Da Tom Ford a Schiaparelli, è tempo di identità, gentilezza e connessione
Haider Ackermann continua ad affinare un elettrizzante contrappunto di rigore e abbandono. Gli esotismi di ricerca di Dries Van Noten, la riflessione sul tempo di Courrèges, Rick Owens fra forza e protezione
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Dopo il reset generalizzato e l’avvicendamento generazionale dello scorso settembre, la stagione di sfilate parigine in corso fino a martedì prossimo si direbbe di consolidamento, chiarimento, approfondimento.
Haider Ackermann, da Tom Ford, continua ad affinare un elettrizzante contrappunto di rigore e abbandono, mentre promuove una idea di eleganza perversa. Questa stagione il tema è “infinita varietà”: uno spaccato di tipi umani che passeggia in uno spazio bianco abbacinante, ognuno al proprio ritmo, ciascuno con la propria storia catturata in un mix di tailoring impeccabile, pelle, abiti da sciura, denim ribelle e Pvc trasparente degno di Patrick Bateman, l’American Psycho di Bret Easton Ellis. «Hanno tutti flirtato con il deboscio in passato, ora tirano dritto», dice.
Da Dries Van Noten, Julian Klausner si cimenta in un viaggio attorno al tema più esotico e ineffabile che c’è: la costruzione dell’identità nelle ultime fasi della giovinezza, appena prima che tutto si consolidi. Lo fa in pieno stile Dries, prendendo spunti da qui e da lì, mescolando uniformi scolastiche, decorazioni, capi maschili, maglie fatte in casa e sentori di altre culture. Per quanto il linguaggio sembri familiare, c’è una crudezza fresca e schietta che è tutta di Klausner, ed è il motivo per cui questo creativo sta evolvendo Dries in modo così convincente.
Il ticchettio di un orologio e poi il trillo della sveglia ritmano la sfilata di Courrèges: una riflessione sul tempo, risolta in una teoria di abiti netti e geometrici, che si indossano in un lampo - e così si tolgono pure: la carica sessuale che Nicholas Di Felice, il direttore creativo, infonde ovunque è sempre detonante. Due soli non colori, bianco e nero e una sequenza che parte con un lenzuolo drappeggiato e termina allo stesso modo, come un giro d’orologio.
Riduzione è la parola d’ordine dell’ultima prova di Pieter Mulier per Alaïa. La collezione che conclude il suo quinquennio come direttore creativo (dal 1° luglio si insedierà da Versace) è la più Azzedine che abbia mai pensato: aderente al corpo, rigorosa, seducente, un vero e proprio vocabolario di forme e pezzi. È un modo intelligente e sensato di passare il testimone: consolidare le basi in modo che chiunque venga dopo possa proseguire. Chemena Kamali, da Chloé, riflette su umanità, empatia, devozione; sul tocco della mano che rende tutto unico; sulla moda come connessione e non fuga. Concetti cogenti, che in passerella però si traducono in una prova di boho chic da manuale, prolissa e prevedibile, con la sola novità del folk da prateria che però si perde nell’impasto formulaico della Chloé girl.








