L’indagine

Dalla Danimarca alla Spagna, ecco l’Europa dei quartieri ghetto

La Corte di giustizia Ue contesta Copenaghen per politiche di «integrazione» che finiscono per sortire l’effetto opposto. Un caso già visto altrove

di Michele Pignatelli (Il Sole 24 Ore, Italia), Miguel Ángel Gavilanes, Ana Ruíz, Marta Ley (El Confidencial, Spagna), Bianca Blei (Der Standard, Austria), Krassen Nikolov (Mediapool.bg)

(Photo by Mikkel Berg Pedersen / Ritzau Scanpix / AFP)

8' di lettura

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L’avevano chiamata legge anti-ghetto, poi l’hanno ribattezzata pacchetto per regolamentare le «società parallele». La sostanza non cambia: è una norma, introdotta nel 2018 dal governo danese di centrodestra e ora implementata da quello di centrosinistra di Mette Frederiksen, per promuovere l’integrazione, che però prevede misure drastiche come lo sfratto o la demolizione di abitazioni e che ora è all’esame della Corte di giustizia europea con l’accusa di violare la legislazione europea anti-discriminazione.

L’obiettivo originario della legge era affrontare le sfide sociali in alcuni quartieri a basso reddito, i cosiddetti “ghetti”, riducendo la concentrazione di comunità di immigrati, abbassando il tasso di disoccupazione e migliorando gli standard educativi. Più in dettaglio, ogni anno vengono identificati come ghetti le aree con più di 1.000 residenti se oltre il 50% sono «immigrati e loro discendenti da Paesi non occidentali» e se sono soddisfatti almeno altri due criteri relativi a istruzione, reddito, criminalità e partecipazione alla forza lavoro.

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Majken Felle, 50 anni, abita in uno dei quartieri travolti dalla stretta: Mjølnerparken. «So che, in quanto danese bianco e con gli occhi azzurri, non sono un bersaglio della legge, ma lo sono i miei vicini» spiega, defindendo «triste» il dibattito scatenato dalla legge. Felle, di professione insegnante, chiama Mjølnerparken casa sua e descrive il quartiere come ottimo. Ha aiutato i bambini del quartiere a fare i compiti. Hanno portato le borse della spesa fino al suo appartamento e si sono scambiati idee al caffè settimanale del quartiere. «La nostra lingua comune è sempre stata il danese», dice Felle.

Il criterio etnico dei cosiddetti «ghetti»

Il nodo, come spiega Kristina Bakkær Simonsen, politologa dell’Università di Aarhus, è proprio il «criterio etnico che ha la meglio su tutto: solo se gli abitanti hanno un background non occidentale, l’area entra nell’elenco delle società parallele, dei ghetti». E il quartiere è soggetto a pene più severe per alcuni reati, richieste di standard più elevati di conoscenza della lingua danese e, soprattutto, politiche per ridurre il numero di residenti non occidentali che prevedono la demolizione o conversione degli alloggi pubblici. Proprio da queste misure è partita la causa approdata alla Corte di giustizia europea.

C’è inoltre, a parte il rischio di sfratto o perdita della casa, lo stigma sociale che i residenti di questi quartieri - spesso immigrati di prima o seconda generazione di colore o di religione musulmana - devono sopportare, perché come nota ancora Bakkær Simonsen - «è come se la lista dicesse che essere di origine non occidentale equivale a essere disoccupati, criminali, con un’istruzione inferiore e così via».

Ma davvero questi quartieri senza le misure drastiche introdotte rischierebbero di diventare realtà chiuse, non integrate nella società danese? «L’immagine del ghetto - spiega Bakkær Simonsen - è stata costruita nel discorso politico affermando che “i valori danesi” non sono condivisi in quelle aree, ma in realtà non abbiamo alcuna evidenza scientifica a sostegno di questa visione. Quello che sappiamo – dalle ricerche sugli immigrati di prima e seconda generazione ma anche dalle indagini che il ministero dell’Integrazione conduce annualmente – è che sono fortemente impegnati nella democrazia liberale e nei valori del nostro welfare (pagare tasse elevate, lavorare, contribuire alla società) che caratterizzano la maggioranza della popolazione danese».

Le contraddizioni e i paradossi della legislazione non sembrano però toccare particolarmente l’opinione pubblica danese. Da qui, secondo Bakkær Simonsen, l’importanza della sentenza: «Se la Corte decidesse che si tratta di una violazione dei diritti umani e del principio di antidiscriminazione – conclude - credo che questo darebbe una nuova prospettiva a queste politiche, che non vengono più messe in discussione, almeno nel dibattito tradizionale, ma sono accettate come necessarie o legittime».

