Da Prada a Lavazza, quando i manager fanno crescere l’azienda di famiglia
In Italia tra le grandi imprese poco più di una su sei ha una guida esterna. Fiducia e sintonia negli obbiettivi la ricetta vincente.
4' di lettura
I punti chiave
- In Italia un manager esterno nel 30% delle aziende familiari. In Francia, Germania e Spagna è l'80%
- In tre casi su dieci una guida esterna non porta i risultati sperati
- Cambio di organizzazione e delega ingredienti essenziali
4' di lettura
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Famiglia e manager, un matrimonio ancora poco diffuso nelle imprese italiane, ma che potrebbe diventare cruciale nei passaggi generazionali che nei prossimi anni sono destinati a incidere nell’economia italiana. A patto che funzioni.
Prada che con la doppia anima di Patrizio Bertelli presidente e Andrea Guerra amministratore delegato riporta in mani italiane Versace è solo l’esempio che ha conquistato nelle ultime settimane le prime pagine dei giornali. Ma ci sono Lavazza, che supera i tre miliardi di euro in un anno difficile per il caffè. Illy che solo pochi giorni fa in occasione della Milano Design Week ha presentato il nuovo sistema di capsule. Il Gruppo Cimbali, ancora nel mondo del caffè. Sapio, azienda brianzola leader nei gas industriali, protagonista del primo treno a idrogeno italiano, in Lombardia. Tutte storie in cui la guida di imprese che affondano nella storia di famiglie imprenditoriali italiane si salda con manager esterni. Ma non in tutti i casi è andata così.
In Italia vince la diffidenza più che in Europa
In Italia, oltre il 75% delle imprese familiari con un fatturato superiore ai 20 milioni di euro è guidata da leader che appartengono alla famiglia, secondo l’Osservatorio AUB. La leadership collegiale pesa circa il 10%, mentre solo in circa il 15% dei casi il leader arriva da fuori. Un quadro che vede l'Italia ancora molto diversa dal resto d'Europa. Secondo uno studio di ManagerItalia, nel 30% delle aziende familiari del Bel Paese c’è un solo manager esterno, contro l’80% di Francia, Germania e Spagna. Inoltre, sempre in Italia la media è di 0,9 dirigenti ogni 100 dipendenti, contro il 2-3 dei principali competitor europei. Tutti numeri che danno un quadro di una rivoluzione di là da venire. E che è tutt’altro che semplice.
«Certamente, la minore presenza di aziende di medie e grandi dimensioni rispetto a Francia, Germania e, parzialmente, Spagna incide su questa statistica, ma esiste anche una certa prudenza culturale. Le ricerche evidenziano le difficoltà di queste scelte: in circa il 30% dei casi l’avvio del processo di managerializzazione non porta ai risultati sperati e può rivelarsi un vero e proprio fallimento», spiega Paolo Morosetti, docente di Management nelle aziende familiari dell’Università Bocconi.
Pregiudizi che arrivano da entrambe le parti. «La proprietà familiare, non ancora abituata al confronto con manager esterni, può nutrire dubbi: “non sono fedeli come i familiari”, “sono troppo orientati al breve termine”, “vogliono prendere il controllo dell’impresa”, “non sono trasparenti” e così via. D’altra parte, anche i manager esterni nutrono i loro pregiudizi: “la famiglia blocca il cambiamento”, “le opportunità di carriera sono limitate”, “prevale il nepotismo”, “le imprese familiari sono segnate da conflitti interni”, “si preserva troppo la tradizione”, “manca apertura all’innovazione”», racconta.


