Davide Oldani: «La mia ricetta per Milano»
Riappropriarsi del tempo, mettere al centro della quotidianità la dimensione più autentica di “casa”. Gli ingredienti per la rinascita della città scelti da uno dei suoi volti più noti: lo chef Davide Oldani
di Serena Uccello
6' di lettura
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Nel luogo in cui Davide Oldani ha scelto di lasciar crescere le sue radici – il riferimento botanico non è casuale – ci sono esattamente la sua identità e la sua visione. C'è, in altre parole, una perfetta adesione tra un luogo fisico e una scelta di vita che diventa anche espressione di un progetto professionale. Lo capirò a metà circa del nostro incontro. Chi arriva a San Pietro all'Olmo nella piazzetta dove si affaccia il D'O, il suo ristorante stella Michelin, sceglie di farlo, navigatore alla mano. In questa frazione di Cornaredo, alle porte di Milano, non rimbalzano le vetrine del centro, qui si sfrangia piuttosto la memoria rurale dove non si inciampa
per caso, ma si decide di esserci.
«Mi dispiace che questo posto venga considerato periferia e non campagna», mi dice subito Oldani, spiegandomi che ama più la definizione di borgo. Di borgo rifatto, ma comunque “borgo”. Un luogo che cerca di mettere in collegamento quel che ci è stato lasciato (mondo contadino) e quel che lasceremo (mondo urbano). E allora, se si pensa
a questo legame, si capisce pure perché Oldani, che qui è profondamente radicato, è diventato anche uno dei volti di Milano, insignito dell'Ambrogino d'Oro nel 2008: «Il più giovane, avevo 42 anni», ricorda lui ora.
La pandemia ha colpito una città modello che stava conoscendo uno straordinario sviluppo. È una crisi reversibile? È una trasformazione dagli esiti incerti?
«Io non voglio parlare di crisi, perché quello che è accaduto non è stato un cambiamento determinato dall'uomo. È stato un evento, che io definirei naturale, che forse ci ha fatto comprendere che sopra le nostre teste c'è un Dio che decide…».
La interrompo: che rapporto ha con la fede?
«Sono un uomo che cerca la sua fede e che ha i suoi riferimenti nel cristianesimo».
Perché non vuole parlare di crisi di Milano?
«Non parlerei di crisi perché quello che è accaduto e sta accadendo è inaspettato per tutti. Noi non sappiamo nulla del Covid-19, sappiamo però che dobbiamo imparare a conviverci. La natura ci ha ricordato questo: siamo noi che dobbiamo adeguarci a lei, non viceversa. E lo ha fatto dimostrandoci anche quanto inutile, a volte, siano il nostro vociare, l'alzare i toni, le nostre urla. Mi spiego: nei tre mesi di lockdown il mare ha cominciato a ripopolarsi, qui davanti l'erba è cresciuta in mezzo ai sanpietrini, il cielo si è schiarito. La natura si è ripresa il suo spazio. Ed è come se, nel farlo, ci avesse silenziati: in un tempo breve, la natura ha fatto quello che la voce di chi chiedeva un mondo più sostenibile non era riuscita a ottenere. Io voglio credere che ci sia arrivato un messaggio: blocchiamo tutto e vedrete che qualcosa si rimetterà a posto. Ci stiamo rendendo finalmente conto che siamo affittuari del mondo. Certo il dazio che stiamo pagando è altissimo. Il mio pensiero e il mio rispetto vanno alle vite perdute».








