L’iniziativa

Dal campo di Azraq a Roma, sette bimbe siriane al torneo di taekwondo Kim e Liù

Le atlete sono uscite per la prima volta dal campo profughi giordano per gareggiare al torneo Kim e Liù e misurarsi con avversarie da tutta Europa

di Pietro Menzani

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Il taekwondo italiano rinnova il suo impegno umanitario per chi fugge da guerre e persecuzioni. La Federazione italiana taekwondo (Fita) è già da tempo impegnata in iniziative a supporto di persone che vivono in contesti di forte disagio ma quest’anno fa un ulteriore passo avanti: al torneo Kim e Liù - la gara dedicata ai giovani tra i 6 e gli 11 anni che si disputerà in contemporanea con il World Taekwondo Roma Grand Prix 2026 - parteciperanno sette bambine siriane provenienti dal campo profughi di Azraq, in Giordania. Le atlete sono state ricevute da papa Leone XIV e hanno preso parte alla conferenza stampa di presentazione dell’evento, che si è tenuta il 3 giugno al museo dell’Ara Pacis.

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L’iniziativa

Le bimbe hanno lasciato per la prima volta nella loro vita il campo di Azraq e tra il 5 e il 7 giugno gareggeranno al Foro Italico. Avranno l’occasione di misurarsi con atleti provenienti da tutta Europa, uscendo dalla struttura che le ha accolte dalla nascita o dai primi anni di vita e mettendo in mostra il loro talento proprio negli stessi giorni in cui i campioni mondiali si contenderanno il titolo del Grand Prix e i punti per le Olimpiadi di Los Angeles del 2028.

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Le atlete siriane fanno parte del progetto del Centro umanitario di Taekwondo del campo di Azraq, gestito dalla Taekwondo humanitarian foundation (Thf) con il sostegno di World taekwondo. Il campo da cui provengono è stato aperto dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati ad aprile 2014 e accoglie circa 60mila persone. La struttura - nata per ospitare chi fuggiva dalla guerra civile siriana - si trova nel nord della Giordania, in una zona desertica situata a circa 60 chilometri di distanza dal più noto campo di Za’atari.

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I valori olimpici

Angelo Cito, presidente Fita e fondatore di Thf Italia, ha affermato che «la cooperazione internazionale è un caposaldo della Federazione italiana taekwondo. Le nostre porte sono aperte a tutti gli atleti che scappano da zone di guerra. Sono gesti che una federazione può fare e che valgono più di un milione di parole: sono i fatti». Secondo Cito, infatti, «la decisione di portare Thf in Italia è nata dalla volontà di mettere il taekwondo al servizio delle persone e soprattutto dei bambini in difficoltà. Il taekwondo è una disciplina universale e per tutti».

Il presidente della Federazione ha poi sottolineato che l’iniziativa che ha portato le bambine siriane a Roma «è una cosa bellissima dal punto di vista dei valori dello sport. Oggi i valori olimpici non bisogna predicarli, ma praticarli», aggiungendo che «come fondazione umanitaria abbiamo la missione di supportare i bambini in tanti campi profughi a livello mondiale. Queste bambine staranno qui una settimana e sapranno che c’è gente che vuole aiutarle, che non sono da sole. Questo è il messaggio: le persone che hanno bisogno non devono sentirsi da sole».

Il Centro umanitario

Il progetto che ha portato le sette atlete siriane a Roma è attivo nel campo di Azraq dal 2016 e negli ultimi dieci anni ha dato a migliaia di bambini e bambine la possibilità di praticare la disciplina sotto la guida del maestro Asif Sabah.

Gli atleti formati nell’ambito del progetto sono sempre più conosciuti nel mondo del taekwondo. La squadra del Centro umanitario ha gareggiato in Giordania nei tornei Al Fares e Brave Championships vincendo tredici medaglie e conquistando il primo posto a squadre nel torneo maschile. Proprio di questo programma, poi, era parte Yahya Bassam al-Ghotany, primo atleta del Centro ad essere selezionato nella squadra olimpica dei Rifugiati e portabandiera alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024 insieme alla pugile Cindy Ngamba.

Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, ha dichiarato di augurarsi che le bimbe siriane giunte a Roma «possano trovare qui un po’ di serenità e che possano ritrovarla anche a casa loro, con le loro famiglie e i loro affetti. Mi auguro che sia così per tutti i popoli di quella porzione di territorio che sono travolti da guerre che non hanno mai una spiegazione. Lo sport è anche questo e il taekwondo lo sa interpretare nel modo migliore».

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