Dati Ocse-Pisa: emerge l’importanza dell’«orientatore professionale» nelle scuole
Valorizzazione del ruolo dei “docenti tutor” e “docenti orientatori” previsti dal ministero. Dopo un anno di sperimentazione sarebbe opportuno che Viale Trastevere mettesse a disposizione dati di dettaglio che potrebbero evidenziare cosa abbia funzionato, e cosa invece debba essere corretto
di Tommaso Agasisti*
4' di lettura
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È utile che le scuole si adoperino per supportare gli studenti nelle scelte che riguardano i loro percorsi di studio e professionali futuri? In un recente studio, pubblicato sulla rivista accademica Education Economics, abbiamo tentato una risposta a questo interrogativo, attraverso l'analisi dei dati Ocse Pisa del 2018. La risposta è affermativa: nelle scuole (superiori) che hanno un “orientatore professionale” al proprio interno, gli studenti hanno aspirazioni di studio, livelli di motivazione e anche risultati scolastici migliori. Ma andiamo con ordine.
L’indagine
L'indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) dell'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) viene svolta ogni tre anni su un campione rappresentativo di studenti quindicenni in oltre 70 Paesi nel mondo. Nel nostro Paese, la maggior parte di essi frequenta la seconda classe della scuola secondaria di II grado. Oltre alle risposte degli studenti a un test standardizzato su tre ambiti disciplinari (lettura, matematica e scienze), l'indagine raccoglie una quantità notevole di informazioni da genitori, docenti e dirigenti scolastici. Tra queste, vi sono alcuni indicatori che descrivono la presenza – o meno – di un orientatore professionale (career guidance, in inglese) all'interno della scuola. Tale figura svolge una pluralità di funzioni, quali ad esempio fornire informazioni su percorsi di studio post-secondari, organizzare la presentazione di attività professionali a scuola, realizzare sessioni di mentoring e orientamento personalizzato. Ci siamo domandati se la presenza di questa figura nelle scuole fosse associata a diversi livelli di aspirazione, motivazione e performance accademica degli studenti che le frequentino. Il database Pisa, infatti, contiene indicatori che misurano tali dimensioni, e fornisce dunque l'occasione per una esplorazione di tale questione basata sull'analisi dei dati. Nello specifico, nel nostro studio abbiamo utilizzato dati su oltre 188.000 studenti, raggruppati in oltre 7.700 scuole di 29 Paesi.
I risultati
Una prima evidenza riguarda la forte eterogeneità della pratica dell'orientamento professionale: vi sono Paesi in cui quasi tutte le scuole avevano al proprio interno (nel 2018) un orientatore professionale (Portogallo, Spagna, Slovacchia e Finlandia), ed altri in cui la proporzione di scuole dotate di questa figura è molto più bassa (ad esempio, Grecia ed Ungheria). È interessante il caso dell'Italia, dove questa figura non esisteva affatto. Si noti che la domanda utilizzata per costruire la variabile di interesse non riguarda la predisposizione di servizi di counseling o alla carriera, ma la presenza di una persona (non necessariamente un docente) con tale specifico ruolo dedicato. Per l'analisi dei dati, si è fatto ricorso ad una tecnica statistica nota come Propensity Score Matching. L'intuizione è quella di comparare i risultati di studenti simili tra loro (per le caratteristiche individuali: genere, cittadinanza, livello socioeconomico della famiglia, ecc.), che frequentano scuole simili tra loro (per dimensione, localizzazione in città vs campagna, livello socioeconomico medio, ecc.) e che differiscano solo per la presenza o meno, all'interno della scuola, di un “consigliere professionale”. I risultati della comparazione statistica tra queste due popolazioni di studenti consentono di capire se questa figura professionale faccia la differenza, ossia se gli studenti nelle scuole con questa figura abbiano risultati migliori di altre (simili) che non l'hanno. Nel condurre l'analisi, abbiamo diviso i risultati per diversi percentili della distribuzione del livello socioeconomico degli studenti. Per farlo, abbiamo utilizzato un indicatore calcolato dall'Ocse e denominato Escs (Economic, Social and Cultural Status) che considera il livello di studio dei genitori, la loro professione, e il possesso di beni culturali a casa.
L’obiettivo
L'obiettivo è verificare se l'effetto dell'orientatore professionale sia eterogeneo per gruppi di studenti diversi (es. i più avvantaggiati sotto il profilo socioeconomico vs i più svantaggiati). I risultati dello studio sono interessanti. Mentre non vi è alcuna correlazione statisticamente significativa per il gruppo di studenti più avvantaggiati (percentili maggiori della distribuzione Escs), c'è una correlazione significativa e positiva per gli studenti più svantaggiati. In altre parole, sembra che la presenza di un orientatore professionale possa contribuire positivamente a migliorare le aspirazioni, la motivazione e i risultati scolastici degli studenti che partono con un maggiore svantaggio socioeconomico. Sembra una buona notizia: una figura professionale di questo tipo può agire per ridurre i gap di partenza e favorire una maggiore uguaglianza di opportunità per tutti gli studenti.
L’importanza dell’analisi
Per quale ragione si osservano questi risultati? I dati a disposizione non consentono di esplorare a fondo i meccanismi sottostanti alle relazioni descritte in precedenza. Ci sono, tuttavia, due possibili spiegazioni che appaiono intuitive e ragionevoli. La prima è che i gli orientatori professionali svolgano un ruolo di informazione (sulle opportunità di formazione e di carriera futura) a favore di studenti che non ricevono questo tipo di introduzione alla realtà da parte della propria famiglia. La seconda è che queste figure si propongano anche come accompagnamento, sostegno e guida per gli studenti che partono da situazioni iniziali più fragili: questo elemento spiegherebbe anche perché si manifesti un effetto positivo sulle performance scolastiche, che non sono l'obiettivo primario dell'azione di tali figure professionali.
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