Calabria

Da Don Panizza agli agricoltori di Goel, storie di impegno contro i caporali organizzati in stile ’ndrangheta

Dal progetto Sud di don Giacomo Panizza agli agricoltori di Goel, fino alla Tenuta Badia di Patrizia Rodi Morabito, ispirata all’agroecologia del filosofo contadino Pierre Rabhi

di Donata Marrazzo

Don Giacomo Panizza ha promosso il progetto Sud

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«Il problema è il prezzo, la filiera del mercato. Accettare i diktat della grande distribuzione o lasciare la frutta sull’albero. Così si ricattano gli imprenditori agricoli e si schiavizzano i braccianti».

Progetto Sud di don Giacomo Panizza

Don Giacomo Panizza arriva a Lamezia Terme alla fine degli anni ’70 dall’alta Pianura Padana, da Brescia, per l’esattezza. Da sempre si occupa di disabili, immigrati e tossicodipendenti. Attraverso attività socio-educative, prova a dare una chance a quei soggetti fragili che hanno bisogno di riscatto. E di un lavoro.

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Fra le tante attività del suo Progetto Sud c’è anche quella agricola che si svolge tra la piana di Lamezia e Settingiano: otto ettari per produrre miele, olio e coltivare verdure, tutto a km 0. «Chi vuole i nostri prodotti se li viene a prendere – ci tiene a precisare don Panizza -. Di quello che vendiamo alla Gdo, invece, stabiliamo noi la cifra. Cinque o 8 centesimi per ogni cassetta di arancia sono il prezzo della schiavitù». E lo stesso vale per le fragole, con i braccianti pagati tra i 3 e i 5 euro l’ora.

Goel, agricoltura legale e responsabile

Fra i tanti che in Calabria praticano agricoltura legale e responsabile c’è Vincenzo Linarello, fondatore e presidente di Goel – “comunità di persone, imprese e cooperative sociali che opera per il cambiamento e il riscatto della Calabria” –. Sostiene da tempo che il problema sia proprio nell’intermediazione della catena di forniture agricole della grande distribuzione: «Troppi passaggi, troppi intermediari, troppi grossisti locali che abbassano il primo prezzo all’agricoltore». Così si taglia il costo del lavoro.

Una paga giusta per la raccolta delle fragole

Ad Acconia di Curinga, nella piana di Lamezia Terme, su centinaia di ettari è il tempo della fragola Ligea. Una cultivar diffusa anche ad Amendolara, nell’alto Ionio Cosentino. È lì, in una stazione di servizio della statale 106, che si è consumato l’orrore dei quattro braccianti arsi vivi in un’auto. Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi chiedevano una paga giusta e un contratto regolare per la raccolta delle fragole. Ed è ad Amendolara che la Cgil e i delegati di partiti e associazioni hanno sfilato in corteo contro caporalato e sfruttamento. Alla manifestazione c’era anche don Giacomo. «Quello che è accaduto ci avverte che si sta costituendo sui territori un nuovo potere. Clan di caporali che sono anche immigrati, organizzati in stile ‘ndrangheta, forse, se è possibile, anche più spietati», avverte il fondatore di Progetto Sud che conosce bene quelle zone.

Il sistema marcio dei caporali

«Fare giustizia significa comprendere quali rapporti economici, sociali e lavorativi abbiano reso possibile tutto questo. Occorre capire chi reclutasse questi lavoratori, chi organizzava i loro trasporti e le loro giornate, quali condizioni abitative vivevano, quali imprese agricole impiegavano quella manodopera utilizzando il caporalato, quali filiere produttive ne beneficiavano, quali mercati erano destinatari di quei prodotti. Il sistema era marcio da tempo. Tra il 2020 e il ’21 - ricorda il sacerdote - incontrammo 80 braccianti africani che si erano già ribellati agli sfruttatori di nazionalità pakistana presenti nell’area di Cassano all’Ionio. Con il supporto di altre associazioni portammo 18 di loro a denunciare ». In una lettera aperta don Giacomo invoca per Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, il meccanismo nazionale di Referral, per l’assistenza alle vittime di tratta e grave sfruttamento (sistema di protezione coordinato dal dipartimento per le Pari Opportunità).

L’agroecologia di Pierre Rabhi a Rosarno

Ma in Calabria c’è anche chi - associazioni, biodistretti, aziende agricole - conduce silenziosamente una propria personale battaglia contro l’ intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, per una agricoltura sana, giusta e sostenibile. A Rosarno - che 16 anni fa fu teatro di una violenta rivolta dei braccianti agricoli, degenerata poi in scontri con la popolazione - e una imprenditrice agricola sfida soprusi, furti e atti vandalici implementando coltivazioni autoctone secondo i metodi del contadino francese Pierre Rabhi, filosofo dell’ agroecologia di origini algerine. Coniugava biodinamica e “sobriété heureuse”, sobrietà felice. Nei suoi 60 ettari di Tenuta Badia Patrizia Rodi Morabito, dirigente di Coldiretti, membro di giunta della Camera di commercio di Reggio Calabria, coltiva ulivi e agrumi «nel rispetto della terra e delle persone». Dopo aver vissuto d’arte in giro per il mondo, ha rilevato con sua sorella la storica azienda di famiglia che risale al 1896. «Mi hanno bruciato un’intera coltivazione di kiwi. E così ho deciso di dedicarmi solo a prodotti agricoli locali. È il mio modo di reagire e di resistere. Come un piccolo colibrì. Secondo una leggenda africana, durante un incendio divampato nella foresta, non scappò via, ma portò con il suo becco gocce d’acque per spegnere le fiamme».

Il premio Lea Garofalo

A ispirare l’imprenditrice è stata proprio la rete Colibris, costruita da Rabhi agli inizi degli anni ‘2000, per la realizzazione di un nuovo modello di società fondato su autonomia, ecologia e umanesimo. Così, due anni fa le è stato consegnato il premio intitolato a Lea Garofalo, vittima di ‘ndrangheta, uccisa nel novembre del 2009 dal suo ex compagno. «Come gestisco i miei terreni? Mi affido a contoterzisti - conclude Patrizia Rodi Morabito -, mi procurano personale qualificato e tutelato. E conferisco i miei raccolti a cooperative del territorio. Gioia Succhi,per esempio, azienda che a San Ferdinando lavora e produce semilavorati di succhi d’agrumi naturali».

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