Il rapporto

Dazi, allarme Ice: a rischio oltre 6mila imprese italiane per un export verso gli Usa che supera gli 11 miliardi

Le aziende danno lavoro a oltre 140mila addetti. L’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane: «Ripercussioni sulla fiducia reciproca, possibile una riconfigurazione delle filiere»

di Andrea Carli

Nei primi mesi del 2025, la nuova amministrazione statunitense ha introdotto dazi e ne ha annunciati altri, generando incertezze sui mercati e tensioni internazionali con possibili ripercussioni sulle filiere produttive ed effetti negativi sulle prospettive dell’economia globale, intaccando quel clima di fiducia reciproca indispensabile per il funzionamento del sistema di scambi internazionali

6' di lettura

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Dalla lettura del nuovo Rapporto ICE 2024/2025 sull’andamento del commercio internazionale, presentato oggi, mercoledì 16 luglio a Roma dal presidente dell’Agenzia Matteo Zoppas, emerge netta la sensazione che ci sia un “prima” e un “dopo” dazi, e che nel volgere di due anni il quadro sia sostanzialmente e diametralmente cambiato. Il documento delinea il quadro economico mondiale e i principali dati sulla presenza e sulla performance delle imprese italiane nei mercati internazionali. E lo fa proprio nei giorni in cui ferve la trattativa tra Usa da una parte e Ue dall’altra alla ricerca di un compromesso per scongiurare l’applicazione da parte degli Usa, a partire da agosto, di dazi del 30% sull’import europeo.

Il “prima” dazi è quello che si manifesta nel 2024 quando, dopo una serie prolungata di shock senza precedenti, dalla pandemia alle guerre, l’economia globale sembra finalmente stabilizzarsi, con una crescita del prodotto interno lordo del 3,3 per cento, in linea con l’anno precedente, un’inflazione in lento ma costante calo, grazie alle politiche monetarie che rimangono restrittive, e l’occupazione che torna ai livelli precedenti la pandemia. Quanto all’Italia, dopo il netto recupero seguito alla fase Covid, la crescita del Pil si stabilizza su un tasso dello 0,7% nell’ultimo biennio, risentendo del complesso contesto internazionale. La propensione a esportare (31%) rimane stabile collocandosi su livelli poco inferiori rispetto a quelli di Francia e Spagna, anche se nettamente al di sotto di quelli della Germania. Nel 2024 l’export italiano di merci si attesta a 623,5 miliardi di euro (-0,4%), soprattutto a causa della netta caduta delle vendite verso la Germania (-5%); ma rimane a +30% rispetto al 2019 (480 miliardi di euro).

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Il “dopo” è invece quello dei primi mesi del 2025, quando l’amministrazione statunitense targata Trump introduce dazi e ne annuncia altri. La mossa del leader repubblicano genera incertezze sui mercati e tensioni internazionali con possibili ripercussioni sulle filiere produttive ed effetti negativi sulle prospettive dell’economia globale. La rapida escalation delle restrizioni commerciali, il perdurare delle guerre in corso e il grande aumento dell’incertezza determinano una revisione al ribasso di tutte le previsioni economiche. Diversamente da quanto accaduto in precedenti fasi di incertezza, inoltre, i titoli pubblici statunitensi a lungo termine e il dollaro, che nel 2024 si era rafforzato nei confronti delle principali valute (euro, yen, renminbi), si deprezzano, alimentando dei dubbi sulla tenuta della divisa Usa come valuta di riserva.

Ora lo spartito cambia. Si delinea un nuovo scenario, che desta preoccupazioni. E l’Italia, avverte il report Ice, rischia. «L’analisi della vulnerabilità del sistema esportatore italiano di fronte alla svolta protezionistica dell’amministrazione statunitense - si legge nel documento - ha consentito di individuare un insieme di oltre 6mila imprese, con oltre 140mila addetti, esposte in modo diretto a rischi potenziali elevati. Ne fanno parte numerose imprese di piccola dimensione e con governance domestica; le imprese multinazionali, soprattutto estere, risultano invece molto meno presenti. I settori maggiormente esposti sono: l’industria delle bevande, la fabbricazione di prodotti in metallo, la farmaceutica, i mobili, il commercio al dettaglio, gli altri mezzi di trasporto. Queste imprese esportano verso gli Stati Uniti oltre 11 miliardi di euro».

Tajani: «Dazi zero? Difficile entro l’1 agosto»

«Le trattative sui dazi sono in corso - ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a margine della presentazione del Rapporto Ice 2024-2025 -. È chiaro come l’obiettivo finale sia lo zero a zero ma non credo che si possa realizzare entro l’1 agosto, vediamo quali saranno le percentuali. Ho ripetuto, negli Usa, quali sono gli interessi italiani e la necessità di impedire una guerra commerciale, dialogando fino all’ultimo minuto». Tajani confida di trovare «un accordo che non sia dannoso per il nostro sistema imprenditoriale. I dati sull’export sono confortanti nonostante le difficoltà, siamo sempre intorno ai 623 miliardi e questo significa che possiamo puntare a 700 miliardi entro la fine del 2027. Ci sono mercati, penso all’area del Golfo, dove c’è stata una impennata di esportazioni. La situazione in Germania migliorerà e nei prossimi due anni potremo incrementare il nostro export anche lì», ha spiegato.

Zoppas (Ice): obiettivo dei 700 miliardi entro 2 anni è raggiungibile

Zoppas rilancia. L’Italia, osserva, è il sesto paese esportatore al mondo, e indica l’obiettivo indicatogli dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenuto anche lui alla presentazione del report: raggiungere i 700 miliardi e superare la Corea del Sud nel ranking mondiale. Il presidente di Ice ricorda come dal 2019 al 2024 l’export italiano sia cresciuto del 30% e allora «in due anni il +12% è fattibile con gli strumenti e la logica del sistema Paese».

