Il diritto penale

Dal debutto di nuovi reati all’impatto delle riforme: i fronti aperti per i penalisti

I legali contestano le politiche securitarie, che non incidono sull’ordine pubblico e invece rischiano di peggiorare l’emergenza carceri

di Valentina Maglione

3' di lettura

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Da un lato l’introduzione, da parte del Governo, di nuovi reati e la previsione di pene più elevate per quelli esistenti. Dall’altro le complessità quotidiane, relative all’utilizzo della telematica nel processo penale e agli effetti dell’applicazione della riforma Cartabia. Sullo sfondo l’emergenza delle carceri sovraffollate, testimoniata dal drammatico aumento dei suicidi. Sono tanti i fronti su cui si stanno confrontando gli avvocati penalisti e che investono i confini e il significato del sistema penale e del ruolo dei legali.

Le politiche

Da ultimo è stato il decreto legge sicurezza (48 del 2025) a scatenare la reazione dei penalisti. Il provvedimento – in vigore dal 12 aprile e all’esame del Parlamento per la conversione in legge – contiene circa 20 interventi, tra nuovi reati e aumenti di pene. Nel testo è stato trasfuso, quasi per intero, il contenuto del disegno di legge sicurezza che in passato aveva già raccolto le proteste dei penalisti. Gli stessi legali, nelle scorse settimane, sono tornati a esprimere il loro dissenso verso il decreto legge, con tre giorni di astensione dalle udienze, culminati in una manifestazione nazionale. Il «no» dei penalisti è dovuto – si legge nella delibera che ha proclamato l’astensione – «alla inutile introduzione di nuove ipotesi di reato, ai molteplici sproporzionati e ingiustificati aumenti di pena, alla introduzione di aggravanti prive di alcun fondamento razionale, alla sostanziale criminalizzazione della marginalità e del dissenso e alla introduzione di nuove ostatività per l’applicazione di misure alternative alla detenzione», a cui si affianca «l’abuso della decretazione d’urgenza».

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«Da tempo – osserva il presidente dell’Unione delle Camere penali Francesco Petrelli – lo strumento penale viene utilizzato per rassicurare la pubblica opinione e ricercare consenso. Alla base c’è l’illusione che ricorrendo alla minaccia del carcere si possa incidere sul livello di sicurezza. Ma non è così: l’aumento delle pene non fa diminuire il numero dei reati; anzi, il rischio di recidiva si abbatte solo se le pene vengono scontate fuori dal carcere. Per questo abbiamo contrastato le iniziative governative di stampo securitario, che hanno solo un valore simbolico e non aumentano la sicurezza, con l’unico risultato di far implodere il nostro già devastato sistema penale. In un sistema liberale la repressione penale dovrebbe essere utilizzata solo come extrema ratio, soprattutto per i reati meno gravi».

L’espansione dell’area penale si riflette anche sulla popolazione carceraria, che continua ad aumentare: a fine aprile i detenuti sono arrivati a 62.445, contro una capienza regolamentare di 51.292 posti. «Il sovraffollamento – ragiona Petrelli – è la causa diretta e indiretta di altri fenomeni degenerativi: rende difficile mantenere la sicurezza negli istituti, impedisce ogni seria forma di trattamento e un’adeguata tutela della salute fisica e psichica dei detenuti e non consente di intercettare le fragilità, con il risultato di aumentare i suicidi».

Negli uffici giudiziari

Ci sono poi i dati dei procedimenti, fotografati dal ministero della Giustizia nell’ultimo monitoraggio statistico degli indicatori Pnrr. A differenza di quel che accade per il settore civile, nel penale le performance hanno già superato gli obiettivi concordati con l’Unione europea. Il nostro Paese si era infatti impegnato a ridurre entro il 30 giugno 2026 i tempi dei procedimenti penali nei tre gradi di giudizio del 25% rispetto al 2019 (utilizzando l’indicatore del disposition time, che misura la durata prevedibile). Ebbene, già alla fine dello scorso anno i tempi erano stati ridotti del 28%, per un totale di 1.003 giorni, rispetto ai 1.392 del 2019. Un risultato a cui hanno dato contributi diversi Cassazione (-51,5%), corti d’appello (-27,3%) e tribunali (-19,4%).

La giustizia penale è diventata più efficiente? «Bisogna tenere conto – precisa Petrelli – che i dati variano da un distretto di corte d’appello all’altro. Se poi è vero che negli anni scorsi sono cresciuti i procedimenti definiti, occorre soppesare i costi di questa accelerazione. La riforma Cartabia ha ad esempio sacrificato l’oralità nelle impugnazioni: andrebbe valutato quanto ciò ha inciso sulla qualità della giurisdizione. Sono anche aumentate le alternative al processo (dalla messa alla prova alle pene sostitutive), con l’effetto di limitare l’accesso al dibattimento, che dovrebbe essere il cuore del processo accusatorio».

La riforma Cartabia ha anche spinto il passaggio al processo penale telematico. Nei mesi scorsi è infatti scattato l’obbligo del deposito telematico degli atti. L’utilizzo del nuovo sistema è stato però sospeso in molti fori perché sono sorte difficoltà operative. Ma secondo Petrelli «bisogna studiare soluzioni condivise ai problemi ed evitare che ogni tribunale improvvisi in autotutela rimedi estemporanei a scapito delle garanzie difensive».

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