Il report

Cybersecurity, aziende italiane impreparate alle nuove minacce informatiche

Zscaler ha presentato a Milano i dati italiani di una loro ricerca sul rischio cyber (condotta da Sapio Research su 1750 decisori IT in 14 Paesi)

di Alessandro Longo

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Le aziende italiane lo ammettono: stanno perdendo di vista la minaccia cyber esterna, innovativa. Non sono pronte alle nuove insidie che vengono dall’intelligenza artificiale. In generale, fanno ancora sicurezza informatica alla vecchia maniera (difesa perimetrale). Così, un disastro prima o poi è inevitabile. “La spina dorsale digitale del business moderno è fragile a livelli preoccupanti”, riassume Marco Catino, senior manager, sales engineering di Zscaler Italy, che il 24 marzo ha presentato a Milano i dati italiani di una loro ricerca sul rischio cyber (condotta da Sapio Research su 1750 decisori IT in 14 Paesi).

Le difese sono inadeguate. Un problema globale, che si presenta però in modo specifico in Italia, a quanto evidenzia la ricerca. Solo il 34 per cento delle aziende globali sono “molto fiduciose” di avere fatto tutto il possibile, contro i rischi. In Italia è il 24 per cento.

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Più della metà delle aziende italiane, il 53%, ammette che la propria strategia resta troppo concentrata sull’interno. Significa essere esposti a rischi sempre più frequenti, connessi a fornitori, partner, della supply chain. Appunto: il 55% delle aziende italiane dice di avere già subito un guasto o un’interruzione causati da un fornitore o da una terza parte, mentre il 62% segnala una dipendenza da contractor e partner più alta che in passato. Eppure solo il 35% adotta le misure necessarie di controllo del rischio sui terzi. Metà delle imprese valuta la resilienza cyber della catena di fornitura solo con cadenza trimestrale o ancora più di rado.

Il ritardo si vede anche sul fronte dell’intelligenza artificiale, dove la velocità di adozione corre più della governance. Il 45% dei responsabili IT italiani ritiene che i sistemi di sicurezza attuali non siano in grado di difendere l’azienda dalle minacce emergenti. Il 62% ammette di non tracciare l’uso dell’AI fatto dai dipendenti e il 47% teme che questa opacità stia già esponendo dati sensibili dell’azienda.

Di contro siamo avanti nel test dell’AI agentica, software autonomi: 52 per cento delle aziende contro il 42 per cento; siamo indietro però nell’adozione effettiva (15 per cento contro il 34 per cento). In ogni caso correre avanti senza una governance chiara del rischio è un azzardo: ben il 66 per cento delle aziende italiane dichiara di non averla, contro il 50 per cento delle aziende globali.

C’è poi un ritardo più strutturale, che riguarda architetture e crittografia. Il 73% delle aziende italiane non ha ancora inserito la pqc, la crittografia post-quantistica, nella strategia IT, sebbene il 64% riconosca il rischio futuro legato ai dati rubati oggi e decifrati domani con tecnologie quantistiche. Allo stesso tempo il report segnala che l’86% delle imprese continua ad avere una dipendenza critica o media da sistemi legacy. Male: significa che una parte rilevante del nostro tessuto produttivo continua a poggiare su firewall, vpn e modelli perimetrali pensati per un’epoca in cui utenti, applicazioni e dati stavano dentro confini molto più netti. Oggi quei confini sono saltati: le aziende lavorano su cloud, filiere distribuite, consulenti esterni e strumenti di AI che spostano dati in modo continuo.

Il paradosso che emerge: da una parte, gli investimenti in cyber aumentano (conferma la ricerca Zscaler), a quota 2,8 miliardi nel 2025 secondo gli osservatori del Politecnico di Milano. Dall’altra, sono pensati con logiche in gran parte obsolete. Inadeguate nei confronti degli attuali rischi e degli strumenti che persino quelle stesse aziende stanno adottando (o lo fanno i dipendenti a loro insaputa). La ricerca perfetta per il disastro informatico. Nessuna sorpresa che i cybercriminali facciano danni crescenti. L’Italia ha subito 507 attacchi gravi secondo il Rapporto Clusit 2026, contro i 357 dell’anno precedente.

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