Sviluppo sostenibile

Dall’innovazione nuova vita agli scarti per evitare la discarica

Alcolici, agroalimentare, industria pesante, utility: avanzano i progetti con le Università per valorizzare la materia prima seconda

di M. Cristina Ceresa

Un momento della rilavorazione della fibra di carbonio da parte del gruppo Hera

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Materiali di scarto non più percepiti solo come costo di smaltimento. «Molti di essi possono essere recuperati o valorizzati come materie prime seconde, riducendo sprechi e favorendo modelli di economia circolare». Andrea Cavagna, co-founder di Rifiutoo software gestionale in cloud per i rifiuti aziendali, riflette sulle potenzialità del suo settore, puntando a quel 75% di 11 miliardi di tonnellate di rifiuti che a livello mondiale - secondo Bank of America Merrill Lynch - ancora finisce in discariche o inceneritori ogni anno. Opportunità, ma anche nuovi modelli di produzione con materie prime seconde, che un domani potrebbero valere come l’oro: questioni di strategie industriali, di mercati ma anche di politiche ambientali cui stanno contribuendo tecnologie quali intelligenza artificiale, blockchain e tracciabilità avanzata, Internet of Things e biotecnologie.

Prendiamo l’industria della birra e del whisky: l’azienda londinese Arda Biomaterials recupera i grani “spenti” della produzione di questi alcolici, trasformandoli in new grain che è un materiale simile al cuoio. Progetti come questi avvengono quando scatta un altro processo fondamentale per l’economia circolare, ovvero la simbiosi industriale che mette assieme produttori di un mondo a esecutori di un altro. In questo modo si allargano le specializzazioni, utilizzando gli strumenti e i macchinari che si hanno in fabbrica. È quello che avviene presso la distilleria pugliese Bartin specializzata in grappa, ma che ora sta testando, grazie a un progetto dell’Università Aldo Moro di Bari, i residui della produzione lattiero-casearia per trasformarli in bioetanolo.

Loading...

Il progetto europeo Polymers 5B, finanziato dal Cbe Ju con 5,6 milioni di euro e coordinato dall’Università di Lisbona, parte invece dagli scarti agroalimentari come bucce di pomodoro, vinacce e sansa d’oliva per arrivare a polimeri biobased e biodegradabili attraverso processi di biocatalisi e chimica verde il cui scale up è in mano all’ italiana NbsProject.

Ma anche l’industria pesante sta lavorando a procedure di smaltimento mille miglia lontane dalle discariche. Inerti e scarti di plastica rinforzata tra i più attenzionati. Sui primi sta lavorando Haiki+ che con l’insieme delle quattro divisioni - Electrics, Mines, Cobat e Metals - gestisce nel nostro Paese oltre 600mila tonnellate di rifiuti l’anno. Per smaltire adeguatamente cartongesso, inerti e materiali compositi «è stato aperto a Lodi un impianto» ricorda Giovanni Rosti, ad di Haiki+ che nel 2026 inaugurerà a Novara - sostenuto da un finanziamento Pnrr - un impianto per il fine vita degli scarti tessili. Il business plan dell’azienda conta su un dato rilevato dalla IV Edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2025 che constata come gli investimenti in processi di economia circolare siano passati dal 16% nel 2023 al 27% nel 2025. Le soluzioni più adottate in questo ambito includono il riciclo di scarti e sfridi di produzione (82% nel 2025 rispetto al 61% nel 2023) e l’approvvigionamento di materiali riciclati (77% nel 2025 rispetto al 64% nel 2023).

Demanufacturing e reprocessing di materiali plastici rinforzati con fibra di vetro o carbonio sono oggetto di un paio di studi dal Politecnico di Milano supportati da finanziamenti europei. Secondo Marcello Colledani, docente del dipartimento di meccanica e ingegneria, negli ultimi anni la produzione di questi materiali plastici - i Gfrp per intenderci - è aumentata di circa il 2% all’anno, mentre quella dei materiali rinforzati con fibra di carbonio (Cfrp) ha registrato un incremento del 10-12% annuo. Deremco e la mobile plant, battezzata YouRban, agiscono con processi di lavorazione meccanica su pale eoliche dismesse, componenti per l’assemblaggio degli apparati elettrici o elettronici, elementi di rivestimento per interni ed esterni o utilizzati in ambito automotive e diventano sedute, complementi, lampade, sci, protezioni per macchine agricole, scaffalature per camper, packaging, pedaliere per auto.

Mercato e istituzioni apprezzano questo genere di attività. Il Gruppo Hera è stato da poco insignito dal Cnel del premio “Impatto Pa 2025” per Fib3R, impianto industriale sviluppato dalla controllata Herambiente con l’Università di Bologna e inaugurato a Imola (Bologna) lo scorso marzo: qui la rigenerazione della fibra di carbonio porta oggi al trattamento di 160 tonnellate all’anno di rifiuti in ingresso. Ma è previsto il raddoppio a 320 tonnellate all’anno entro giugno 2026 con «l’apertura di un nuovo cantiere - anticipa Andrea Ramonda, ad di Herambiente - per la realizzazione di una seconda linea di trattamento, che verrà installata in adiacenza all’attuale linea produttiva, con analoghe caratteristiche tecnologiche e gestionali».

Bene, dunque, ma si potrebbe fare meglio. Almeno questo è l’auspico di Elisabetta Perrotta, direttore di Assoambiente che parte dai dati segnalati da Ispra sottolineando che in Italia «vengono raccolti in modo differenziato circa 19,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani a cui si aggiungono circa 131 milioni di tonnellate di rifiuti speciali avviati a riciclo, ma il tasso di riciclo nazionale è pari all’85,6% dei rifiuti totali (urbani, speciali e inerti). Il gap ci dà misura della quantità di scarti che il nostro Paese deve gestire».

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti