Convegno a Venezia

Dalla trasparenza della filiera alla sostenibilità ambientale, la moda si confronta sul futuro

Alla quarta edizione del Venice Sustainable Fashion Forum aziende e istituzioni delineano le urgenze per rilanciare il sistema del made in Italy, a partire dai controlli nelle diverse fasi di produzione

di Silvia Pieraccini

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«Il sistema moda è sotto attacco ma gran parte dei problemi sono nostri e nessun altro li può risolvere». Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, ha dettato il cambio di passo in occasione della quarta edizione del Venice Sustainable Fashion Forum che si è aperto ieri (e si chiude oggi) sull’Isola di San Giorgio, organizzato con The European House Ambrosetti (Teha) e Confindustria Veneto Est.

Le inchieste giudiziarie del Tribunale di Milano, che nei mesi scorsi hanno coinvolto grandi brand del lusso accusati di agevolare una catena di fornitura formata da aziende cinesi che sfruttano i connazionali, spesso senza contratti e senza permessi di soggiorno, rischia di provocare un grave danno reputazionale all’intero made in Italy, e in generale alle produzioni moda europee. Correre ai ripari è necessario - è emerso dal Forum - anche per difendere le aziende che lavorano seriamente e che aderiscono al protocollo per la legalità dei contratti d’appalto nelle filiere della moda, firmato nel maggio scorso alla Prefettura di Milano.

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Gli strumenti per farlo sono quasi pronti, e vanno in una direzione nuova: quella della collaborazione a tutto tondo tra i brand e i terzisti che producono per loro, considerati non più semplici fornitori ma partner. Quattro i progetti sul tavolo, che dovranno avere come obiettivo finale quello di armonizzarsi tra loro. Confindustria Moda sta lavorando a una piattaforma digitale (col partner tecnico Ympact) per definire i requisiti e le modalità di verifica che permettono di controllare la filiera sul fronte della legalità e della compliance sociale. «Sarà un sistema open source che tutti potranno utilizzare in modo volontario – ha spiegato Sburlati – e che selezionerà le aziende virtuose, eliminando così i contratti-pirata. Per far questo occorre però che la filiera sia giustamente remunerata, perché se i manager dei brand vengono retribuiti solo in base ai tagli dei costi di fornitura si va verso l’illegalità».

Accanto alla sostenibilità sociale occorre armonizzare quella ambientale. Otto grandi brand della moda - tra cui gruppo Kering, Prada e Ermenegildo Zegna – stanno collaborando alla costruzione di un questionario comune per acquisire dalla catena di fornitura i dati strategici su energia, acqua e rifiuti. «Il questionario è già stato sottoposto a cento aziende del tessile, abbigliamento, concia, accessori moda e accessori metallici in Italia – hanno spiegato Chiara Morelli di Prada, Fulvio Benetti di Zegna e Mickael Maniez di Kering – e ora è pronto per essere messo sul web, in modo che tutti possano scaricarlo. In questo modo si semplifica la vita dei fornitori, che non dovranno più rispondere in modo diverso ai diversi brand. L’iniziativa è aperta a chi vuol partecipare».

Anche la Camera nazionale della moda e la Fédération de la haute couture et de la mode stanno lavorando alla creazione di una lista comune di criteri di sostenibilità, mentre in Parlamento sta cominciano il cammino la norma, inserita nel disegno di legge Pmi, che introduce una certificazione di conformità e una banca dati delle aziende che la adottano.

«Non c’è più tempo da perdere, nel 2026 dobbiamo armonizzare tutti questi provvedimenti e partire su base volontaria», ha ammonito Sburlati che punta così a valorizzare la filiera, oltre che a tamponare l’arrivo di ultra-fast fashion cinese stile Shein e Temu. «L’invasione di prodotti a basso costo che entrano senza dazi né controlli doganali, attraverso pacchi sotto i 150 euro, crea un dumping sociale e economico che danneggia le aziende e i consumatori», ha spiegato Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est.

A essere chiamata in causa sul rispetto degli standard di sostenibilità è anche l’Unione europea, che «permette l’ingresso di merci senza controllo e non difende la proprietà intellettuale», ha accusato Mario Jorge Machado, presidente di Euratex. «Non possiamo avere un’Europa pulita in un mondo sporco, altrimenti la competizione è sleale», ha aggiunto. Carlo Cici, partner e head of sustainability di Teha Group, ha sottolineato come l’accelerazione sugli obblighi di sostenibilità, seguita dalla decelerazione avvenuta negli ultimi tempi, sta disorientando molte aziende che non sanno più cosa devono fare. «Fondamentale è spingere sull’innovazione – ha sottolineato illustrando lo studio strategico fatto per il Forum – e le grandi aziende devono guidare su questo percorso di rilancio».

Un percorso che oggi ha bisogno di nuovi modelli di distribuzione multimarca, secondo Luca Solca managing director Luxury Goods di Bernstein, e ha bisogno anche «che i brand comprimano i margini incrementati a dismisura in questi anni per riavvicinare i consumatori». L’outlook del settore moda per il 2026, ha aggiunto, è in miglioramento e prevede una crescita del 3-4 per cento.

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