Banga (World Bank): «Jobs for young people is the best way to eliminate poverty in developing countries»
di Gianluca Di Donfrancesco
di Celestina Dominelli
3' di lettura
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Se qualcuno ha pensato di sfruttare lo spazio per testare l’invecchiamento del vino, il messaggio è chiaro. La corsa dei privati non solo è partita, come insegnano anche le imprese di Elon Musk con la sua Space X o di Richard Branson con Virgin Galactic, ma lo spazio si sta aprendo via via a nuove applicazioni, a cominciare dall’utilizzo in agricoltura dei dati raccolti attraverso i satelliti. Che, come spiega Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, «si sono fatti sempre più piccoli, come una scatola di scarpe, e hanno ormai costi bassissimi».
Perché l’economia dello spazio, al centro, al Festival dell’Economia di Trento, del panel moderato dal vicedirettore del Sole 24 Ore, Roberto Bernabò, sta cambiando pelle e ha ormai ampliato i suoi confini. Così, come racconta Battiston, siamo passati da un mondo «in cui la Terra non veniva fotografata perché di satelliti ne servivano troppi e avevano costi ai più inaccessibili a una situazione totalmente ribaltata». E quelli attuali non solo sono tantissimi, ma possono, per esempio, fotografare il nostro pianeta alla stessa ora.
E il motivo è semplice, come spiega Anilkumar Dave, uno dei maggiori esperti del settore e apprezzatissimo senior advisor per space economy e open innovation. «Lo spazio è effettivamente più vicino a noi di quanto pensiamo. L’infrastruttura spaziale è diventata più accessibile, più facile da sviluppare e da mettere in orbita. Tanto che - ammette - forse sarebbe più corretto oggi parlare di open space economy vista la maggiore facilità di accedere ai dati della Terra di quanto non fosse un tempo».
Talmente facile che le declinazioni sono ormai le più svariate. Lo racconta Veronica La Regina, ceo-Eu di Nanoracks Europe, la prima società a siglare, nel 2009, uno space act agreement con la Nasa, l’Agenzia spaziale americana, per installare una facility destinata a ospitare carichi paganti sulla Stazione spaziale internazionale. «Dopo 10 anni di attività - spiega la manager - abbiamo portato in orbita oltre 34 nazioni democratizzando l’accesso allo spazio e fornendo questo accesso a condizioni non proibitive».
Ora il prossimo step è la stazione spaziale commerciale, ma anche le interlocuzioni già avviate con tante imprese non solo quelle posizionate nello spazio che hanno bisogno, spiega La Regina, di testare nuovi materiali e nuovi farmaci. Vino compreso. «Abbiamo portato in orbita delle bottiglie di vino per un’azienda che voleva studiare il fenomeno dell’invecchiamento confrontando il processo con quello testato su altre bottiglie rimaste sulla Terra. Ma lavoriamo molto anche con le università».