Economia dello spazio

Dati e umanità: così lo Spazio aiuta a contrastare il cambiamento climatico

La testimonianza dell’astronauta italiano Luca Parmitano, che ha documentato dall’alto gli effetti devastanti del Climate Change

di Giovanna Mancini

Spazio e cambiamento climatico  Nella foto:  Luca Parmitano, Enrico Franco

4' di lettura

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Si dice che la distanza aiuti a ridimensionare i problemi, ma non è sempre così. C’è un problema - un problema grossissimo - che da lontano appare ancora più grave ed è il cambiamento climatico.

A fotografarlo - in senso letterale - è stato Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Agenzia spaziale europea (Esa), intervenuto al Festival dell’economia di Trento per parlare di «Spazio e cambiamento climatico», mostrando al pubblico alcune immagini da lui scattate dall’alto (da molto in alto).

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Il cambiamento climatico fotografato dallo Spazio

«Il cambiamento climatico è un processo, quindi dallo Spazio non riusciamo a vederlo in modo puntuale, ma riusciamo a documentarne gli effetti nel tempo», spiega l’astronauta, che è stato per la prima volta nello Spazio (primo italiano a effettuare un’attività extraveicolare) nel 2013, quando ancora questo problema non aveva assunto i contorni di urgenza che ha oggi, ed è tornato sei anni dopo, quando invece la situazione era rapidamente precipitata.

«In particolare, ricordo il mio turbamento quando abbiamo attraversato la foresta Amazzonica nel 2019 - racconta -. Nel 2013 sorvolare quell’area della Terra significava volare per circa 6 minuti sopra un tappeto verde ininterrotto, che dava un grandissimo senso di serenità. A distanza di soli sei anni, quel tappeto era ridotto a una serie di chiazze rubate alla foresta per creare aree agricole in cui allevare animali per soddisfare l’elevatissima domanda di carne bovina». Parmitano precisa che la sua non è una critica alle popolazioni locali, che cercano di creare le condizioni per una vita migliore per se stessi, ma al sistema della distribuzione iniqua della ricchezza e dei consumi.

Oltre al disboscamento della Foresta Amazzonica, Parmitano e i suoi colleghi hanno documentato molti altri effetti del cambiamento climatico: enormi uragani, così vasti da coprire l’intera calotta terrestre (come Dorian, che ebbe effetti devastanti nel 2019 sulle Bahamas), incendi devastanti, alluvioni. «La ricerca spaziale può fare questo per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico: fornire documenti e dati, che saranno poi utilizzati da altri scienziati e che, soprattutto, dovrebbero poi guidare le scelte politiche dei leader della Terra», spiega l’astronauta.

E chi ha orecchie per intendere intenda.

Ecco, da lontano forse quello che cambia davvero è la prospettiva: una prospettiva non contaminata dalle questioni contingenti, certamente importanti, ma che spesso generano una visione miope, di breve periodo. Una prospettiva che guarda ai possibili sviluppi della ricerca e agli effetti sulla vita delle future generazioni e del Pianeta.

Parmitano: “Il nostro nemico comune è il cambiamento climatico”

Il messaggio degli astronauti alla politica

Nasce da questa prospettiva il messaggio che gli astronauti dell’Esa mandarono, nel 2019, ai politici riuniti allora a Madrid per COP25. «Esistono due modi per tenere unire le persone - spiega Parmitano -. Uno populistico, che consiste nel creare un nemico comune attorno a cui compattarsi. L’altro, quello che scegliamo noi delle agenzie spaziali, è di avere invece un sogno comune, perché quello della scienza è un mondo comune, fatto di persone di Paesi e culture diversi, che parlano però un linguaggio universale, quello della matematica e della fisica».

Il nemico comune c’è gia, purtroppo, ed è il cambiamento climatico. Il sogno comune, nel messaggio degli astronauti, è quello di guardare questo nemico, riconoscerlo, e affrontarlo tutti insieme.

«Nello Spazio noi astronauti portiamo la nostra umanità, che aiuta a interpretare e commentare le immagini che scattiamo - dice ancora Parmitano -. Ma il supporto più importante che la ricerca spaziale può dare contro il cambiamento climatico lo danno i satelliti scientifici. L’Esa ha la migliore e più avanzata costellazione satellitare di osservazione della Terra, che fornisce informazioni gratuite a tutti gli enti di ricerca del mondo che ne abbiano bisogno».

Lo Spazio, quindi, può fornire dati e certezza nell’osservazione, strumenti per prendere le azioni politiche necessarie. È importante, però, che queste informazioni siano il più possibile neutrali, che la ricerca sia libera. Per questo è fondamentale l’impegno delle istituzioni pubbliche nella ricerca spaziale. «Il ruolo dei privati è fondamentale - precisa Parmitano -. L’Esa assmebla, costruisce e finanzia i satelliti, ma i componenti arrivano dalle aziende, molte peraltro italiane. Quello che però sta cambiando è la capacita di accesso allo Spazio che, negli Stati Uniti, è sempre di più in mano ad aziende private, che quindi possono scegliere se dare priorità a un tipo di satellite oppure a un altro, in base ai propri obiettivi. Questo, a mio avviso, è un rischio».

Ricerca spaziale: il rapporto pubblico-privato

Nell’Esa partecipano soggetti sia pubblici, sia privati e l’Italia ha un ruolo importante nella Space Economy, che oggi vale circa 630 miliardi di dollari, con la prospettiva di raggiungere i 1.800 miliardi nel 2035. L’Italia ha un’industria aerospaziale che vale circa 1,5 miliardi. Siamo terzo Paese per investimenti nell’Esa, dietro la Germania e sostanzialmente al pari della Francia. Tuttavia, l’investiemnto annuo dell’Esa è un terzo dell’investimento della Nasa.

«Se come europei vogliamo giocare la nostra parte e portare un contributo alla ricerca spaziale con i nostri valori di condivisione, dobbiamo essere in gardo di sederci al tavolo delle trattative con chi oggi si appresta aa avere il dominio dello Spazio - dice ancora l’astronauta siciliano -. Oggi l’Europa è indietro, soprattutto nell’ambito delle telecomunicazioni, dove si gioca una partita fondamentale. Ma non dobbiamo gettare la spugna. Dobbiamo investire e impegnarci per colmare questo buco. Abbiamo le condizioni e le competenze per farlo. Ci stiamo attrezzando per costruire un ponte fino al 2030, quando avremo la nostra rete IRIS2, equivalente per capacità a StarLink, che però è di un’azienda privata».

Parmitano ha concluso prospettando alcune delle principali sfide della ricerca spaziale per i prossimi anni: strumenti (come quello a cui ha contribuito anche lo scienziato italiano Roberto Battiston) per catturare le cosiddette particelle cariche dello Spazio, quelle generate dalle grandi attività cosmiche (come le interazioni tra stelle o tra stelle e buchi neri), che sono il motore dell’Universo. O le missioni per portare nuovamente l’uomo sulla Luna o per esplorare Marte alla ricerca di forme di vita precedenti.

Lo Spazio è curiosità, è ricerca, è conoscenza. Perché, è vero, l’urgenza per tutti noi è portare il cibo in tavola e pagare l’affitto o il mutuo. Ma gli uomini e le donne, ricorda Parmitano, sono «mens sana in corpore sano». Sono corpo ma sono anche mente e devono nutrire anche la loro sete di conoscenza, il loro desiderio di comprendere il mondo e l’Universo, che ci distinguono dal resto del mondo animale.

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