Da concerti e stadi una lezione agli atenei sul valore della «presenza»
Le lezioni registrate sono sempre più diffuse, ma calcio e musica indicano la strada: alle università servono eventi e occasioni che facciano sentire lo studente parte di una comunità
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Negli atenei italiani è in corso un acceso confronto sul tema della riduzione della frequenza alle lezioni dopo il Covid. Al di là della difficoltà di misurare con precisione il fenomeno, la percezione è diffusa. Tra le possibili cause viene indicata la permanenza delle registrazioni delle lezioni sulle piattaforme universitarie: un’eredità della pandemia che gli studenti considerano un ausilio prezioso, perché consente di recuperare, rivedere e organizzare con maggiore flessibilità lo studio. Durante l’emergenza, l’80,3% degli studenti intervistati da AlmaLaurea apprezzava proprio la possibilità di rivedere le lezioni registrate.
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L’esempio di calcio e musica
La risposta più immediata sarebbe limitare le registrazioni o ribadire che la lezione in presenza «è migliore». Ma due industrie esposte alla stessa concorrenza digitale, pur con tutti i distinguo necessari, suggeriscono una strada diversa. Nel 2025 i concerti in Italia hanno raccolto 31,5 milioni di spettatori, l’8,7% in più dell’anno precedente, e superato 1,16 miliardi di euro di spesa al botteghino. Anche il calcio ha recuperato il pubblico perduto: nella stagione 2023-24, considerando campionati nazionali e coppe europee, gli stadi hanno registrato 21 milioni di presenze, contro i 15,8 milioni di prima del Covid; la Serie A ha raggiunto una media di 31.172 spettatori, la più alta dal 1992-93. Il dato Siae del 2025 segnala una lieve correzione per il calcio, ma non cancella la forza della ripresa.
Il punto di contatto
Il punto non è ovviamente assimilare l’università allo spettacolo, ma osservare un principio economico comune. Quando il digitale rende il contenuto accessibile ovunque e quasi senza costi marginali, il valore dell’incontro fisico non può più dipendere dalla semplice erogazione dello stesso contenuto. Il valore della presenza deve nascere da ciò che non è replicabile a distanza.
Perché milioni di persone investono tempo e denaro per raggiungere uno stadio o un’arena, quando musica e partite sono disponibili a casa con costi e fatica inferiori? La risposta sembra poggiare su tre parole: esperienza, emozione e identità.
Il concerto non è semplicemente una versione acusticamente migliore di Spotify, così come lo stadio non è una televisione più grande. Sono esperienze: il viaggio, l’attesa, il luogo, le persone e i rituali fanno parte dell’evento. Sono emozioni: la prossimità (anche a parecchi metri di distanza e senza un dialogo diretto) agli artisti o agli sportivi genera un coinvolgimento che lo schermo attenua. Sono identità: esserci certifica l’appartenenza a una comunità, in particolare nel calcio, dove la presenza diventa una dichiarazione di fedeltà.
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