Guerra commerciale

Dazi, Orsini: Ue risponda compatta, piano straordinario per industria e lavoro

Lucia Aleotti, vicepresidente Confindustria per il Centro studi, su effetto sul Pil: «Nel 2025 andrà verso lo 0,4%-0,5% e nel 2026 intorno allo 0,6%»

8' di lettura

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«Trump ha ridefinito i confini del commercio mondiale, confermando che stiamo vivendo un momento straordinario che ha bisogno di decisioni straordinarie La sfida europea è mantenere e aumentare la presenza di industria e lavoratori in Europa». È il commento a caldo del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sui dazi annunciati dal presidente Usa Donald Trump. «Per fare questo - ha continuato - occorre un piano straordinario su tre capitoli: investimenti, sburocratizzazione per eliminare i dazi interni, e recupero di competitività su fattori chiave quali l’energia. Contiamo su una risposta compatta e responsabile di tutte le forze politiche per arrivare ad un’azione che sia immediata e tangibile», ha concluso il leader degli industriali.

Super ammortamenti o crediti d’imposta

Per sostenere le imprese di fronte ai dazi Usa servono «misure straordinarie di cui l’Italia è capace. Immaginiamo una ipotesi super ammortamenti del 120-130% rispetto a tutti gli investimenti produttivi, quindi se una azienda decide di comprare un macchinario l’Italia la supporta, o crediti di imposta». Lo ha detto, intervenendo a Radio Anch’io, Lucia Aleotti, vice presidente di Confindustria per il Centro studi. «I dazi avranno un effetto di rallentamento dell’economia europea e italiana. Riteniamo che il Pil del 2025 andrà verso lo 0,4%-0,5% e nel 2026 intorno allo 0,6%. Le previsioni erano state già riviste dal clima di incertezza allo 0,6% per il 2025. Poi bisognerà vedere quali saranno effettivamente le categorie colpite», ha aggiunto Aleotti, spiegando che «i settori più a rischio sono quelli che hanno una esposizione più elevata verso gli Stati Uniti: bevande, quindi vini, farmaceutica, autoveicoli e altri mezzi di trasporto».

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Ad ogni modo, ha continuato, «l’elemento per un Paese industriale come l’Italia che deve preoccupare di più – ancora di più delle pure tariffe - è il discorso di Trump sulla rilocalizzazione all’interno degli Stati Uniti, ovvero il tentativo di sradicare le imprese dal nostro tessuto produttivo italiano e europeo».

Secondo le analisi del Centro Studi Confindustria e della Svimez, l’impatto complessivo dei dazi al 20% potrebbe portare a una perdita fino allo 0,2% del Pil, a oltre 50mila posti di lavoro a rischio, e a una riduzione dell’export tra il 13,5% e il 16,4% nei settori chiave come agroalimentare, chimica e farmaceutica. A essere colpite saranno soprattutto le regioni leader dell’export come Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, ma anche le aree più fragili del Sud - Sardegna, Molise, Sicilia - dove la scarsa diversificazione rende le imprese particolarmente vulnerabili.

I settori maggiormente esposti

«I settori maggiormente esposti ai dazi rimangono quelli delle auto e dei componentisti. Tra gli altri settori impattati, l’alimentare e il beverage ed i beni di lusso dove però vediamo maggiore resilienza legata alla minore elasticità della domanda al prezzo ed alla possibilità dei clienti di sostituire parzialmente gli acquisti nel paese con quelli effettuati all’estero. Esclusi invece al momento dai dazi i prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, oro, legname e in generale alcuni prodotti non reperibili negli Usa». Così gli analisti di Intermonte all’indomani dell’annuncio dei dazi in vigore dai prossimi giorni sui beni importati in Usa.

L’agroalimentare

Il dazio al 20% su tutti i prodotti agroalimentari Made in Italy porterà a un rincaro da 1,6 miliardi per i consumatori americani, con un calo delle vendite che danneggerà le imprese italiane, oltre ad incrementare il fenomeno dell’italian sounding. È quanto stima la Coldiretti: al calo delle vendite va poi aggiunto il danno in termini di deprezzamento delle produzioni, da calcolare filiera per filiera, legato all’eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati.

«Si stima un impatto potenziale tra i 4 e i 7 miliardi di euro per l’economia italiana, con effetti a catena su occupazione, investimenti e competitività» è il commento del presidente dell’Unione Coltivatori Italiani, Mario Serpillo: «Solo nel settore vitivinicolo, che vale 2 miliardi di export verso gli Usa e rappresenta il 25% del nostro export vinicolo totale, i dazi potrebbero tradursi in 6 milioni di euro di perdite al giorno per le cantine italiane. A questo si somma il danno per il parmigiano reggiano, che copre circa il 7% del mercato americano dei formaggi duri ed è venduto a un prezzo più che doppio rispetto ai parmesan locali».

