Bilancio di genere

Dalla sanità alle pensioni, ecco i divari che frenano le opportunità delle donne

Presentato in Parlamento dalla sottosegretaria al Mef, Lucia Albano, il dossier che misura l’impatto delle politiche pubbliche sugli squilibri economici e sociali nel 2024

di Flavia Landolfi

Donne al lavoro nei cantieri edili. ANSA

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

Cinque miliardi di euro, lo 0,47% degli impegni complessivi al netto delle spese per il personale, destinati a ridurre le disuguaglianze, sono solo un tassello del puzzle, certamente quello più vistoso. Il Bilancio di genere 2024 della Ragioneria generale del Mef, presentato il 27 maggio dalla sottosegretaria Lucia Albano in Commissione Bilancio della Camera, parte dalla riclassificazione dei conti pubblici e restituisce una fotografia molto più larga: lavoro, redditi, salute, pensioni, cura familiare, istruzione. Una mappa dei divari tra uomini e donne che continuano a frenare le seconde e che, in molti casi, si sommano lungo tutto l’arco della vita in una specie di curriculum alternativo fatto di ostacoli e maggiori carichi.

La contabilità

Il dato di bilancio resta il punto di partenza. Nel 2024 le spese direttamente destinate a ridurre le diseguaglianze di genere si fermano a 5,02 miliardi, pari allo 0,47% degli impegni complessivi classificati al netto del personale. Erano 4,31 miliardi nel 2023 e, secondo la traiettoria indicata da Albano, saliranno a 5,39 miliardi nel 2025 e a 6,41 miliardi nel 2026. Il salto atteso tra 2025 e 2026, pari a circa un miliardo, deriva in larga parte dal bonus mamme 2026. La misura finanziaria, però, va letta insieme al resto del dossier. Perché il Bilancio di genere, ha ricordato Albano, serve a misurare il «diverso impatto» delle decisioni di entrata e di spesa su uomini e donne. E proprio qui emerge il nodo: le politiche esplicitamente orientate alla parità crescono, ma restano una quota residuale. Il grosso del bilancio continua a stare altrove: 784,7 miliardi di spese classificate neutrali, 175,9 miliardi di spese sensibili al genere e 98,3 miliardi i cui effetti sono ancora da valutare.

Loading...

Il lavoro

Il primo terreno in cui i divari mordono è quello del lavoro. Il tasso di occupazione femminile nel 2024, ci dice il Bilancio, arriva al 53,3 per cento, sopra i livelli pre-Covid. Nel 2025, ha indicato Albano, sale ancora al 53,8 per cento. Resta, però, lontano dalla media europea, al 66,2% nel 2024 e al 66,6% nel 2025. Lo scalino italiano tra occupazione maschile e femminile è di 17,8 punti nel 2024. È qui che si vede il peso della maternità: il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 49 anni, con almeno un figlio in età prescolare, e quello delle donne senza figli è pari al 75,4%, in lieve miglioramento, ma ancora indicativo di una penalizzazione netta. Il dato si inserisce nel capitolo della conciliazione: «La retribuzione per i mesi di congedo parentale ha avuto un aumento dal 30% all’80%» e l’esito dell’incremento introdotto nelle prime tre leggi di bilancio del governo Meloni «è stato un utilizzo più marcato dello strumento», ha detto Albano.

Tra i fenomeni più oscuri c’è quello del part-time. Nel 2024 la quota è in diminuzione: il 46,1% delle lavoratrici part-time si trova, però, in questa condizione senza averla scelta. È un dato che pesa sui salari, sulla progressione di carriera e, più avanti, sulla pensione. Poco è cambiato anche sul versante dell’impresa: nel 2024 le imprese femminili sono il 22,2% del totale, con una presenza prevalente nei servizi. Il ricorso al Fondo di garanzia Pmi cresce appena dello 0,1 per cento, mentre imprenditrici e professioniste ricevono finanziamenti per circa 2,39 miliardi.

I divari socioeconomici

Anche la lettura delle dichiarazioni Irpef offre uno spaccato poco confortante utile a misurare il gap reddituale tra uomini e donne. «Nell’anno di imposta 2023, su oltre 42,5 milioni di contribuenti, il 47,7 per cento sono donne, una quota stabile dal 2019, ma il reddito complessivo da loro dichiarato rappresenta solo il 38,5 per cento», dice il dossier. Questo dato «segnala una persistente disparità di remunerazione tra uomini e donne, che si riflette anche nella minore imposta netta versata dalle donne, a causa della progressività del sistema fiscale».

Il 44,7% delle donne dichiara fino a 15mila euro, contro il 28% degli uomini. Sopra i 50mila euro si colloca solo il 4,3% delle donne, a fronte del 10% degli uomini. Il divario medio di reddito complessivo tra uomini e donne - prosegue il Bdg - si è ridotto dal 36 per cento nel 2004 al 31 per cento nel 2023. «Ciò indica che, nel 2023, il reddito medio dichiarato dalle donne è inferiore del 31 per cento rispetto a quello degli uomini», si sottolinea.

La sanità

Il divario nella salute è meno immediato, perché le donne vivono più a lungo degli uomini. Il Bilancio di genere misura un vantaggio di longevità di 4,1 anni. Ma la durata della vita non coincide con la qualità della vita. Nel 2024 la speranza di vita in buona salute scende a 58,1 anni, contro i 59,1 dell’anno precedente, e continua a registrare un divario di 3,2 anni a favore degli uomini (59,8 anni per gli uomini e 56,6 per le donne). In altre parole: le donne vivono di più, ma vivono meno anni in buona salute.

C’è, poi, il tema della sicurezza. Nel 2024 gli accessi di donne in pronto soccorso con diagnosi di violenza salgono a 19.518, contro i 16.947 del 2023. Un aumento che si innesta su un’altra evidenza: gli omicidi diminuiscono per gli uomini, mentre restano pressoché invariati quelli che hanno per vittime le donne.

«La violenza sulle donne, fenomeno assolutamente trasversale a contesti sociali culturali ed economici differenti non accenna quindi a diminuire - dice Maria Cecilia Guerra, deputata del Pd -. Si può forse ipotizzare che l’aumento degli accessi al pronto soccorso attraverso percorsi dedicati abbia contribuito a rendere più facile la denuncia della violenza da parte di chi la subisce».

Le pensioni

Le donne italiane ricevono in media una pensione del 28,6% inferiore a quella degli uomini, contro un divario europeo del 24,5%. È la somma di carriere più discontinue, retribuzioni più basse, part-time involontario, interruzioni legate alla cura dei figli o dei familiari anziani. Nelle pensioni le donne rappresentano il 51,5% dei contribuenti, eppure percepiscono il 42,7% dell’ammontare. Nel lavoro autonomo sono appena il 28,5% dei contribuenti. La concentrazione nei redditi bassi chiude il cerchio. È esattamente questo lo snodo in cui il lavoro meno pagato di oggi diventa la pensione più povera di domani.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti