di migliaia di aziende agricole. Necessari i ristori per Cia Agricoltori Italiani, reperiti da fondi comunitari non interamente spesi o da risorse straordinarie. Serve anche una comunicazione innovativa che guardi ai giovani. Secondo l’Uiv, i danni dei dazi al 15% peseranno sul settore vino per 317 milioni di euro nei prossimi 12 mesi. Moscato d’Asti, Pinot grigio e Prosecco i più esposti. Preoccupazioni anche in Franciacorta, per cui il 13% dell’export complessivo è in Usa. Il mercato americano del vino vale per l’Italia 2 miliardi di euro sugli 8 miliardi di export nel mondo.

Oltre al vino, auto e farmaci a rischio

Il congelamento del listone di controdazi da 93 miliardi sarà, probabilmente, l’ultimo atto della partita commerciale tra Ue e Usa prima della pausa estiva. Difficilmente l’atteso testo congiunto che dovrebbe definire il quadro tariffario vedrà la luce nel breve termine. Gli Usa non hanno fretta e la Commissione rischia di restare con almeno tre nodi scoperti: le auto, i farmaci e il vino. Le prima, al momento, restano ancorate all’aliquota del 27,5%. Sui farmaci, al momento, pende la tariffa base del 15%. Sul vino, infine, l’ipotesi dell’esenzione da applicare ai cosiddetti prodotti strategici ancora non ha preso forma. Da Washington non arrivano segnali confortanti.

Ursula von der Leyen e Maros Sefcovic hanno reiterato di aver fatto «il miglior accordo possibile» ma le critiche piovute sull’intesa sono state copiose e il rischio dello slittamento della dichiarazione congiunta a settembre le potrebbe ulteriormente moltiplicare. All’Eurocamera, al rientro, von der Leyen - che il 10 settembre terrà lo Stato dell’Unione in Aula presumibilmente infuocata - potrebbe essere investita da una nuova mozione di sfiducia. È stata la Sinistra Ue, questa volta, a proporla. I Verdi italiani hanno aderito e potrebbero non essere i soli. Il quorum dei 72 eurodeputati per la presentazione della mozione è alla portata.

Usa: dazi quasi definitivi

Dall’altro lato dell’oceano Atlantico, intanto, arriva la notizia che i nuovi dazi doganali di Donald Trump sono «quasi definitivi» e non dovrebbero essere oggetto di negoziati nell’immediato: a dirlo è il rappresentante statunitense per il Commercio, che ha anche difeso le tariffe al 50% adottate dal presidente contro il Brasile. «Questi dazi sono praticamente definitivi», ha affermato Jamieson Greer durante un’intervista alla Cbs. Interrogato sull’eventualità di negoziati per ridurre queste sovrattasse doganali, Greer ha risposto che probabilmente non ci saranno «nei prossimi giorni». «Possiamo chiaramente vedere i contorni del progetto commerciale del presidente attraverso queste tariffe», ha commentato. Quanto ai dazi punitivi al Brasile, ha spiegato, il presidente ha riscontrato in quel Paese, «come in altri, un uso distorto della legge, un cattivo uso della democrazia. È legittimo usare questi strumenti (tariffari, ndr) per questioni geopolitiche», ha aggiunto. Trump ha giustificato gli elevati dazi al Brasile con il processo, a suo avviso infondato, all’ex presidente Bolsonaro, accusato di golpe.

Una bambola raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump brucia durante una protesta contro i dazi sui prodotti brasiliani imposti da Trump, fuori dal consolato degli Stati Uniti a Rio de Janeiro, Brasile, 1 agosto 2025. REUTERS/Ricardo Moraes

Probabile incontro Trump-Carney

Tuttavia, il presidente Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney probabilmente s’incontrerani “nei prossimi giorni” per riprendere le trattative sui dazi, dopo che gli Stati Uniti hanno imposto una tariffa del 35% sui beni non coperti dall’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Lo ha dichiarato a Cbs News Dominic LeBlanc, il ministro federale responsabile del commercio tra Stati Uniti e Canada, che ritiene possibile raggiungere un accordo che porti alla riduzione delle aliquote e si è detto incoraggiato dal colloquio con il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick.