Impatto sui vini

«Con i sanguinosi dazi americani al 20% il mercato dovrà tagliare i propri ricavi di 323 milioni di euro all’anno, pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni. Perciò Uiv è convinta della necessità di fare un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati; serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori». Lo ha detto il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi. Secondo Uiv, ben il 76% delle 480 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si trova in “zona rossa” con una esposizione sul totale delle spedizioni superiore al 20%. Aree enologiche con picchi assoluti per il Moscato d’Asti (60%), il Pinot grigio (48%), il Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, i piemontesi al 31%, così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27% e il Lambrusco. In totale sono 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1,3 miliardi di euro, ovvero il 70% dell’export italiano verso gli Stati Uniti.

Rimuovere vino, spumante e bevande alcoliche dall’elenco delle tariffe di ritorsione dell’Ue ai dazi statunitensi, condurre «immediatamente» negoziati diplomatici con gli Stati Uniti per scongiurare le tariffe punitive sui prodotti Made in Europe e garantire la competitività a lungo termine del settore vitivinicolo. Sono alcune delle richieste avanzate dal nuovo intergruppo dedicato al vino del Comitato europeo delle regioni, riunitosi il 3 aprile per la prima volta a Bruxelles a margine della plenaria dell’istituzione che rappresenta i territori.

Chianti e prosecco

Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti, commenta: «Prendiamo atto con rammarico della decisione del presidente degli Stati Uniti sui dazi, ma non possiamo permetterci di restare fermi. È il momento di rafforzare la nostra presenza in nuovi mercati, a partire dal Sud America, dove l’accordo con il Mercosur può aprire grandi opportunità per il nostro vino. Allo stesso tempo, dobbiamo investire in Asia e iniziare a promuoverci in Africa e India per diversificare le nostre esportazioni e ridurre la dipendenza dagli Usa». 

Intanto i dazi non fermano gli operatori Usa in partenza per Verona. Sono infatti oltre tremila i buyer americani confermati alla 57esima edizione di Vinitaly (Veronafiere, 6-9 aprile): un dato che replica il primato dell’anno scorso. Tuttavia nella regione la preoccupazione si sente: «L’export agroalimentare veneto vale 1 miliardo di euro all’anno. Difficile fare previsioni, ma con questi dazi applicati dagli Usa, un 20% che farà molto male, rischiamo un tracollo», afferma in una nota il presidente di Cia Veneto, Gianmichele Passarini. Oltre al vino, tra i principali prodotti esportati dal veneto negli Stati Uniti figurano l’olio, la pasta e i formaggi. Nell’ultimo decennio l’export agroalimentare veneto in direzione Usa è aumentato di più del 50%. Sarà il prosecco a risentire maggiormente dei dazi: dal Veneto quota 491 milioni di valore all’anno verso gli Usa.

Formaggi, olio, pomodoro

Il presidente di Confcooperative Fedagripesca, Raffaele Drei, commenta: «Abbiamo criticato i dazi come strumento di politica economica ma gli Usa hanno deciso di adottarli, pur se con percentuali inferiori a quanto minacciato. Ora è tempo di lasciare alle istituzioni politiche e alla diplomazia europea ed italiana lo studio delle adeguate contromisure ai dazi. Al tempo stesso ci preme però sollecitare l’assoluta urgenza di concentrarsi sulle difficoltà delle aziende, per le quali andranno subito pensate e predisposte misure a difesa della loro competitività».

Significativa la quota di export nel mercato a stelle e strisce delle cooperative aderenti a Confcooperative: negli Usa il fatturato delle cantine cooperative è di oltre 570 milioni di euro, il 30% di tutto l’export vitivinicolo nel mercato statunitense (che si attesta su 1,9 miliardi di euro), mentre per un altro settore ad alto valore aggiunto con le sue produzioni DOP come i formaggi, le cooperative commercializzano negli Stati Uniti 122 milioni di euro, il 25% di tutte le vendite di formaggi negli Usa, che nel 2024 hanno toccato quota 484 milioni di euro. Seguono poi altre filiere e prodotti in cui la cooperazione esporta valori significativi come il pomodoro da industria.

