Dal prodotto alla cultura di sicurezza, dalla reazione alla fiducia asimmetrica: come cambia il ruolo del Ciso in azienda
di P.Sol.
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I punti chiave
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Per anni abbiamo raccontato la cybersicurezza come una corsa agli “armamenti” difensivi fatta di nuovi prodotti, patch e controlli aggiunti “a valle” di progetti già in produzione per garantirne la sicurezza contro intrusioni e attacchi dall’esterno. Oggi quel paradigma ha esaurito il suo compito. Il cloud, le supply chain digitali, il lavoro da remoto, i sensori e le macchine connesse nell’ambito dell’IoT moltiplicano in maniera esponenziale i punti di accesso – e di fragilità - delle aziende, mentre l’accelerazione impressa dall’intelligenza artificiale, in particolare sul fronte offensivo, rende inefficace la logica delle pezze successive. Anzi, impone sempre più la necessità di un approccio preventivo e proattivo.
Serve, infatti, un concetto di “security by design”, che non rappresenta solo uno slogan: è la capacità di trasformare la sicurezza in un disegno strategico che permei processi, tecnologia e persone. È qui che entra in scena il Ciso, il responsabile di sicurezza e informatica che assume un ruolo sempre più centrale nella governance dell’impresa.
Gartner lo aveva segnalato con forza già un anno fa nell’ambito delle sue previsioni strategiche: la discussione su AI e sicurezza non è più ancillare, è al centro di ogni strategia di governance aziendale e ridefinisce responsabilità e priorità, con impatti sull’organizzazione e sui controlli di rischio. La trasformazione non riguarda solo gli strumenti: riguarda chi orchestra. Ibm ricostruisce l’evoluzione storica del chief information and security officer, evoluto da tecnico concentrato su firewall e conformità a gestore del rischio capace di leggere l’impresa e di legare la fiducia digitale alla continuità operativa, una sorta di “architetto” della sicurezza in grado di declinare difese e strumenti all’insegna dell’organizzazione e della struttura aziendale.
Fiducia asimmetrica
In Italia, lo scatto è evidente nei numeri Deloitte: nel suo recente Future of Cyber Survey, il tema cyber entra con frequenza nelle agende dei board (discusso almeno mensilmente nel 69% delle imprese) e il Ciso accresce il suo peso nelle scelte strategiche; oltre la metà delle organizzazioni prevede di aumentare gli investimenti in sicurezza nei prossimi 24 mesi. Non si tratta di “spendere di più” in prodotti, ma di portare il responsabile della sicurezza al tavolo delle decisioni strategiche come architetto di una postura di resilienza: mappare i flussi di valore, misurare il rischio in termini di impatto sul business, tradurre le minacce in requisiti di design per applicazioni, data governance e identità, umane e non umane.
L’adozione di un approccio “Zero Trust” ha rappresentato il grande passo dell’ultimo decennio: “Never trust, always verify”, era lo slogan di una diffidenza assoluta, di un’assenza totale di fiducia. Ma l’AI sta erodendo le aree di prevedibilità dei nostri sistemi e persino dei nostri comportamenti. Una proposta interessante che è emerso nel dibattito degli ultimi mesi è il passaggio a una “trust asimmetrica”: ampliare l’uso di deception e risorse esca per spostare la fiducia verso asset falsi e rendere più costoso e incerto il movimento laterale dell’attaccante. Non è un rinnegamento della Zero Trust, è un suo completamento operativo per togliere vantaggio al first-mover criminale.



