Gli studi - Il caso salari

Da Sudan, Libano e Austria Le storie di chi ce l’ha fatta nonostante la burocrazia

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di Claudia La Via

3' di lettura

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L’immigrazione “culturale” degli Anni 90 ha portato tanti giovani provenienti specialmente dai Paesi arabi e dall’Africa spinti dall’amore per la medicina e la voglia di imparare questo mestiere in un Paese punto di riferimento per la formazione in ambito sanitario, di scegliere l’Italia.

È quello che è successo ad Emad Bersi, originario del Sudan e in Italia da 35 anni. «Ho studiato a Roma e vissuto lì 15 anni. Dopo la specializzazione in pediatria pensavo di tornare in Sudan, ma vista la situazione critica nel mio Paese ho deciso di rimanere», racconta. Poi il trasferimento in Lombardia, prima in Val Camonica e ora a Leno in provincia di Brescia. «Vivo qui, ma lavoro a Manerbio come pediatra di libera scelta. Sono molto felice sia della mia vita che della professione, con un’unica eccezione: la burocrazia», sottolinea Emad, spiegando quanto spesso essa sottragga persino il tempo alle visite mediche.

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L’arrivo in Italia per studiare è la storia che racconta anche Mohamed Baterche, pediatra di libera scelta della provincia di Bergamo. È arrivato dal Libano agli inizi degli Anni 80: «Ho studiato un anno ad Ancona e poi mi sono trasferito a Roma dove mi sono laureato e specializzato in pediatria per poi spostarmi su Bergamo per esercitare la professione», racconta Mohamed, spiegando che solo una volta arrivato in Lombardia è riuscito finalmente a trovare un posto stabile. Ed è qui che si è fermato, oltre che per lavoro anche per costruire la sua famiglia: «Ho due splendide figlie e tra tre anni andrò in pensione». L’idea di lasciare l’Italia dopo? «Sono cittadino italiano ormai, forse se la situazione in Libano mi permettesse di rientrare per passare il resto della vita coi miei familiari ci penserei, ma qui sto bene».

È invece pronta a lasciare Milano dopo più di 30 anni di “immigrazione sanitaria” Ingeborg Gabriele Reinl, austriaca e classe ‘66. «Dopo il diploma da infermiera a Vienna nel 1985 e qualche anno di lavoro in Austria, ho deciso di trasferirmi qui. Sono arrivata nel 1990, ma ci sono voluti due anni perché fossi messa in regola», racconta. L’ingresso in Lombardia è arrivato partecipando a un concorso, poi vinto, per una struttura sanitaria pubblica. Ma la burocrazia e l’essere straniera rischiavano di compromettere la sua permanenza in Italia. «In quegli anni era davvero difficile lavorare in questo Paese come immigrato: dal permesso di soggiorno e fino alla convalida dei titoli: era tutto una corsa a ostacoli». Oggi Ingeborg lavora come libera professionista in una cooperativa e fa la strumentista. Ma ancora per poco: sta infatti per firmare un contratto presso una struttura austriaca e a metà giugno lascerà l’Italia. «Lo faccio a malincuore, ma qui la nostra situazione professionale è gravissima - racconta -. Siamo trattati come manovalanza e i contratti sono fermi da 30 anni: il salario base per un infermiere è di 1.600 euro, esclusi turni di notte o weekend. Come si fa a sopravvivere in una città come Milano?». Per questo molti, racconta l’infermiera austriaca, hanno deciso di “licenziarsi” e lavorare da liberi professionisti, pagati meglio ma con turni più pesanti. «Mancano all’appello tantissimi infermieri ma non viene fatto nulla per incentivare la gente a scegliere questa professione. Anzi, oggi sono molti gli italiani che vanno a lavorare in ospedali e strutture estere», precisa, sottolineando come sia questa la ragione dietro la sua immigrazione di ritorno.

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