Dalla Francia alla Spagna, la prevenzione del «rischio ghetto»

Il dibattito sull’argomento non è un’esclusiva della Danimarca, con casi e politiche affini sperimentati nel resto d’Europa. Il comune denominatore resta quello di evitare, appunto, il crearsi di bolle urbane che vengono classificate come ghetti su base etnica, reddituale o entrambe. Già nel 2022 il ministro dell’Immigrazione svedese, Anders Ygeman, si era espresso contro le aree popolate da residenti sprovvisti di «origini nordiche», ipotizzando un tetto del 50% sulla concentrazione di cittadini di origine immigrante nelle cosiddette «aree problematiche». In Francia si discute da anni sulle politiche di contrasto all’eccessiva omogeneità sociale (ed etnica) di determinati quartieri, una battaglia sposata anche dall’ex prima ministra macroniana Elisabeth Borne con la proposta di dislocare le famiglie a basso reddito nei quartieri più ricchi. In Germania, nel 2020, una richiesta avanzata dalla forza di destra radicale Alternative für Deutschland aveva costretto le autorità della Renania Settentrionale-Vestfalia a pubblicare una lista di 44 zone «ad alto rischio» nel Land. Nella quasi totalità si trattava di zone con un’alta densità di residenti immigranti, concorrendo a quella classificazione etnica che ha suscitato le contestazioni della Corte di giustizia Ue.

Un caso a sé è rappresentato dalle strette delle autorità bulgare sulla comunità Rom. Nell’ultimo decennio, le autorità di Sofia hanno effettuato la demolizione di case rom in decine di città e villaggi, e in alcuni casi c’è stata una demolizione di massa di quartieri ghetto rom con la giustificazione che le case sono illegali. Gli attivisti per i diritti umani sostengono che queste demolizioni violano la Convenzione europea dei diritti umani, perché i rom vengono privati della loro unica casa. Per questi casi sono state presentate tre cause alla Corte europea dei diritti umani contro la Bulgaria, oltre a molte altre presso i tribunali nazionali.

Nella maggior parte dei casi, i rom sono difesi gratuitamente dall’organizzazione non governativa Bulgarian Helsinki Committee, una delle più antiche ONG in Bulgaria.Non ci sono dati precisi su quanti rom siano stati sgomberati con la forza dalla loro unica casa, distrutta dallo Stato o dal Comune, ma si stima che siano almeno diverse migliaia di persone.L’ultimo caso risale al 2023, quando 160 persone sono rimaste senza casa nella zona rom del distretto di Orlandovtsi, nella capitale bulgara di Sofia. Qualche anno prima, la maggior parte del grande quartiere rom di Maksuda a Varna, la più grande città bulgara sulla costa del Mar Nero, è stata rasa al suolo. La demolizione dell’insediamento rom nella città montana di Garmen, nei Monti Rodopi, nove anni fa, e la demolizione dell’insediamento rom nel villaggio plovacco di Vojvodinovo nel 2019 hanno suscitato scandalo nell’opinione pubblica.

Lo Stato non tiene statistiche precise sulle persone rimaste senza casa, perché non c’è un grande interesse pubblico per i problemi dell’etnia rom che, secondo varie stime, costituisce fino al 10% della popolazione del Paese.«Prima della demolizione delle case nel distretto di Orlandovtsi, abbiamo cercato di fermarla con una decisione del tribunale, ma non ci siamo riusciti. I tribunali bulgari si rifiutano di applicare standard legali chiari. In un caso, la causa viene respinta perché la demolizione non è ancora iniziata, e nell’altro caso, la causa viene respinta perché la casa è già distrutta», afferma Adela Kachaunova del Comitato Helsinki bulgaro.

