Data center, l’Italia accelera sulle regole per spingere i capitali
Dal decreto bollette alla legge nazionale alle novità regionali: caccia a una nuova disciplina per evitare che la burocrazia freni la competitività
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Dietro ogni algoritmo di intelligenza artificiale o sistema di archiviazione ci sono mura e chilometri di cavi: i data center. In Italia, la corsa a costruire queste nuove cattedrali di dati ed energia è già iniziata, portando gli investimenti dell’asset class immobiliare a cifre vertiginose (oltre 7 miliardi negli ultimi tre anni). Ma come spesso accade in Italia, la complessità del sistema normativo - in questo caso ancor più l’assenza di un quadro regolatorio specifico - ha finora rallentato i sistemi autorizzativi e la capacità di fuoco dei capitali interessati. In assenza di regole chiare e certe, unitamente al rischio speculativo e di saturazione virtuale della rete, il Paese potrebbe perdere il treno per sviluppare infrastrutture a dir poco fondamentali per la vita digitale.
Il quadro normativo in corso di definizione
Per scongiurare l’ipotesi, le norme in corso di definizione sono diverse ma gli operatori aspettano di capirne il reale impatto. Il governo è recentemente intervenuto con il decreto bollette, entrato in vigore lo scorso 21 febbraio, che introduce un regime amministrativo per la realizzazione dei nuovi centri dati. In attesa delle possibili modifiche al testo in sede di conversione in legge, attualmente il cuore della norma risiede nell’articolo 8, che istituisce il procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni attraverso la conferenza di servizi. Un iter che dovrebbe ridurre le tempistiche e concludersi entro dieci mesi dalla procedibilità dell’istanza, con una possibile proroga di tre mesi solo in casi eccezionali. «Si tratta di un unico step che però contiene tutti i vecchi passaggi», semplifica Silvia Gnocco, founding partner dello studio Inzaghi specializzata nel settore. L’avvocata spiega che il primo vero nodo di questa formulazione è il soggetto competente: l’autorità che gestisce l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia). «L’Aia scatta solo sopra i 50 Megawatt di potenza, ma molti impianti sul mercato sono più piccoli. Identificare il responsabile del procedimento unico nell’autorità che gestisce l’Aia rischia di escludere i progetti minori o, al contrario, di ingolfare gli uffici con istanze per titoli ambientali non necessari».
L’autorizzazione unica rilasciata a valle della conferenza include ogni atto di permesso necessario, dalla valutazione di impatto ambientale (Via) all’autorizzazione paesaggistica, fino a quella per l’utilizzo delle acque o le emissioni. «Per l’operatore vuol dire dover anticipare in fase di progettazione edilizia anche importanti scelte operative che saranno poi attuate a distanza di due o tre anni e definire subito impianti, emissioni e fabbisogni energetici per predisporre la domanda», aggiunge Gnocco. Il decreto attualmente non si esprime inoltre sugli effetti di variante urbanistica: «In assenza di modifiche esplicite, il procedimento unico può trovare applicazione solo a valle di una pianificazione urbanistica conforme. Questo significa che, qualora l’area scelta richieda un piano attuativo, questo andrà ottenuto preventivamente». Il rischio? Accorciare i tempi della burocrazia finale, ma allungare di molto i tempi di quella iniziale.
Localmente il quadro normativo più dinamico è quello delle aree più interessate dagli sviluppi immobiliari, come la Lombardia. La Città Metropolitana di Milano ha pubblicato a maggio una Strategia Tematico-Territoriale in materia ma l’iter è fermo. La regione Lombardia ha invece definito una legge regionale ora in fase di audizioni. In merito a quest’ultima Gnocco riscontra elementi di complementarietà con il quadro del decreto bollette. «C’è una divisione dei compiti: il primo semplifica l’iter, ma la legge regionale ne definisce la sostanza puntando ad avocare a sé l’Aia ma confermando il ruolo delle province nei tavoli concertativi per gli impianti tra 10 e 50 MW. Il data center viene ricondotto alla destinazione produttiva, ma sotto la soglia dei 50 Mw resta la compatibilità con quella direzionale e l’insediamento su suolo agricolo comporterà un aumento del 50% degli oneri».
L’evoluzione del quadro legislativo cammina anche sulle gambe della legge delega sui Data Center, approvata già in prima lettura alla Camera lo scorso 24 febbraio. La norma mira a trasformare i data center in infrastrutture di pubblica utilità, puntando sul recupero delle aree industriali dismesse e sulla sostenibilità. L’introduzione di un iter autorizzativo unico nazionale, secondo Sherif Rizkalla, presidente dell’Associazione Italiana Datacenter che ha contribuito alla legge con un supporto tecnico , «può permettere all’Italia di colmare il divario di investimenti con i vicini europei, candidandosi come nuovo hub del Mediterraneo». Mettere a terra linee guida e normative chiare sarà la sfida per garantire che la burocrazia non freni gli investimenti.
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