Giornata mondiale

Dal «no» al fumo alla nutrizione ai caregiver: la lotta ai tumori si fa in squadra ma parte da noi

Sono 105mila le diagnosi causate dall’abitudine alla sigaretta e nel complesso oltre il 40% dei decessi è causato dai cattivi stili di vita ma accanto alla prevenzione primaria che parte dal singolo servono misure concrete per sostenere innovazione, operatori e famiglie

di Barbara Gobbi

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Basta guardare i dati sul fumo: 105mila sono le diagnosi correlate in Italia pari a un terzo del totale (27%) dei 390mila casi di cancro stimati nel 2025 nel nostro Paese. Ce lo dice l’Aiom, l’Associazione degli oncologi medici, che con la sua Fondazione e con le Fondazioni Airc e Veronesi è impegnata nella raccolta firme per la legge di iniziativa popolare volta ad aumentare di 5 euro il costo di tutti i prodotti da fumo e da nicotina. Una proposta che sta procedendo spedita con le 18mila firme già raccolte in poco più di dieci giorni grazie all’adesione alla campagna - cui hanno aderito 30 società scientifiche e oltre 15 associazioni - sulla piattaforma del ministero della Giustizia. «Siamo soddisfatti ma serve un ulteriore sforzo per arrivare alle 50mila firme necessarie», avvisa il presidente Aiom Massimo Di Maio in occasione del World Cancer Day del 4 febbraio, all’insegna del motto “Unite by Unique” scelto per il triennio 2025-2027.

I fattori di rischio

Di Maio ricorda come sia proprio il fumo il principale fattore di rischio oncologico ma che anche sugli altri bisogna incidere per invertire la rotta sugli stili di vita scorretti. Una responsabilità che parte da ciascuno di noi e che va supportata da uno sforzo collettivo e da un lavoro di squadra nei casi in cui la malattia in ogni caso si manifesti. Ma se l’Oms certifica che 4 tumori su 10 potrebbero essere evitati cambiando abitudini e contrastando infezioni e inquinamento ambientale, allora è da lì che bisogna partire. Non solo dal “no” al fumo ma anche all’alcol che come ricorda Silvio Garattini è cancerogeno e infatti è correlato a 7 tipi di carcinoma, e dal controllo del peso visto che l’eccesso è correlato in questo caso a ben dodici tipi di tumore. I dati ci dicono che oggi siamo lontanissimi da questa consapevolezza e che c’è un grande margine di miglioramento, se il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso, il 58% consuma alcol e il 27% è sedentario.

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Più risorse per l’innovazione

«La prevenzione rappresenta lo strumento per ridurre il numero dei casi di tumopre e per sostenere l’incremento delle uscite per cure innovative - continua Di Maio -. Nel 2024, la spesa pubblica per farmaci è stata pari a 5,4 miliardi, in aumento del 13,8% sul 2023 e pari al 20% della spesa farmaceutica pubblica totale. L’innovazione non è solo un costo ma salva vite e per questo è strategico liberare risorse dove si può intervenire».

E a ricordare quanto l’innovazione viaggi veloce è la presidente eletta Aiom Rossana Berardi, che presiede anche Women for Oncology: «Il minimo comune denominatore - spiega - è rappresentato proprio dalla personalizzazione della cura verso il paziente, sia dal punto di vista della struttura organizzativa, sia dei bersagli terapeutici che consentono una profilazione più estesa – oggi esistono meccanismi di resistenza nuovi per alcune patologie e al momento il paradigma più importante è quello del tumore al polmone – sia dei farmaci ed è questo il caso degli anticorpi farmaco coniugati. Quest’ultimi uniscono la vecchia tecnologia della chemioterapia a quella nuova degli anticorpi monoclonali, diventati una realtà affermata nel tumore al seno ma contemporaneamente testati ed in via di approvazione per quelli in altre sedi del corpo. Di fatto - prosegue Berardi - si tratta di una terapia trasversale alle diverse tipologie di tumore per i quali lo stesso farmaco è in fase avanzata di sperimentazione, con particolare riferimento a quelli al polmone e allo stomaco. Stiamo inoltre cercando nuovi bersagli per la profilazione genetico molecolare anche in strutture più sofisticate – riferisce poi Berardi -: È ora possibile procedere con profilazioni più estese di alcune decine e centinaia di geni, e questo rappresenta il preludio alla possibilità di sviluppare terapie più mirate e nuove rispetto a quelle esistenti».

Il calo della mortalità

Il miglioramento, anche se i dati sono ancora sotto-target, nell’adesione agli screening e le cure di frontiera hanno intanto portato a una preziosa diminuzione della mortalità: nel nostro Paese, nel 2026 rispetto al periodo 2020-2021, è stimata una diminuzione dei tassi di mortalità oncologica del 17,3% negli uomini e dell’8,2% nelle donne. Sono dati migliori nel confronto con la media europea (-7,8% negli uomini e -5,9% nelle donne nel 2026 rispetto al periodo 2020-2022). «In Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito», sottolinea Massimo Di Maio.

