Da Ferentino al Ponte Morandi, i lavori sospetti affidati da Autostrade
di Maurizio Caprino
9' di lettura
9' di lettura
Non solo sul Ponte Morandi e non solo dopo il suo crollo. I sospetti di sottovalutazione dei rischi sulla rete di Autostrade per l’Italia (Aspi) e di aggiustamento a posteriori di verifiche tecniche partono – riguardo ai vent’anni di gestione Benetton – da fatti della seconda metà del decennio scorso. Coinvolgono nomi che tornano nelle indagini di Genova, sulla tragedia del 14 agosto (43 morti) e sulle presunte carenze di sei ponti in tutta Italia. E possono far rileggere la sentenza di primo grado che l’11 gennaio scorso ha assolto i vertici aziendali per la strage del bus precipitato dal viadotto Acqualonga (sulla A16, presso Avellino, 40 morti), condannando solo i responsabili locali, per il cedimento di una barriera laterale.
Tutto parte dalla camorra
Il nuovo possibile filone d’indagine è racchiuso tra le carte di un’inchiesta già chiusa: quella della Procura di Roma (su input arrivati anche da Torino, Milano, Firenze e Napoli) sui lavori svolti da imprese riconducibili alla famiglia Vuolo di Castellammare di Stabia (Napoli) con legami di camorra (clan D’Alessandro e Nuvoletta), che nella seconda metà dello scorso decennio ha costruito per Aspi - senza operai qualificati e con certificazioni false - 15 nuovi svincoli (cavalcavia, caselli e portali segnaletici) tra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio e Campania, con tre crolli. Tutto è stato denunciato da un ex dipendente, Gennaro Ciliberto, che ha indagato in incognito ed è sempre stato ritenuto attendibile. Tanto che ha ricevuto varie minacce.
A maggio si terrà l’udienza preliminare, dove si deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio di 11 persone, tra cui due dipendenti di Aspi e due della Pavimental (la società dello stesso gruppo che esegue e subappalta lavori). Aspi è parte lesa e al Sole 24 Ore ha dichiarato che «sono assolutamente positive tutte le iniziative di indagine che consentano alla società di avere contezza di comportamenti non regolari da parte di propri dipendenti».
L’indagine non è andata molto in profondità. Ma contiene atti e intercettazioni telefoniche, a cavallo tra il 2012 e il 2014. Che, come fa notare Aspi, «sono state ritenute irrilevanti sul piano penale». Ma, lette complessivamente oggi - dopo il crollo del Ponte Morandi - sembrano indicare un modo di operare teso a mettere in primo piano la tutela dell’immagine dell’azienda, anche con comportamenti disinvolti. Quelli su cui sta indagando la Procura di Genova, in tre filoni: quello sul crollo vero e proprio, quello sui presunti depistaggi di tali indagini e quello sulle presunte carenze di altri sei viadotti in varie parti d’Italia.
Nomi che non si possono vedere
Sembra sintomatico ciò che succede il 31 ottobre 2013, quando la Polizia sequestra il cavalcavia di Ferentino, nel tratto Roma-Napoli dell’A1. L’allora responsabile esercizio del Tronco di Cassino, Davide Bergantin (mai indagato), che riceve la notifica, accantona la stampata di una mail spiegando che sopra ci sono troppi nomi. Tra essi, gli agenti scorgono quelli di Riccardo Mollo (all’epoca direttore generale), di due dei suoi più fidati collaboratori (Costantino Ivoi e Gianni Marchi, che secondo l’accusa è uno dei due dipendenti Aspi direttamente in contatto con i Vuolo, oltre a Vittorio Giovannercole) e di Enrico Valeri.


