Da quei 59 secondi macerie e rinascita
La scossa del 6 maggio distrusse edifici, storia e cultura: Angelo Floramo rivive quell’estate «indiana» e Walter Tomada spiega il «modello Friuli»
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Prima di iniziare a leggere, contate fino a 59. Sono una vita intera, 59 secondi. Quelli in cui l’Orcolàt spalancò le fauci e inghiottì uomini e donne, case e chiese, un popolo e la sua cultura. Il 6 maggio sarà mezzo secolo dal terremoto del 1976: 990 morti, oltre 100mila senzatetto e sfollati, 18mila case distrutte, 75mila lesionate; 500 miliardi delle vecchie lire la prima stima dei danni, a cui aggiungerne altri 500 per le imprese e 300 per le opere pubbliche. Alla fine, il conto toccherà quota 4.500 miliardi di lire per una ricostruzione modello, «com’era e dov’era», sostenuta dalla Protezione Civile, nata in quel dramma. Ma la ferita rimarginata resta pur sempre cicatrice. E brucia ancora, come dimostrano i tanti libri, mostre, docufilm (non perdete quello diretto da Federico Savonitto con la voce di Bruno Pizzul) di queste settimane. Per provare a capire, ecco il cuore e la ragione, che battono nell’Estate indiana del ’76 di Angelo Floramo (Bottega Errante, pagg. 242, € 20) e nella Faglia dentro. Cosa resta del 6 maggio 1976 di Walter Tomada (Biblioteca dell’Immagine, pagg. 200, € 18).
Il primo, premio Nonino 2024, aveva 10 anni e oggi sa che «anche questo si è mangiato l’Orco, il paesaggio della mia Terra. Quello fisico e quello della memoria. Il 6 maggio la civiltà contadina ha iniziato a morire», ma quel bimbo aveva uno sciamano, Aquila Bianca, il nonno, per superare lo spavento riflesso negli occhi degli adulti e «dentro a un cratere spaventoso, ma proprio nel suo centro, viveva una piccola tribù di indiani selvaggi e coraggiosi. Era l’estate del 1976». Così, il romanzo è un coinvolgente flusso di coscienza, scritto in un mese esatto (e le righe hanno la trasparenza adamantina di certe acque del Tagliamento), tanta era la potenza dei ricordi, fra la casa di San Daniele, le macerie e le rocce incombenti su Gemona. Che caldo quel giorno, è sera, l’ora della lettura: «Sto per voltare pagina e sento che mi si muove il letto sotto al culo. Un tintinnare, sono i bisonti. E subito, con una forza di bestia, un grido di terra e sassi che si spaccano arriva su, a una velocità incredibile, dal basso. Come se uscisse da profondità paurose. E tutto comincia a tremare. Una mano ha afferrato la casa e sta cercando di sradicarla». Le parole rassicuranti di Ljuba, la mamma; il babbo che va verso Gemona: «Sono morti tutti. Abbiamo lasciato la macchina e siamo andati avanti a piedi. Non era possibile fare altrimenti. Sopra Gemona si distendeva un sudario bianco, come se avesse appena nevicato. Sentivo la calcina in bocca e la polvere mi bruciava dentro agli occhi. Tossivo e piangevo». Continuano le scosse, definitve quelle di settembre per distruggere tutto ma proprio tutto, arrivano le tende (anche dal Pakistan), e Angelo gioca agli indiani con gli amici ma tutto è dannatamente serio: «Come ripeteva Aquila Bianca? Bisogna celebrare la vita. Sempre. Anche per quelli che non ce l’hanno fatta» e l’Angelo di oggi – perché il racconto è un felice entrare e uscire dal tempo – rimugina: «forse la Bestia non si è limitata a spolparti il corpo, ma ti ha anche rosicchiato via l’anima».
Quella agricola da cui parte l’analisi chirurgica di Tomada per raccontare un riscatto non scontato. La convinzione è che «un modon par omp e il Friûl al torne a plomp» (un mattone a testa e il Friuli torna a posto). Arrivano gli aiuti, i friulani si rimboccano le maniche, la chiesa, con figure come pre Checo Placerean e altri parroci di Glesie Furlane, guida le comunità oltre lo sgomento e dirà con il vescovo di Udine, Alfredo Battisti, «prima le fabbriche, poi le case, e poi le chiese». Quando più tremenda sembrava la tenebra, nelle tendopoli si pensa alla conoscenza e sono raccolte 125mila firme per l’Università di Udine, la sola a essere nata per spinta popolare, e diventata riferimento nell’ingegneria antisismica. E resta il domandone: «per chi hanno ricostruito il Friuli i terremotati di allora? Per loro stessi o per le generazioni future? Ma se il frutto di certi sforzi oggi è presentato come una regalia, perché quei giovani dovrebbero sentire di appartenere a una storia più grande, fatta di radici e di valori, e di una rinascita modello, se a loro nessuno li trasmette più?». Il sisma è l’ante quem e il post quem di ogni friulano, che riconosce proprio in quella scossa atroce il cemento di un’identità fatta di lingua e storia secolari.
«Dopo il 1976 i friulani fecero la differenza esplorando soluzioni originali spesso spinte dal basso, non omologandosi a decisioni dall’alto. L’illusione di esser diventati un esempio da imitare, nasconde una verità più amara: dopo aver preso la strada giusta per rimetterci in piedi, forse ci siamo smarriti perché in superficie il Friuli è risorto, ma in profondità la ferita fa ancora male. Il giorno in cui smetteremo di raccontarci di essere dei modelli e ci renderemo conto di aver tradito in parte la nostra storia, forse torneremo a essere un modello. Per noi stessi ancora prima che per gli altri. E quella faglia dentro potrà finalmente cominciare a chiudersi». Come si sono rimarginate le ferite di Venzone, cuore medievale del Friuli, ricostruito pietra su pietra, numerandole una a una, dal duomo alle mura, dove camminare restituisce quei 59 secondi, magari con i versi di Pierluigi Cappello, il più lancinante poeta del Novecento friulano: «Fuori c’è troppo poco cielo per dire domani / per dire cosa siamo stati / e il sole splende sull’autostrada / e sulla corsa delle macchine / quando uno apre la porta ed entra per guardare / come se il tempo lo guardasse da sempre» (In bar, a Chiusaforte, 2002). L’Orcolàt ci guarda da sempre, noi friulani lo sappiamo.
LA MOSTRA FOTOGRAFICA A SPILIMBERGO (PORDENONE)