Parmigiano: Usa primo mercato

«Noi non siamo affatto in concorrenza coi formaggi locali: si tratta di prodotti diversi che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti: è pertanto assurdo colpire un prodotto di nicchia come il parmigiano reggiano per proteggere l’economia americana». È il commento di Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del parmigiano reggiano sui dazi imposti da Trump, il 20% per l’Ue. Una tariffa fissa che colpisce anche il parmigiano. «I dazi sul nostro prodotto - precisa Bertinelli - passano quindi dal 15% al 35%. Di certo la notizia non ci rende felici, ma il parmigiano reggiano è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente a una riduzione dei consumi. Lavoreremo per cercare con la via negoziale di fare capire per quale motivo non ha senso applicare dazi a un prodotto come il nostro che non è in reale concorrenza con i parmesan americani. Ci rimboccheremo le maniche per sostenere la domanda in quello che è il nostro primo mercato estero e che rappresenta oggi il 22,5% della quota export totale».

La moda

«A seguito dell’annuncio da parte dell’amministrazione Trump sull’imposizione di nuovi dazi del 20% su tutte le esportazioni europee, esprimo grande preoccupazione per le ripercussioni che questa decisione avrà sulle nostre imprese e sul settore degli accessori moda». Così Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda, «rinnovando l’appello affinché l’Italia e l’Europa si uniscano per contrastare questa decisione e tutelare gli interessi delle nostre aziende. La questione non riguarda solo il Made in Italy, ma l’intera Unione europea, che rischia di subire danni significativi». Ceolini ricorda che «nel 2024, l’export verso gli Stati Uniti dei comparti calzaturiero, pelletteria, conceria e pellicceria, che come Confindustria Accessori Moda rappresentiamo, ha raggiunto un valore di quasi 3 miliardi di euro. Sebbene questo valore abbia registrato una leggera contrazione del 3,5% rispetto al 2023, continua a riflettere la solidità delle nostre esportazioni e l’alto apprezzamento per la qualità del Made in Italy», sottolineando che «l’introduzione dei nuovi dazi comprometterà ulteriormente questi risultati». Per la presidente dell’associazione, «il nostro settore, già messo a dura prova da difficoltà economiche e incertezze geopolitiche, non può permettersi un ulteriore ostacolo: per questo confidiamo in un intervento tempestivo ed efficace delle istituzioni europee per proteggere il futuro delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Speriamo che, attraverso le negoziazioni a cui lo stesso Trump ha accennato, la situazione possa trovare una soluzione».

L’aumento dei prezzi per gli italiani

I dazi varati dagli Stati Uniti verso i prodotti Ue potrebbero determinare, a regime, un incremento dei prezzi al dettaglio in Italia, con una stangata fino a 4,2 miliardi di euro sulla spesa delle famiglie. I calcoli arrivano dal Codacons, che ha elaborato delle proiezioni sui possibili effetti delle misure introdotte da Trump. Le minori esportazioni delle imprese italiane ed europee verso l’America, se non bilanciate da un incremento dell’export verso Paesi terzi, determinerebbero una riduzione dei profitti per miliardi di euro, che costringerebbe i produttori ad aumentare i prezzi sui propri mercati di attività per compensare le perdite. - spiega il Codacons - Se alcuni comparti, come quello del lusso, risentiranno meno dei dazi in virtù della scarsa elasticità della domanda rispetto ai prezzi, altri settori, dall’automotive all’alimentare, subiranno un colpo durissimo.

Ipotizzando a regime un effetto sul tasso generale di inflazione italiano del +0,3% come conseguenza non solo delle misure protezionistiche varate dagli Usa, ma anche dei controdazi dell’Ue verso i prodotti importati dagli Stati Uniti, la spesa delle famiglie italiane, a parità di consumi, aumenterebbe di 2,55 miliardi di euro all’anno. Ma se l’effetto sull’inflazione fosse più alto, ad esempio del +0,5%, la stangata arriverebbe a complessivi 4,23 miliardi di euro. Uno dei settori più colpiti dallo tsunami dazi sarà quello alimentare, considerato il peso delle esportazioni agroalimentari italiane verso gli Usa: un eventuale rialzo dei prezzi al dettaglio di cibi e bevande venduti in Italia del +1%, determinerebbe un aggravio di spesa da 1,62 miliardi di euro annui a carico dei consumatori - calcola il Codacons. A tutto ciò, inoltre, si aggiungerebbero effetti negativi su mutui e finanziamenti: un eventuale rialzo dell’inflazione nell’eurozona porterebbe la Bce a invertire la rotta e optare per un aumento dei tassi di interesse, con evidenti danni per chi ha acceso un mutuo a tasso variabile, conclude l’associazione.

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