Dalla tecnologia ai viaggi, al food: il lungo viaggio per diventare leader
Per Elise, Isabel e Hyojeong la prima tappa è stata entrare nella rosa delle 30 donne scelte per la Cartier Women’s Initiative, che da vent’anni seleziona e promuove progetti al femminile.
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La leadership non è un tratto caratteriale, è un viaggio. Sbaglia chi pensa che sia innata. Si parte da un obiettivo, si impara, si cresce e si diventa leader con il tempo e il lavoro. Assistere al viaggio di tante donne alla conquista delle loro doti manageriali è fonte di grande ispirazione». Le parole di Cyrille Vigneron, attuale chairman del Cartier Philanthropy, racchiudono il senso profondo della Cartier Women’s Initiative che da vent’anni seleziona in tutto il mondo progetti imprenditoriali al femminile e li sostiene non solo dal punto di vista economico, ma con attività di mentoring e networking. «Illuminando il loro cammino, le aiutiamo a crescere e, assistendo ai loro progressi, anche noi diventiamo migliori», aggiunge Vigneron. I progetti premiati ogni anno sono trenta: tre per ciascuna di nove aree geografiche e tre nel settore Science & Technology. Per ogni categoria sono previsti un terzo, un secondo e un primo posto e la premiazione si terrà a Bangkok il 10 giugno prossimo. Le trenta imprenditrici selezionate partecipano a una fellowship con borsa di studio di un anno. Il programma ha finora sostenuto 330 donne provenienti da 66 Paesi, con un investimento totale di 14 milioni di dollari. E ha dato vita a un network internazionale con più di 520 membri. «Oggi solo il 3-4 per cento dei fondi che finanziano il venture capital è destinato alle attività al femminile, perché sono ritenute rischiose», dice Vigneron. «Le donne hanno ancora minore accesso all’istruzione, sono vittime di violenza domestica e si fanno carico della maggior parte del lavoro casalingo. Persino il mondo del lusso è tuttora in prevalenza maschile. Ma molte delle nostre fellows hanno raggiunto in questi vent’anni posizioni inimmaginabili: una di loro, per esempio, è diventata presidente dell’Islanda». Si riferisce a Halla Tómasdóttir vincitrice nel 2009.
Tra le trenta donne che quest’anno hanno superato la (non facile) selezione, con iniziative d’impresa diverse tra loro, ci sono Elise Thorel, Hyojeong Kim e Isabel Pulido.
LA CUCINA INCLUSIVA DI MARIE CURRY
Elise Thorel, francese, 34 anni, racconta il progetto tutto al femminile di catering e street-food multietnico Marie Curry, di cui è co-fondatrice. «I nostri obiettivi principali sono quattro: fare emergere il talento delle donne in cucina; offrire opportunità professionali a persone con background migratorio; creare un ambiente di lavoro sicuro; favorire la condivisione di patrimoni gastronomici di Paesi diversi». L’idea nasce dalla constatazione che nella ristorazione esiste ancora molta diseguaglianza di genere, soprattutto ai danni delle persone immigrate. «In Francia le donne costituiscono il 50 per cento della forza lavoro nel settore, ma solo nel 10 per cento dei casi diventano chef, nonostante abbiano talento e passione», spiega Thorel. «Condivido con la mia socia Sandrine Clément il desiderio di contribuire alla creazione di una società più inclusiva. Mi ha sempre colpito lo scarto che esiste tra l’immenso potenziale di alcuni individui e l’esiguo spazio che è concesso loro nel mondo professionale. Incontrando molte donne con un passato migratorio ha preso forma un pensiero, una sfida: e se un sapere così intimo e potente come quello culinario diventasse leva di emancipazione economica e sociale? Il progetto è nato con la convinzione di poter costruire un modello che tenga insieme esigenze gastronomiche, impatto sociale e sostenibilità economica». Un’attenzione particolare è riservata alla sicurezza delle donne nelle cucine. «Quello della ristorazione è un ambiente dove la violenza, fisica e psicologica, è frequente e spesso minimizzata.
Noi abbiamo creato un ambiente sicuro e rispettoso attraverso regole precise, grande attenzione alle dinamiche di gruppo e un’organizzazione del lavoro più orizzontale e collaborativa. Per noi quello di safe space non è un concetto astratto, ma una condizione indispensabile per permettere a ogni lavoratrice di acquisire fiducia in se stessa e rivelare pienamente il suo talento». Nelle cucine di Marie Curry, dove si preparano pietanze di tutto il mondo per l’attività di catering e per la vendita in strada a Bordeaux, non si dimentica la sostenibilità ambientale. «Utilizziamo prodotti stagionali e locali. Vogliamo dimostrare che è possibile proporre una cucina di buon livello, con attenzione alle persone e al Pianeta», dice ancora Thorel. Oggi vi lavorano otto donne, originarie di Gabon, Senegal, Congo, Indonesia, Iraq e La Réunion; l’impresa ora funziona bene, ma in passato non sono mancate difficoltà e sfide. «Tre anni fa avevamo già presentato una richiesta per la Women’s Initiative di Cartier, ma la candidatura è stata bocciata. All’epoca avevamo una visione forte e tanta energia, ma il modello non era pienamente sviluppato: quel rifiuto ci ha spinto a strutturare meglio il progetto di business», afferma. Tra i tanti piatti che costituiscono il menu di Marie Curry, secondo Thorel, il più caratteristico è l’hummus rivisitato. «È quello che meglio incarna il dna del nostro progetto: una ricetta semplice, universale, ma che si reinventa attraverso le culture e le stagioni, con la barbabietola, la zucca dolce, i piselli...», afferma. «Al di là di un singolo piatto, però, la vera caratteristica della nostra cucina è l’incontro: ogni ricetta racchiude il percorso di una donna, un patrimonio, una memoria».










