Dai Covid hotel alle cure in casa, il piano per ridurre la pressione negli ospedali
Di fronte al raggiungimento di soglie critiche di occupazione degli ospedali in tutte le regioni, la strategia diventa quella di curare i pazienti senza sintomi gravi a domicilio
di Andrea Carli
5' di lettura
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«Raggiungimento attuale o imminente delle soglie critiche di occupazione dei servizi ospedalieri in tutte le Regioni». A mettere in evidenza che gli ospedali sono sotto pressione, anche in questa fase due di gestione dell’emergenza sanitaria Coronavirus, è stato l’ultimo monitoraggio settimanale della Cabina di regia (il prossimo è atteso oggi, 13 novembre). Nelle ultime 24 ore i ricoverati con sintomi in reparti ordinari per Covid sono aumentati di 429 unità e sono ora 29.873. Tanti, troppi. Di qui la necessità di mettere in campo soluzioni che consentano di allentare la morsa sul sistema. E di intervenire quanto prima.
Corsa per aprire Covid Hotel
La strategia dell’esecutivo contempla un doppio approccio. Da una parte la messa a disposizione di Covid hotel dove ospitare le persone senza sintomi gravi, che hanno difficoltà a restare in quarantena. Il governo da dato incarico al commissario straordinario Domenico Arcuri di predisporre un Covid hotel in ogni provincia del territorio nazionale, pari a 110 strutture dove fare confluire i contagiati con sintomi non gravi. Entro martedì 17 novembre tutte le Regioni dovranno trasmettere ad Arcuri i dati delle esigenze specifiche per ogni territorio in modo da poter attivare in pochi giorni i Covid hotel. Per ospitare pazienti positivi con quadro clinico stabile o asintomatici che devono restare in isolamento domiciliare.
Pazienti 20-80 anni
Le Regioni intanto si sono già date da fare sia nei mesi scorsi che nelle ultime ore. Alcune ne hanno aperti in diverse province o nelle aree metropolitane - come il Lazio per esempio che ne ha sei - altre - come Liguria, Marche e Veneto - stanno accogliendo i primi pazienti. E stando proprio ai dati raccolti dalle asl regionali emergono i particolari sulla platea di questi 'ospiti speciali'. Si tratta di pazienti dimessi precocemente dagli ospedali, ma con quadro clinico stabile e non gravi, che devono essere monitorati e continuare le terapie. In queste strutture vengono anche ospitate persone in isolamento che non possono trascorrere la quarantena nel loro domicilio per problemi logistici. L'età va dai 20 agli 80 anni, gli anziani non autosufficienti vengono indirizzati nelle Rsa Covid.
Accelerazione sulle cure domiciliari
Il secondo approccio del governo consiste nell’accelerare sulle cure domiciliari, così da alleggerire i pronto soccorso degli ospedali. Le due soluzioni non costituiscono una novità: già nella prima fase di gestione dell’emergenza sanitaria si era scelto di andare in questa direzione, ma entrambi gli approcci non sono stati sviluppati come avrebbero dovuto. Ora ci si torna a muovere su quei due binari.
Posti letto sottratti ai reparti dedicati agli altri pazienti
Il numero dei pazienti meno gravi cresce. Una tendenza che mette in grande difficoltà gli ospedali che ogni giorno sottraggono i posti letto ai reparti dedicati agli altri pazienti, quelli non Coronavirus, che rischiano così di dover rinunciare alle cure come è accaduto a marzo, quando il ministero della Salute ha deciso lo stop a tutte le prestazioni non urgenti e ai ricoveri programmati. Le Regioni stanno di nuovo attrezzando caserme e Covid hotel, anche qui come hanno fatto durante la prima ondata quando si è giunti ad avere 18mila letti in più (poi poco utilizzati anche perché scelti da pochi malati). Come già nella prima fase, anche in occasione di questa seconda ondata le regioni si sono mosse in ritardo.

