Lo scenario

Dagli accordi tra atenei una risposta alla sfida demografica e digitale

Mentre il Regno Unito sperimenta i merger (o quasi) tra istituzioni accademiche, l’Italia apre il cantiere sulla nuova governance

di Michele Meoli e Stefano Paleari*

Università del Kent

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Un recente dibattito in Inghilterra tra i vice chancellor di alcuni atenei ha portato alla luce un monito condiviso: i sistemi universitari devono affrontare “troppi venti contrari” (There are too many headwinds). Un’affermazione che fa riflettere se riferita alle tre forze - demografia, tecnologia e finanza - che spingono verso un cambiamento inevitabile e che possono mettere a rischio la sostenibilità del sistema accademico. Nello stesso contesto, si discuteva di colloqui tra università come Kent e Greenwich per avviare una sorta di “quasi-merger”. Non proprio una fusione ma una condivisione di funzioni amministrative, didattiche e di ricerca.

Questo scenario, discusso in un perimetro particolare come quello britannico (dove le tasse studentesche, sebbene lontane dai livelli statunitensi, superano spesso i 10.000 euro annui), non è estraneo all’Europa continentale. Sul fronte demografico e tecnologico, anzi, la situazione è del tutto analoga.

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La doppia sfida

Sul primo punto perché, rispetto a una previsione di una diminuzione degli immatricolati entro il 2040 all’incirca del 40%, risulterà difficile compensarla con più studenti internazionali o con un’impennata dei tassi di passaggio dalla scuola superiore all’università, oggi intorno al 50 per cento. A parità di altre condizioni, questo trend comporterà un sensibile aumento dei costi unitari per gli atenei e la perdita delle necessarie masse critiche.

Quanto al secondo fattore, va detto che la tecnologia non impatta solo sulla didattica, ma ancora più profondamente sui processi dell’organizzazione universitaria. I cambiamenti tecnologici stanno determinando modifiche radicali degli assetti organizzativi nelle industrie e nei servizi e l’idea che la pubblica amministrazione e le università statali possano proseguire come in passato è ormai impensabile. Molte delle procedure amministrative dovranno essere automatizzate grazie all’uso dell’intelligenza artificiale generativa e agentica. E molte funzioni dovranno rivedere le soglie necessarie per sostenersi.

L’università del futuro

È alla luce di questi cambiamenti, quindi, che occorre pensare all’università dei prossimi anni. Prima ancora delle singole proposte è importante riconoscere la necessità di un cambiamento e vincere l’inerzia, tanto comprensibile quanto fatale. Con obiettivi chiari: come difendere una qualità media senza frenare chi vuol fare di più; come costruire assetti organizzativi e di governance coerenti con le tre sfide sopra citate; come coniugare autonomia organizzativa e strategica e dipendenza finanziaria; come infine far corrispondere al potere la responsabilità delle scelte.

Perché tutto ciò è, ad esempio, correlato al tema delle collaborazioni, dei gemellaggi, delle integrazioni e delle fusioni? Se alcuni anni fa, in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, le università si univano per scalare posizioni nei ranking, oggi e in un futuro poco lontano la “condivisione” sarà condizione di sopravvivenza. Pensiamo, in termini organizzativi, agli acquisti, al supporto alla ricerca nei progetti europei, alla comunicazione, alle politiche di attrattività internazionale, ai rapporti con le imprese. Stiamo parlando non già di ledere l’autonomia didattica e della ricerca delle singole università, che resta un fondamento, ma a efficienze di tipo organizzativo e di governance. Solo accettando un cambiamento non di cosmesi ma di struttura si potranno fare le stesse cose, liberando risorse per altri progetti.

È utile iniziare a parlarne per tempo anche da noi, magari riflettendo sulle collaborazioni nate con il Pnrr e che possono rappresentare un viatico. A fronte dell’esperienze altrui, nell’Europa continentale e nel Regno Unito, giocare in una sterile difesa dell’esistente appare poco lungimirante, soprattutto se vogliamo che l’università partecipi da protagonista all’evoluzione della nostra società.
*Università degli studi di Bergamo

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