Festival dell’Economia di Trento

Dazi, Cottarelli: «Trump non andrà al 50%, alla fine si troverà un accordo»

L’economista: i mercati stanno premiando la prudenza del nostro Governo. Dalle Big Tech rischi per la democrazia

di Luca Orlando

4' di lettura

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I pericoli per la democrazia legati alla forza delle Big Tech. E poi i rischi di una perdita di fiducia verso i Tresury, la crescita della Cina, l’impasse dell’Europa davanti alla sfida delle altre grandi aree. Quello di Carlo Cottarelli, economista e direttore del programma di educazione per le scienze economiche e sociali dell’Università Cattolica (ma in passato anche Direttore Esecutivo del Fondo Monetario Internazionale e Commissario per la riforma delle Spesa Pubblica) è un ragionamento a tutto campo. Così come ampio è lo spettro dei temi trattati nel libro presentato a Trento, “Senza giri di parole”, che spazia dai grandi temi globali ai meccanismi di funzionamento dello Stato italiano.

Si parla anzitutto di una fase di transizione, quella innescata dalla crescita della Cina, diventata ora una superpotenza in termini non solo di lavoro ma anche di capitale e produzione, realizzando ad esempio il 54% dell’acciaio mondiale, un terzo dell’output manifatturiero globale.

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«Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale - spiega Cottarelli - abbiamo due galli in un pollaio e la velocità di questa svolta è stata sorprendente, realizzata in pochi decenni. Nella guerra dei dazi il vero obiettivo è in effetti la Cina, perché per quanto grandi siano, gli Usa non possono sfidare da soli tutto il mondo. Ma anche qui Trump si è accorto che deve agire con gradualità, perché il rimpiazzo immediato dei prodotti di Pechino è impossibile».

Un ruolo rilevante potrebbe essere svolto dall’Europa, che tuttavia per Cottarelli si trova impantanata in mezzo al guado, incapace di fare altri passi avanti dopo l’avvio del mercato unico e dell’euro. «Il bilancio Ue vale appena l’1% del Pil europeo e anche la governance è complicata, con decisioni in parte possibili solo con l’unanimità, in parte codeliberate da Parlamento e Consiglio, spesso con maggioranze qualificate. In sintesi, ci sono pochi soldi e nessun potere esecutivo paragonabile a quello di Washington. È la situazione che gli Usa hanno avuto per 13 anni, fino al 1789, quando è entrata in vigore la nuova costituzione. Da noi i partiti nazionalisti avanzano, gli Stati Uniti d’Europa si allontanano, molti cittadini non vogliono alcuna maggiore integrazione. Non credo sia una buona cosa, perché tra tanti dubbi esposti in questo libro c’è invece una grande certezza: se noi europei non ci presentiamo uniti, di fronte alle altre aree non conteremo nulla».

Fragilità acuita dalla forza crescente delle big tech a stelle e strisce, che ormai assumono dimensioni superiori al Pil di interi stati, ponendo problemi reali per la democrazia. «Una singola persona - commenta Cottarelli, riferendosi ad Elon Musk - è in grado di spegnere i satelliti su un territorio influenzando l’esito della guerra in Ucraina, mentre in generale nell’intelligenza artificiale ormai è tutto in mano a queste aziende, che hanno investito centinaia di miliardi. Cosa fare? Le multe europee arrivano ma sono comunque di impatto minimo per questi colossi. In passato hanno funzionato le leggi antimonopolio, che però ora non si usano più per bloccare nuove acquisizioni. L’alternativa è varare degli “spezzatini” come accaduto per AT&T. Ma una soluzione chiara e facile al momento non c’è».

Numerosi gli ambiti trattati dal testo sull’Italia, a partire dalla spesa pubblica, analizzando come vengono spesi i soldi dello Stato, quali sprechi esistono, dove si potrebbe risparmiare. «Sul welfare dobbiamo intenderci - spiega - perché gratis non si può avere. E se si vuole più welfare, pagando allo stesso tempo meno tasse, questo è chiaramente un problema. Ma riformare la spesa pubblica, tema di cui mi sono occupato, in realtà non significa solo tagliare ma anche riformare i meccanismi per renderla più efficiente, cioè ottenere di più a parità di risorse».

Sullo sfondo restano i temi globali, a partire dalla nuova era di incertezza innescata da Trump. «Situazione - spiega Cottarelli - che per qualche momento, ed è la prima volta, si è riversata sui Treasury, storicamente beni rifugio nelle fasi di incertezza e invece di recente abbandonati dagli investitori, che hanno venduto. Se si perde la fiducia verso gli Stati Uniti il problema sarà per tutti, non solo per gli Usa, la crisi del 2008 al confronto potrebbe impallidire. Ecco perché Trump deve stare estremamente attento».

Sul tema dei dazi, per Cottarelli ci si trova ancora in una fase interlocutoria, nonostante l’ultima accelerazione. «Gli annunci di Trump - spiega - vanno visti anche in termini di negoziazione. Non credo che metterà mai dazi del 50%, quindi calma e vediamo cosa ha intenzione di fare. Sicuramente non sarà una negoziazione facile ma credo che alla fine ci sarà un accordo. Il problema principale degli Stati Uniti non è l’Europa ma la Cina»

Cottarelli interviene anche sui temi di casa nostra, valutando con relativo favore le decisioni del governo in tema di finanza pubblica, così come gli esiti di mercato.

«Sui conti pubblici - spiega a margine dell’evento commentando l’upgrade di Moody’s e il recente calo degli spread - il governo è stato prudente ed i mercati hanno risposto positivamente. E questo smentisce tutti quelli che per decenni ci hanno detto che se c’è un governo di centrodestra i mercati sono contro. Tutte cose sbagliate. Quando un governo di centrodestra fa le cose prudenti il mercato risponde positivamente. Abbiamo uno spread che è tra i più bassi dalla crisi dell’area dell’euro e prima ancora. Siamo stati su questi livelli quando c’erano acquisti pesanti da parte della Bce mentre adesso non ci sono. Il governo è stato prudente. Sulla crescita economica, invece, siamo ancora fermi allo zero virgola, nonostante il primo trimestre sia stato buono. Secondo me le cose che mancano sono alcune riforme che sono fondamentali, come la semplificazione burocratica».

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