Da Baltimora a New York, retrospettiva itinerante su Joan Mitchell
Ponte tra America ed Europa l’esposizione “La pittura dei Due Mondi” porta l’artista in Italia. Dopo dieci anni gli effetti e gli sviluppi secondo il curatore Sandro Parmiggiani
di Viviana Annio, Margherita Rocca e Ludovica Tripodi*
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Il 13 settembre 2020 The Baltimore Museum of Art inaugurerà in collaborazione con il San Francisco Museum of Modern Art , la grande retrospettiva itinerante sull'artista americana Joan Mitchell che si concluderà nel 2021 al Guggenheim di New York. L'artista non è stata protagonista solo della scena americana, dai suoi eccezionali dipinti di New York nei primi anni '50 alle maestose opere su più pannelli realizzate in Francia, «l’artista ha creato un ponte tra America e Europa» spiega Sandro Parmiggiani che nel 2009 ha curato la mostra itinerante “La pittura dei Due Mondi” che ha fatto tappa a Palazzo Magnani a Reggio Emilia, un riconoscimento del valore assoluto di questa artista nella storia della pittura del Novecento. In questa intervista Parmiggiani racconta l’iter di quella mostra e l’attenzione crescente verso il suo lavoro della critica e del pubblico.
All'interno del panorama dell'Espressionismo Astratto americano, come si inserisce la poetica di Joan Mitchell?
La poetica di Joan Mitchell è assolutamente peculiare: ha le sue radici nel variegato Espressionismo Astratto americano, ma presto altri retaggi legati alla pittura dell'Europa s'aggiungono (Cézanne e De Stael, Van Gogh e Monet, per limitarci alle suggestioni fondamentali). Di qui, il sottotitolo della nostra mostra: “La pittura dei Due Mondi”, il ponte gettato tra le due sponde dell'Atlantico. La sua pittura affascina perché è il continuo esercizio di una sensibilità estrema, che s'incarna nel segno, nel colore, nella materia.
Considerata l'intera produzione artistica di Joan Mitchell, qual è il periodo più interessante?
Personalmente, non saprei indicarlo: negli ultimi anni Cinquanta e fino alla morte, Joan Mitchell ci ha dato opere memorabili. Se dovessi scegliere, indicherei i dittici e i trittici degli ultimi anni, e se fossi chiamato a fare un nome, avanzerei quello di «Sud» del 1990.
Facendo riferimento alla mostra antologica organizzata da lei a Palazzo Magnani nel 2009, qual è stata l'accoglienza di pubblico e della stampa?
L'accoglienza da parte dei visitatori e della stampa è stata assai buona, con punte di calda adesione e commenti favorevoli. Si tengano tuttavia presenti alcuni dati: già 11 anni fa eravamo dentro un trend della cultura degli appassionati d'arte che privilegiava i “grandi nomi”, senza tuttavia comprendere che dentro la pittura della Mitchell scorreva il retaggio degli impressionisti e della stessa cultura romantica; i collezionisti erano già sedotti dalla continua verifica degli andamenti di mercato; una parte dei giovani critici, quelli arrembanti alla continua scoperta di nuovi talenti, non si spingevano abbastanza a ritroso per conoscere e capire davvero la pittrice.
Come è arrivata la mostra in Italia dalla Kunsthalle Emden? Lei ha collaborato alla realizzazione della mostra?
Grazie ai rapporti con una delle direttrici dei Musei Nazionali di Francia, stabilii contatti con il Museo di Emden e con il Musée des Impressionnismes di Giverny per una coproduzione comune, che ci consentisse di ripartire le spese, ed anche di chiedere e ottenere un cospicuo contributo dalla Terra Foundation di Chicago. La mostra europea di Joan Mitchell avrebbe dovuto debuttare a Reggio Emilia, per essere successivamente a Emden e a Giverny, ma, a causa di una differente programmazione di Palazzo Magnani, l'esposizione slittò necessariamente alla primavera del 2009.




