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Dai senza casa agli “abusivi”: così l'equità è a rischio se il Ssn chiede la residenza

Tra progetti consolidati e nuove sperimentazioni le esperienze di soggetti del terzo settore, aziende sanitarie, operatori e volontari

di Rosanna Magnano

Close up caring doctor touching mature patient shoulder, expressing empathy and support, young woman therapist physician comforting senior aged man at meeting, medical healthcare and help fizkes - stock.adobe.com

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La salute pubblica ha le sue periferie, aree di confine - urbane, geografiche, socio-economiche - in cui la sanità stenta ad arrivare. Quartieri sconosciuti all'anagrafe dove migliaia di abitanti sono privi di residenza e non possono iscriversi al Servizio sanitario nazionale, persone senza dimora che non hanno un medico di medicina generale, stranieri irregolari o comunque in condizioni di fragilità. A fare il punto a Brescia il recente congresso della Società italiana di medicina delle migrazioni.

Tra progetti consolidati e nuove sperimentazioni soggetti del terzo settore, aziende sanitarie, operatori, volontari lanciano ponti. Ma non può bastare. In un momento in cui c'è molta attesa per il rafforzamento delle cure sul territorio, l'implementazione del Dm 77/2022, rappresenta un'opportunità per rendere il Ssn più equo e accessibile. Mentre si avviano faticosamente i cantieri della Legge 176/2024 - approvata all'unanimità dal Parlamento - che garantisce il diritto all'assistenza sanitaria e l'accesso al medico di base alle persone senza dimora che soggiornano regolarmente in Italia. Una legge che rischia di restare un diritto di carta se non supportata da risorse organizzative e da un'efficace integrazione socio-sanitaria.

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Le disuguaglianze sociali continuano a incidere profondamente sulla salute delle persone, in particolare delle più marginalizzate. Basti pensare che l'età media del decesso per una persona senza dimora è di circa 46 anni (dato che si abbassa a 42 anni per gli stranieri che sono il 56,5% dei senza tetto) a fronte di un'età media di morte di circa 82 anni nella popolazione generale (dati dal Rapporto 2026 “La strage invisibile” dell'Osservatorio Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora). Per superare questi gap molto si giocherà sul modo in cui l'assistenza primaria sarà resa accessibile, coordinata e condivisa. Per rispetto della Carta costituzionale e per il bene dell'intera collettività.

Nel reportage “Sanità di confine, la cura che include tra periferie e senza dimora”, che si può riascoltare in podcast su sito e app di Radio 24, si raccontano tre esperienze sul campo.

Il progetto “Ferite invisibili”, il servizio della Caritas di Roma attivo da oltre 20 anni dedicato alla cura dei migranti sopravvissuti a tortura, violenze intenzionali e traumi estremi.

“Un camper per i diritti”, l'intervento della clinica mobile di Medici per i Diritti Umani, che da circa un anno opera in due diverse periferie romane. A Bastogi, un complesso residenziale di edilizia popolare isolato e privo di servizi che ospita circa 3.000 persone, e all'idroscalo di Ostia, un quartiere informale alla foce del Tevere con circa 500 abitazioni autocostruite e 2.000 residenti.

Il progetto Dimissioni Protette nelle strutture di accoglienza per persone senza dimora, nato nel 2013 dalla sinergia tra AUSL di Bologna e Comune per garantire la presa in carico socio-sanitaria per persone senza dimora che, dopo un ricovero ospedaliero, necessitano di un periodo di convalescenza e riposo.

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