«Ghetti? dovremmo parlare di segregazione della popolazione»

Un altro Paese che si interroga e agisce sulla sua «ghettizzazione» è la Spagna, guidata dal socialista Sanchez. Nel 2024 il 18,1% dei residenti del Paese guidato dal premier socialista Pedro Sanchez sarà nato all’estero, per un totale di circa 8,8 milioni di persone. Marocco, Colombia, Romania, Venezuela ed Ecuador sono in cima alla lista dei Paesi di origine più comuni. Questi cinque Paesi da soli rappresentano quasi tre milioni di persone. Tuttavia, la loro distribuzione in Spagna non è uniforme. La Spagna è quindi un Paese segregato? Ci sono solo 25 città - su oltre 8.000 in Spagna - in cui gli immigrati rappresentano la metà della popolazione, secondo i dati del 2023. In realtà, quasi tutti si trovano nella provincia di Castellón, quindi sarebbero britannici e tedeschi. Questo sfiderebbe molti stereotipi.Alla domanda su cosa sia un ghetto, non c’è una definizione chiara. Né in Spagna né negli altri casi analoghi emersi su scala continentale. «Non esiste una definizione assoluta», avverte Jesús Fernández-Huertas, professore di Economia dell’immigrazione, Economia del lavoro e Sviluppo all’Università Carlos III. «In questo caso, dovremmo parlare più di segregazione della popolazione», aggiunge Fernando Relinque, professore di lavoro sociale e servizi sociali all’Università Pablo de Olavide.

Esistono indicatori per misurare la segregazione, analizzando la concentrazione delle popolazioni immigrate in determinati quartieri o sezioni di censimento rispetto al resto della municipalità. Ma per parlare di ghetto, secondo Relinque, bisogna anche considerare se l’area ha caratteristiche socioeconomiche specifiche che la rendono «più vulnerabile del resto». «Non oserei dare una definizione assoluta», insiste.

È ancora la Spagna a offrire un termine di paragone. Il 22% della popolazione immigrata vive nelle sei città più grandi della Spagna - Madrid, Barcellona, Siviglia, Valencia, Saragozza e Malaga - una concentrazione ancora più alta rispetto ai nativi spagnoli. Ma all’interno di queste città, i dati di ogni sezione di censimento rivelano come è distribuita la popolazione immigrata, mettendo in luce le differenze.

Secondo Fernández-Huertas, i livelli di segregazione dipendono da quattro fattori chiave: il desiderio degli immigrati di vivere con persone della stessa nazionalità, le caratteristiche del quartiere, le restrizioni che devono affrontare e la riluttanza dei locali a vivere con gli immigrati. In Spagna, quest’ultimo fattore si verifica di solito solo nelle aree centrali delle città, e nemmeno in proporzioni così elevate come in altri Paesi, come gli Stati Uniti, dove la ghettizzazione è un processo di lunga data.

Il verdetto della Corte sulla Danimarca

Alla fine, proprio il verdetto della Corte sulla Danimarca potrebbe dire qualcosa sul destino dei «ghetti» e i tentativi di intervento intrapresi dai governi. Lamies Nassri, project leader del Center for Muslims Rights in Denmark, spiega che il solo interessamento del tribunale già dimostra che le discriminazioni «non possono essere accettate» in Europa. «Se il tribunale si pronuncerà a favore dei residenti - dice - ci aspettiamo che il governo non possa introdurre una legislazione discriminatoria che prenda di mira i “non occidentali”, un termine usato come proxy per i musulmani». Oggi, spiega Nassri, può essere difficile immaginare cosa accadrà agli edifici già venduti o demoliti, o agli inquilini già sfrattatei. «Ma dimostra quanto sia cinico il governo che ha scelto di portare avanti i suoi piani pur essendo pienamente consapevole della causa in corso - incalza Nassri - Hanno continuato con i loro piani anche se, nell’ottobre 2020, tre relatori speciali delle Nazioni Unite hanno unito le forze per inviare un messaggio ufficiale urgente alla Danimarca, chiedendo di sospendere la vendita di Mjølnerparken fino alla risoluzione del caso dei residenti».

Sullo sfondo, Nassri vede un disegno che somma discriminazione razziale e disparità economiche. «Il razzismo e l’islamofobia sono stati normalizzati dice - I politici hanno scoperto che, sfortunatamente, si può guadagnare instillando la paura nella popolazione, così invece di unire le persone attraverso le differenze sociali e culturali, hanno passato molti anni a lavorare per dividere le persone».- A fare le spese della frammentazione sono, non a caso, le fasce più vulnerabili. «Lo vediamo con le “leggi del ghetto” discriminatorie - spiega - dove le abitazioni comuni, un modo di vivere danese unico e inclusivo, vengono smantellate a favore di edifici privati per i residenti più abbienti»

*Questo articolo rientra nel progetto Pulse ed è stato scritto da Michele Pignatelli (Il Sole 24 Ore, Italia), Miguel Ángel Gavilanes, Ana Ruíz, Marta Ley (El Confidencial, Spagna), Bianca Blei (Der Standard, Austria), Krassen Nikolov (Mediapool.bg). Editing di Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore)

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