Dai dazi 360 mld l’anno agli Usa

Con i dazi introdotti da aprile, prima ancora che entrino in vigore dal 7 agosto quelli nuovi, Donald Trump ha incassato finora 152 miliardi di dollari, circa il doppio dei 78 miliardi di dollari entrati nelle casse federali nello stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Solo a luglio le tariffe hanno fruttato quasi 30 miliardi di dollari. E con l’imminente aumento dei dazi, a livelli mai visti da quasi 100 anni, si calcola che la cifra annuale sarà di circa 360 miliardi l’anno. Un flusso di entrate così consistente che potrebbe rivelarsi difficile da abbandonare: «Penso che questo crei dipendenza, che sia molto difficile abbandonare una fonte di entrate quando il debito e il deficit sono quelli che sono», ha detto al Nyt Joao Gomes, economista della Wharton School dell’Università della Pennsylvania. Ma chi pagherà il maggior costo delle merci importate? E quanto inciderà sull’inflazione e la crescita dell’economia americana? Sono questi gli interrogativi legati alla guerra commerciale del tycoon e la maggior parte degli esperti prevede dall’autunno un inevitabile caro prezzi, con aumenti in vari settori: agroalimentare (dal vino al caffè), arredamento, giocattoli, elettrodomestici, computer, auto, scarpe e abbigliamento (importati per il 95%).

Il logo del produttore tedesco di attrezzature sportive Adidas. Il 30 luglio 2025 il gigante tedesco dell'abbigliamento sportivo Adidas ha dichiarato di aver subito un colpo dai dazi statunitensi nel secondo trimestre, ma non ha indicato se avrebbe trasferito l'aumento dei costi ai consumatori. I dazi statunitensi aggiungeranno inoltre circa 200 milioni di euro (230 milioni di dollari) ai costi di Adidas nella seconda metà dell'anno (Foto di Christof STACHE / AFP)

In arrivo probabile stangata d’autunno

Finora diversi fattori hanno attutito l’impatto dei dazi: il loro rinvio, le scorte accumulate dalle aziende, le forniture ordinate con anticipo, la decisione delle società di assorbire i maggiori costi. Ma ora questa tregua sta per finire e i listini autunnali sono destinati a cambiare radicalmente. Stando al Budget Lab di Yale, gli americani vedranno un’imposta media del 18,3% sui prodotti importati, l’aliquota più alta dal 1934. Il centro di ricerca politica indipendente ha stimato che i prezzi aumenteranno dell’1,8% nel breve termine a causa della guerra commerciale di Trump: ciò equivale a una perdita di reddito di 2.400 dollari per famiglia.

Le aziende stanno iniziando a scaricare sui consumatori la maggior parte dei costi legati ai dazi. E negli ultimi giorni Adidas, Procter & Gamble, Stanley Black & Decker e altre grandi aziende hanno comunicato agli investitori di aver aumentato i prezzi o di aver pianificato di farlo a breve per compensare l’onere delle tariffe.

Tra queste EssilorLuxottica, il più grande produttore mondiale di occhiali, tra cui i Ray-Ban. Aziende come Walmart e i produttori di giocattoli Hasbro e Mattel avevano già avvertito che i dazi avrebbero portato a un aumento dei prezzi. «La trasmissione dei maggiori costi al dettaglio tende ad essere molto graduale, ecco perché molte persone hanno la sensazione che non stia succedendo nulla», ha spiegato Alberto Cavallo, economista di Harvard. «Ovviamente, i costi si accumulano e alla fine saranno gli americani a pagare la maggior parte del costo di questi dazi», aggiunge. Il presidente della Fed Jerome Powell ha mantenuto fermi i tassi anche nell’ultima riunione per l’incertezza del quadro economico, con gli effetti dei dazi che «hanno iniziato a riflettersi più chiaramente sui prezzi di alcuni beni, ma i loro effetti complessivi sull’attività economica e sull’inflazione restano da vedere» in futuro. Le tariffe restano quindi un azzardo e potrebbero diventare un boomerang, anche elettorale, se i prezzi saliranno e l’economia rallenterà.

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