L’Iran rischia di diventare l’Alcatraz di Trump
di Giuliano Noci
di Raoul de Forcade
3' di lettura
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Relife, gruppo genovese specializzato nella raccolta, nella trasformazione e nel riciclo dei rifiuti, si prepara a investire 100 milioni di euro nei prossimi due anni per nuove acquisizioni in Italia e all’estero. L’obiettivo è di trasformare l’azienda, che conta già quattro divisioni, 18 siti produttivi e sedi in cinque regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia, Toscana e Veneto), in una multinazionale a tutti gli effetti.
«Nelle prossime settimane – spiega Enzo Scalia, direttore generale del gruppo – annunceremo due acquisizioni, una in Lombardia e una in Veneto: entreranno nella divisione recycling. Ma abbiamo progetti aperti, con tavoli avviati in Nordovest e centro Italia, anche per le altre tre divisioni. Poi guardiamo con interesse all’acquisto di aziende tra Spagna, Austria e Germania. Intendiamo farlo perché molti nostri clienti hanno sviluppato produzioni in quei Paesi e noi potremo così seguirli anche all’estero. Peraltro, specialmente in Austria e Germania, vi sono diverse realtà nel recycling che rispondono alle nostre esigenze. L’obiettivo è diventare una multinazionale nel riciclo di carta e plastica».
Ma per comprendere appieno il percorso illustrato da Scalia, occorre ripercorrere brevemente la strada che ha portato Relife all’attuale assetto societario. L’azienda è stata fondata dai fratelli Marco e Paolo Benfante insieme allo stesso Scalia: tutti e tre sono ancora azionisti del gruppo (rispettivamente, col 10% i fratelli e con lo 0,5% il direttore), insieme ad altri imprenditori e a due fondi: Xenon che controlla il 12% delle quote e F2i che ne possiede il 70%. Il gruppo è cresciuto attraverso una serie di merger & acquisition che ha consentito di inglobare altre imprese («padronali», le definisce Scalia), che sono entrate nella compagine, mantenendo però le loro caratteristiche e spesso anche la guida dei loro fondatori che, in diversi casi, sono entrati, a loro volta, con piccole quote in Relife.
In questo modo, il gruppo è arrivato a contare 650 addetti e a raggiungere, nel 2021, «un fatturato di 270 milioni di euro: nel 2020 era sceso a 170 milioni, ma per il peso delle incorporazioni fatte in quel periodo», precisa Scalia.
«Oggi - prosegue - di bello c’è che la sede della holding è a Genova e, da qui, stiamo lavorando per completare l’architettura organizzativa dell’azienda. Non è facile mantenere una struttura con padroni e padroncini che devono convivere con una grande realtà come F2i. Ma è anche gratificante accompagnare persone, che sono partite magari come dipendenti, nel percorso che li porta a diventare manager a 40 anni. E tutto questo è possibile proprio perché F2i ci ha dato fiducia».