Gestione Aziendale

Come cambia la negoziazione nell’era dell’instabilità geopolitica

Per le imprese negoziare non significa più “spuntare il miglior prezzo” ma proteggere la continuità operativa e difendere i margini industriali messi a dura prova dai rincari

di Luca Brambilla* e Andrea Monti**

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Il tempo della relativa abbondanza è finito. Per decenni, le imprese hanno operato in un contesto di stabilità apparente, dove le forniture di energia, gas e materie prime erano considerate variabili costanti e il tavolo delle trattative era il luogo dove, essenzialmente, si cercava di negoziare il prezzo più vantaggioso. Quello scenario è stato spazzato via da una realtà complessa in cui le tensioni geopolitiche non sono più un rumore di fondo, ma una forza d’urto che entra prepotentemente nei costi, nei contratti e nelle catene di fornitura.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Dallo shock energetico alle tensioni legate all’Inflation Reduction Act (IRA) americano, dalla chiusura degli stretti marittimi al rafforzamento del dollaro, fino al ritorno di pressioni inflazionistiche e catene di fornitura sotto stress. Non si assiste più a crisi isolate: l’incertezza sembra essere diventata una costante, riscrivendo le regole negoziali del commercio mondiale. Il Chartered Institute of Procurement & Supply (CIPS) ha registrato livelli di ansia record negli ultimi anni, dimostrando che la percezione del rischio è ormai sistematica.

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Gestire l’incertezza: la metamorfosi del tavolo negoziale

In questo contesto di volatilità, per le imprese negoziare non significa più “spuntare il miglior prezzo” ma proteggere la continuità operativa e difendere i margini industriali messi a dura prova dai rincari di logistica, chimica di base ed energia. Ciò richiede un cambio di paradigma: da un’ottica basata sulla battaglia per un punto percentuale alla costruzione di sistemi flessibili. Le imprese devono introdurre logiche di risk-sharing e integrare nei contratti clausole di revisione prezzi, meccanismi automatici di trasparenza su energia e trasporti e definire forbici di negoziazione sui cambi valutari. L’obiettivo è costruire resilienza ora, evitando di dover gestire un’emergenza ancora più grave e ancora più sotto pressione.

Team interni come orchestre

Questa nuova complessità richiede che le aziende, in particolare le PMI, compiano un salto di maturità rendendo la negoziazione un lavoro di squadra.

Il primo ostacolo da abbattere è la divisione in silos tra le funzioni aziendali. In troppe realtà, l’area commerciale (vendite e marketing) e il procurement (acquisti) non comunicano. Queste due anime devono invece agire come un’orchestra sincronizzata sotto l’input della direzione generale. Anche il ruolo del legale deve evolvere: l’azienda non ha bisogno di suggerimenti preconfezionati ma di professionisti capaci di trovare soluzioni pratiche di compromesso in un ambito globale regolato da normative differenti.

In questa cabina di regia il manager diventa una figura centrale che deve unire le competenze negoziali a una profonda sensibilità per le dinamiche socio-politiche: quando la geopolitica spinge al rialzo il costo dell’energia, dilata le tempistiche e incrementa l’incertezza, negoziare bene non significa più soltanto ottenere condizioni migliori, significa mettere in sicurezza continuità operativa, margini e relazioni. E oggi, per molte imprese, ciò può costituire una forma di vantaggio competitivo.

Negoziazione come co-progettazione e problem solving

In uno scenario così instabile, un approccio negoziale distributivo è spesso controproducente: occorre impostare un processo in cui i fornitori non sono controparti da spremere, ma partner con cui co-progettare soluzioni e riadattarsi insieme al mutare del contesto. Dove la flessibilità è un segno di intelligenza strategica e non di debolezza. Come dimostrano le recenti dinamiche internazionali, chi agisce con la sola forza senza analizzare le conseguenze politiche ed economiche finisce spesso isolato.

Oltre la Germania, alle Pmi serve agilità

Nonostante le difficoltà e le tensioni globali, il messaggio finale deve essere di ottimismo perché il disorientamento attuale nasconde opportunità di crescita per chi sa muoversi velocemente. Se è vero che poco più del 50% delle Pmi italiane esporta e che larga parte di questo export è concentrato sulla Germania, è altrettanto vero che si stanno aprendo vie alternative.

Gli accordi con l’India, ad esempio, il Mercosur e l’Australia rappresentano mercati ancora poco esplorati dalle nostre imprese, spesso frenate da una percezione di eccessiva distanza. Tuttavia, la struttura medio-piccola del tessuto industriale italiano, sebbene soffra nei momenti di rendita, garantisce un’agilità superiore nei periodi di grande cambiamento: per usare una metafora, è più facile spostare velocemente un barchino che un transatlantico. Così, in questa fase di caos il coordinamento tra politica e aziende diventa vitale: il successo dipenderà dalla capacità di fare rete, sia interna sia esterna, e di giocare d’attacco per guadagnare nuovi spazi, restando pronti a muoversi su più piani in un mondo che continuerà a essere fluido.

Chi accetta la sfida della complessità non si limiterà a resistere, ma troverà nella crisi il volano per una nuova crescita.

Come disse Wiston Churchill: “L’ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità”.

*Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

**Docente di Marketing internazionale, Economia delle aziende e dei mercati internazionali, IULM

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