La richiesta di una rete di cura

Ma proprio questi dati che si traducono in una lungo-sopravvivenza richiedono un apparato completo e diffuso di presa in carico. Le persone che vivono dopo una diagnosi sono stimate (2024) in 3.661.499 persone: circa il 6,2% della popolazione, pari a un italiano su 16, configurando un’epidemiologia che attende risposte appropriate e diffuse. La realtà anche per questi casi è descritta dai dati: «In 10 anni, in Italia, sono stati tagliati 1.091 posti letto pubblici in Oncologia Medica: nel 2013 erano 5.234, ridotti a 4.143 nel 2023 – spiega ancora il presidente Aiom -. Nel 30% dei centri manca ancora l’assistenza domiciliare oncologica e più della metà delle strutture (52%) è priva dei coordinatori di ricerca clinica, figure essenziali per condurre le sperimentazioni. Anche aspetti importanti dell’assistenza, come la psicologia clinica e la nutrizione clinica, rimangono subottimali in molte realtà. Oltre a posti letto e ospedali più moderni, servono più medici e infermieri. La scarsità di specialisti sta infatti interessando anche l’oncologia, sebbene in misura minore rispetto ad altre specialità. Inoltre vanno realizzate su tutto il territorio le Reti Oncologiche Regionali, oggi attive solo in circa la metà delle Regioni. Solo così può essere garantita la collaborazione multidisciplinare in tutto il percorso di cura».

“Passaporto digitale” e “navigator”

Da Women for Oncology arriva la doppia proposta di un “passaporto di cura digitale” e di “navigator oncologici”: «Il documento, condivisibile tra ospedale, territorio e famiglia, potrebbe contenere piano terapeutico, gestione degli effetti collaterali, contatti rapidi del team e preferenze individuali - afferma Berardi -. L’obiettivo è garantire continuità assistenziale e rendere realmente centrata sulla persona ogni fase del percorso, evitando frammentazioni e disorientamento. Accanto a questo - prosegue - si può pensare a una figura strutturata di navigatore di percorso, professionista dedicato ad affiancare pazienti e familiari nei momenti più complessi. Il navigatore supporta l’organizzazione delle visite, facilita la comprensione delle informazioni cliniche e orienta verso i servizi territoriali e sociali disponibili. Una presenza che può ridurre ansia, ritardi e difficoltà organizzative, rendendo la cura più accessibile e comprensibile».

Rischio malnutrizione per il 60%

A sottolineare aspetti propri della malattia oncologica come i danni da malnutrizione è la Favo, la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia. Un tema a cui la legge di bilancio per il 2026 dedica risorse e attenzione. «In Italia circa il 60% dei pazienti oncologici è a rischio di malnutrizione già al momento della diagnosi. La cachessia e la sarcopenia colpiscono fino all’80% dei malati in fase avanzata, con conseguente aumento del 250% della mortalità, triplicazione delle complicanze e prolungamento significativo della durata delle degenze ospedaliere (+30%)», avvisa Francesco De Lorenzo presidente Favo. Per questo motivo Favo già nel 2016 ha promosso, insieme ad Aiom e Sinpe, la Carta dei diritti del malato oncologico all’appropriato e tempestivo supporto nutrizionale, uno dei pilastri delle Linee di indirizzo sui percorsi nutrizionali nei pazienti oncologici del Ministero della Salute, approvate in Conferenza Stato-Regioni nel 2017. «Tuttavia - afferma ancora De Lorenzo - a distanza di anni, solo poche Regioni le hanno recepite pienamente. Più recentemente, con l’approvazione della mozione dalla Camera, che impegna il Governo a rendere il supporto nutrizionale parte integrante dei percorsi oncologici, e dell’emendamento alla Legge di Bilancio 2026, che introduce l’obbligo di registrare in cartella clinica gli esiti dello screening nutrizionale, rendendo dunque misurabile, tracciabile e quindi esigibile la presa in carico nutrizionale, rappresentano una svolta per superare le disuguaglianze e per facilitare l’inserimento degli Alimenti a fini medici speciali (Afms), veri e propri presidi terapeutici, nei Lea».

Sostenere i caregiver

Non solo i pazienti ma anche i caregiver: «Per la prima volta, si può pensare a un percorso oncologico che includa formalmente anche il caregiver fin dall’inizio della presa in carico - propone Berardi -. Oltre alla valutazione clinica del paziente, il modello prevede un momento dedicato alla persona che assiste, con informazioni sui servizi disponibili, supporto psicologico e orientamento ai diritti e alle tutele sociali. Riconoscere il caregiver come parte integrante del sistema di cura significa tutelarne il benessere e migliorare, al tempo stesso, gli esiti clinici e la qualità della vita del paziente».

Spunti contenuti nel Ddl Caregiver varato dal Governo nelle settimane scorse ma che rappresenta ancora un primo timido passo, anche sul fronte delle briciole in termini di supporto finanziario a chi dedica la vita ai propri cari nella malattia. «Riconoscere e tutelare i caregiver che in Italia sono ben 7 milioni non significa solo fare un atto di giustizia sociale – afferma quindi Paolo Tralongo presidente del Cipomo il Collegio dei primari di Oncologia – ma anche migliorare la qualità dell’assistenza oncologica. Un caregiver sostenuto, informato e tutelato è in grado di affiancare meglio il paziente, favorire l’aderenza alle cure e ridurre il rischio di isolamento e fragilità. Per questo il Ddl Caregiver rappresenta un passaggio importante, che va rafforzato e reso sempre più aderente alla realtà delle famiglie e dei percorsi oncologici».

E dal Parlamento sul Ddl Caregiver arriva una promessa: «C’è un impegno comune di tutto l’Intergruppo “Insieme per un impegno contro il cancro” che, sottolineo, non ha colore politico, per dargli quella corsia preferenziale e numerica in Parlamento e farlo andare avanti nel più breve tempo possibile». Parola del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, intervenuto al convegno #UnitedByUnique organizzato a Roma per la Giornata mondiale del cancro dal gruppo “Salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”.

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