Sostenibilità

Dall’Epr alla lotta all’ultra fast fashion: regole in progress in Europa e in Italia

di Marta Casadei

Bandiere europee davanti alla sede della Commissione europea a Bruxelles  (Foto di Melissa Rosca / Hans Lucas via AFP)

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Se da un lato il pacchetto di provvedimenti Omnibus - il primo dei quali è stato approvato ieri a Bruxelles - ha ridotto vistosamente il perimetro o posticipato i tempi di applicazione di alcune tra le norme più importanti del Green Deal europeo (Csrd, Csddd), il percorso verso la costruzione di un’economia europea circolare non è affatto archiviato. Innanzitutto lo scorso 6 novembre è terminata la consultazione pubblica sul Circular Economy Act che dovrebbe vedere la luce nel 2026. Il 16 ottobre, invece, è entrata in vigore la revisione della Waste Framework Directive che introduce a livello europeo la responsabilità estesa al produttore anche nel settore tessile. Una norma che dovrebbe spingere verso una più corretta ed efficace implementazione dell’obbligo, in vigore dal 1° gennaio 2025, di raccolta differenziata dei tessili, imposto proprio dall’Unione europea. Ogni anno nei Paesi Ue si generano 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili (circa 12 chili a persona). Ma a essere riciclato, attualmente, è solo l’1% di questi rifiuti.

Decreto Epr atteso per il 1° trimestre 2026

L’Italia ha anticipato di ben tre anni l’introduzione di questo obbligo: è infatti in vigore dal 1° gennaio 2022. Nello stesso provvedimento il nostro Paese aveva - in modo pionieristico - introdotto anche l’Epr (responsabilità estesa al produttore) per il tessile, facendo leva su una serie di consorzi che sono nati a partire dal 2022 per la raccolta e il riciclo dei prodotti. Il sistema, tuttavia, non è mai entrato in funzione a pieno regime: manca infatti un decreto interministeriale (ministero dell’Ambiente e Mimit) che regoli l’attività dei consorzi e, dunque, renda operativa la norma. Dopo diverse bozze di decreto e una gestazione durata circa tre anni, secondo quanto dichiarato da Laura D’Aprile, capo del dipartimento per la transizione ecologica e gli investimenti verdi del Mase al Venice Sustainable Fashion Summit 2025, il decreto dovrebbe vedere la luce entro il primo trimestre 2026.

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Norme nazionali contro l’ultra fast fashion in stand by

Nel frattempo, mentre è stato forzatamente messo in stand by il pacchetto di norme anti ultra fast fashion (contenute tra gli emendamenti al ddl Concorrenza, approvato senza emendamenti dal Senato e ora in discussione alla Camera), il governo ha approvato il decreto legislativo che recepisce la direttiva 2024/825 sulla «responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde». L’obiettivo del provvedimento, che dal 1°gennaio impedisce di usare slogan generici come “eco” e “green” senza che vi sia il supporto di una certificazione, è quello di permettere ai consumatori una scelta più consapevole possibile senza essere fuorviati da messaggi poco trasparenti. Pratiche che avrebbero dovuto essere vietate del tutto dalla direttiva Green Claims il cui cammino, però, si è interrotto a metà 2025 con il ritiro della proposta.

La tassa sui pacchi low cost approvata dall’Ecofin

All’Ecofin, invece, i ministri dell’Economia dei 27 hanno approvato l’abolizione della deroga “de minimis” ai dazi doganali sulle merci di valore inferiore ai 150 euro acquistate in Paesi extra europei. La norma dovrebbe entrare in vigore nel 2028, ma vista l’urgenza della questione (gli Usa hanno abolito il de minimis ad agosto), al vertice è stato messo nero su bianco l’impegno ad approvare una “soluzione ponte” per far scattare la misura prima che sia operativo il nuovo hub doganale europeo e auspicabilmente già nel 2026. La tassazione sui piccoli pacchi - anche se fosse di uno o due euro a pacco - potrebbe rappresentare un deterrente contro gli acquisti di prodotti ultra fast fashion.

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