Stime per il 2025-2026 riviste al ribasso

«Tutte le stime per il 2025-2026 - ricorda l’Ice - sono state riviste al ribasso per via delle citate tensioni tariffarie che, anche a causa della stretta integrazione dell’economia globale, hanno un impatto notevole sul commercio internazionale, e che potrebbero innescare una riconfigurazione delle filiere produttive, con un effetto potenzialmente moltiplicativo, intaccando quel clima di fiducia reciproca indispensabile per il funzionamento del sistema di scambi internazionali». «Il conseguente clima di incertezza - rincara l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane - grava sulle prospettive dell’economia globale, già esposta a numerosi fattori di rischio, tra cui i conflitti armati in diverse aree del pianeta». Questa situazione di incertezza si ripercuote anche sulle aziende, non solo quelle italiane. «L’instabilità della situazione si riflette anche in una maggiore difficoltà di ottenere informazioni attendibili sul livello dei dazi e delle altre misure di protezione effettivamente introdotte, con il risultato di complicare e scoraggiare le strategie e le decisioni delle imprese».

La svolta protezionistica Usa risale almeno al 2017

L’Ice ricorda che «la svolta protezionistica degli Stati Uniti risale almeno al 2017, anche se non aveva ancora raggiunto gli attuali livelli di imprevedibilità. I suoi effetti negativi, aggiunge, non si limitano alle relazioni commerciali bilaterali, ma investono la stabilità dell’intera architettura istituzionale, multilaterale e regionale, che regola gli scambi e gli investimenti internazionali. Si tratta di dazi contrari agli accordi sottoscritti dagli Stati Uniti e al principio di non discriminazione, che è alla base del sistema commerciale multilaterale».

Ora più cooperazione tra Ue, Cina e altri player del sistema economico internazionale

Come far fronte a questa situazione? Il documento fornisce qualche spunto. «Tra le possibili modalità di gestione dell’attuale fase di crescente instabilità, si evidenzia l’opportunità che l’Unione Europea, la Cina e gli altri attori rilevanti del sistema economico internazionale perseguano soluzioni cooperative, evitando dinamiche di escalation commerciale. In tale contesto, appare prioritario promuovere strategie condivise volte a salvaguardare e consolidare l’architettura multilaterale esistente, basata su regole e istituzioni che hanno storicamente favorito l’integrazione dei mercati globali».

Il commercio estero dell’Italia prima del terremoto dazi

Qual era lo stato di salute del’export dell’Italia prima di questo stravolgimento? La risposta è nel rapporto: «Le esportazioni italiane di merci si sono lievemente ridotte nel 2024 a 623,5 miliardi di euro (-0,4%), soprattutto a causa della netta caduta delle vendite verso la Germania (-5%). Le vendite all’estero sono cresciute però del +30% rispetto al 2019 (480 miliardi di euro). Le flessioni registrate nei mezzi di trasporto, nel sistema-moda, nei mobili, nei beni intermedi (soprattutto i derivati del petrolio) sono state compensate dagli aumenti di prodotti alimentari, chimico-farmaceutici, ICT e dal balzo della gioielleria (+39%), dovuto principalmente alla forte domanda del mercato turco». Per quanto riguarda le esportazioni di manufatti, «la lieve flessione registrata complessivamente nel 2024 è il risultato di dinamiche molto diversificate nei singoli mercati e settori. Il contributo negativo principale - si legge ancora nel rapporto - è venuto dalla Germania, la cui crisi economica si è tradotta in un calo del 5% delle vendite di manufatti italiani, soprattutto negli autoveicoli, nella metallurgia e nella meccanica. La forte flessione registrata in Cina (-21%) è il risultato di una correzione verso il basso del picco anomalo registrato nel 2023 dalle vendite di prodotti farmaceutici. Analogamente, la riduzione del 3,6% delle esportazioni verso gli Stati Uniti sconta il picco registrato in precedenza nella cantieristica navale. D’altro canto, contributi positivi rilevanti derivano dalle esportazioni verso l’Arabia Saudita, cresciute di oltre il 29% grazie principalmente all’industria meccanica, e verso gli Emirati Arabi Uniti (+20,4%) per gli incrementi nella meccanica, nell’abbigliamento e nei prodotti in pelle. La crescita delle vendite in Spagna (+4,6%) ha beneficiato soprattutto degli aumenti registrati nei prodotti ICT e nella farmaceutica. Come già rilevato, la quota di mercato mondiale delle esportazioni italiane di merci, espressa a prezzi correnti, è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 2,8% nell’ultimo decennio. Al lieve incremento registrato negli Stati Uniti (dove la quota si è attestata al 2,3%) e in Francia (7,9%) corrispondono flessioni altrettanto lievi in Germania (5,2%) e nel Regno Unito (3,9%), mentre sul mercato cinese la quota italiana è rimasta ferma all’1%».

L’identikit delle aziende italiane che esportano

Per comprendere meglio le tendenze recenti delle esportazioni italiane, sulla base dei dati forniti dall’Istat, sono stati analizzati i risultati di oltre 84mila imprese “persistentemente esportatrici”, definite come quelle che hanno esportato continuativamente nel triennio 2022-24. Le grandi imprese hanno realizzato poco più del 50% dell’export del 2024, quelle di medie dimensioni il 29,9% e le piccole e microimprese circa un quinto. Si conferma, inoltre, la rilevanza delle imprese multinazionali: quelle a controllo italiano spiegano il 40,4% dell’export registrato nel 2024, quelle a controllo estero il 33,8 per cento.

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