Dall’Algeria alla Mauritania fino al Sud del mondo: la via del deserto
Non è una rotta lungo le più remote distese del pianeta. È il richiamo dell’infinito di sabbia e rocce, dove gli uomini sembrano miraggi e lo spazio si prende tutto l’orizzonte.
Testo e foto di Mauro Querci
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Sul pavimento di sabbia la marcia del dromedario culla come una ninna nanna. Contro lo stellato della notte riconosco dei profili alti, più neri. Ma, in pochi istanti, chiarore. Oltre la corona delle dune di Merzouga l’alba è un’esplosione. È il 1998, e sono arrivato al deserto del Marocco. Da allora, spinta, curiosità, innamoramento, mi hanno riportato nel Sahara. Dalla Tunisia alla Libia, dall’Algeria alla Mauritania, e poi Egitto, Mali, Senegal, fino al Namib all’estremo dell’Africa e lungo l’Empty Quarter arabo dell’Oman. Non è solo geografia. È un richiamo di quello che nasconde un altro altopiano color ruggine, o di là dal circolo di sabbie che fa da confine al fondo di gesso di un antico lago. Da attraversare.
Chiedilo al Sole
Per me il deserto è questo. E molto altro. Basta poco a provarne già nostalgia, quando ancora sei laggiù. Poi, finalmente si parte, lo spazio si prende tutto l’orizzonte. E nell’aria che fuma in un mattino di gennaio, fuori dalla tenda, prima che il sole rifaccia l’estate, credo di spiegarmi quel legame. Almeno fino al prossimo viaggio.
ALGERIA, PITTURE E INCISIONI RUPESTRI
È il più grande paese dell’Africa – l’Italia ci potrebbe stare sette volte e comodamente. Qui il deserto mostra ogni sua faccia. Sterminati erg di sabbia o reg dal fondo di pietre, montagne di migliaia di metri o labirinti segnati da pinnacoli di pietra. La “mia” Algeria è a sud, tra le oasi di Djanet e Tamanrasset o Tam, se si preferisce, da raggiungere con una spedizione sahariana non via strada, ma su pista quando va bene.
Appena fuori Djanet – mille metri di altitudine e 30mila palme – la dimensione magica del luogo si scopre nella tomba solare di Tin Amali. Due cerchi concentrici con in mezzo un piccolo tumulo. Intorno, solo sabbia fino al contrafforte di basalto nero che fa da confine. Sembra un monumento megalitico orientato verso l’astro, piuttosto che una vera sepoltura: gli archeologi però non hanno certezze. Loro che in queste zone del Tassili n’Ajjer, il massiccio montuoso che poi diventa Libia, hanno trovato una meravigliosa concentrazione di 15mila pitture e incisioni rupestri. C’è il ritratto picassiano della Vacca che piange scolpito nell’arenaria, e poi giraffe, elefanti, antilopi, mandrie di bovini e, soprattutto, si vedono figure umane e, forse, alcune sono le prime rappresentazioni divine.












