Dazi, Orsini: Ue risponda compatta, piano straordinario per industria e lavoro
Lucia Aleotti, vicepresidente Confindustria per il Centro studi, su effetto sul Pil: «Nel 2025 andrà verso lo 0,4%-0,5% e nel 2026 intorno allo 0,6%»
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«Trump ha ridefinito i confini del commercio mondiale, confermando che stiamo vivendo un momento straordinario che ha bisogno di decisioni straordinarie La sfida europea è mantenere e aumentare la presenza di industria e lavoratori in Europa». È il commento a caldo del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sui dazi annunciati dal presidente Usa Donald Trump. «Per fare questo - ha continuato - occorre un piano straordinario su tre capitoli: investimenti, sburocratizzazione per eliminare i dazi interni, e recupero di competitività su fattori chiave quali l’energia. Contiamo su una risposta compatta e responsabile di tutte le forze politiche per arrivare ad un’azione che sia immediata e tangibile», ha concluso il leader degli industriali.
Super ammortamenti o crediti d’imposta
Per sostenere le imprese di fronte ai dazi Usa servono «misure straordinarie di cui l’Italia è capace. Immaginiamo una ipotesi super ammortamenti del 120-130% rispetto a tutti gli investimenti produttivi, quindi se una azienda decide di comprare un macchinario l’Italia la supporta, o crediti di imposta». Lo ha detto, intervenendo a Radio Anch’io, Lucia Aleotti, vice presidente di Confindustria per il Centro studi. «I dazi avranno un effetto di rallentamento dell’economia europea e italiana. Riteniamo che il Pil del 2025 andrà verso lo 0,4%-0,5% e nel 2026 intorno allo 0,6%. Le previsioni erano state già riviste dal clima di incertezza allo 0,6% per il 2025. Poi bisognerà vedere quali saranno effettivamente le categorie colpite», ha aggiunto Aleotti, spiegando che «i settori più a rischio sono quelli che hanno una esposizione più elevata verso gli Stati Uniti: bevande, quindi vini, farmaceutica, autoveicoli e altri mezzi di trasporto».
Ad ogni modo, ha continuato, «l’elemento per un Paese industriale come l’Italia che deve preoccupare di più – ancora di più delle pure tariffe - è il discorso di Trump sulla rilocalizzazione all’interno degli Stati Uniti, ovvero il tentativo di sradicare le imprese dal nostro tessuto produttivo italiano e europeo».
Secondo le analisi del Centro Studi Confindustria e della Svimez, l’impatto complessivo dei dazi al 20% potrebbe portare a una perdita fino allo 0,2% del Pil, a oltre 50mila posti di lavoro a rischio, e a una riduzione dell’export tra il 13,5% e il 16,4% nei settori chiave come agroalimentare, chimica e farmaceutica. A essere colpite saranno soprattutto le regioni leader dell’export come Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, ma anche le aree più fragili del Sud - Sardegna, Molise, Sicilia - dove la scarsa diversificazione rende le imprese particolarmente vulnerabili.
I settori maggiormente esposti
«I settori maggiormente esposti ai dazi rimangono quelli delle auto e dei componentisti. Tra gli altri settori impattati, l’alimentare e il beverage ed i beni di lusso dove però vediamo maggiore resilienza legata alla minore elasticità della domanda al prezzo ed alla possibilità dei clienti di sostituire parzialmente gli acquisti nel paese con quelli effettuati all’estero. Esclusi invece al momento dai dazi i prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, oro, legname e in generale alcuni prodotti non reperibili negli Usa». Così gli analisti di Intermonte all’indomani dell’annuncio dei dazi in vigore dai prossimi giorni sui beni importati in Usa.








